Lo scherzo della natura

Non c’è alcun tipo di addestramento che ti faccia abituare all’odore di carne bruciata. Il plasma brucia i tessuti e riduce gli organi in cenere. I veterani dicono di spalmarti sotto il naso il succo di quel frutto viola che cresce nella foresta. Scambi l’odore di carne bruciata con quello ancora più intollerabile, quasi dolciastro, di frutta marcia. Il succo ti irrita la pelle, se ne abusi, e fa venire delle bolle che non riesci a mandare via nemmeno con il disinfettante. Credo che la nostra razza sia allergica a questa roba, ma è sempre meglio che sentire quell’odore. Stavolta me lo sono spalmato prima di salire sulla nave.

Mi hanno mandato qui con un trasporto truppe leggero, insieme a un Corpo scelto. La discesa verso la superficie di questo pianeta come sempre è orribile. Mi aggancio alle barre che hanno installato appositamente per me, mentre quelli del Corpo mi guardano e ridono con le loro facce disgustose. Mi detestano, ma sono preparato a questo. Sono uno schiavo, nato da una provetta, non da una loro femmina. Il capo si chiama Tenente Kavo. Non si degna nemmeno di rivolgermi la parola, manda i suoi tirapiedi per abbaiarmi i suoi ordini.

Atterriamo. Uno dei soldati mi tira giù con violenza e mi fa posizionare in mezzo alla fila, mentre sbarchiamo. Odiano dovermi proteggere, ma lo devono fare. Hanno giurato di difendere il pianeta per avere uno stipendio e fuggire dalla miseria, non per fare da balia a uno scherzo della natura. Mi danno una pistola, che tra le mie mani delicate e rattrappite dai rituali non ha alcun senso. Ci muoviamo con attenzione sul terreno vetrificato dai continui attacchi di artiglieria pesante. Siamo circondati da crateri fumanti, pezzi di navi abbattute e membra carbonizzate di soldati. Kavo comanda i suoi soldati con gesti decisi. Gli altri mi circondano, controllando la zona. Rivolgono i loro sguardi più sprezzanti al mio corpo deforme, che si trascina sofferente su quel mondo alieno in un’armatura troppo diversa dalle loro, per essere considerata accettabile.

La foresta in cui è entriamo è fitta e buia. Li sento ridere, quando incespico sulle radici degli alberi. Kavo si volta e li fulmina con lo sguardo. Più ci addentriamo nella boscaglia, più sono nervosi. Scattano a ogni rumore, puntando i fucili al plasma in direzione delle chiome degli alberi. La gente di questo pianeta è abituata a nascondersi, a trucidarci con le trappole nascoste tra i cespugli. C’è chi ha avuto la testa mozzata di netto da una lama caduta dagli alberi, intere squadre trucidate da nemici spuntati da botole sottoterra. Ho sentito soldati sopravvisuti a un attacco parlare di come le foglie avessero iniziato a parlare, prima che la morte iniziasse a piovere su di loro. È anche per questo che siamo qui, è per questo che l’Esercito mi ha comprato. Eliminare chi queste trappole le ha messe e vendicare i compagni dei soldati che mi scortano e che mi trattano come feccia. Le mie gambe non reggono il peso della corazza e cado. I soldati mi tirano su con violenza e mi rimettono in piedi, bestemmiando.

Il villaggio è al di là della boscaglia in cui ci siamo nascosti, in uno spiazzo liberato dalle asce. Mi riposo sotto un albero, mentre lo osservo. Le capanne di metallo recuperato, i tetti di foglie della foresta. Pochi soldati si aggirano tra le capanne. Hanno la pelle scura, e camminano come se sfiorassero il terreno con quegli stivali infangati, eppure così leggeri. Vedo anche dei civili: piccoli che corrono rincorsi da madri drappeggiate in tessuti del colore della terra. Ma so che se si trovano lì, nel mezzo della foresta, neanche i civili sono in realtà civili, ma solo soldati vestiti diversamente. Vedo Kavo che parla sottovoce con uno dei sottoposti. Quello annuisce e si avvicina a me, chino sul terreno ricoperto di foglie morte. Mi guarda con disprezzo e dice:

«Tocca a te, mostro. Non fare cazzate».

Mi alzo con difficoltà, reggendomi al tronco. A un cenno di Kavo, tutti i soldati si calano con un ronzio le maschere speciali. Distolgono lo sguardo da me per non vedere l’orribile spettacolo. Guardo il villaggio e in un solo fiato inizio a recitare le parole che mi hanno insegnato. Non faccio pause, non esito, le pronuncio bene sillabando alla perfezione. Durante il rituale dell’addestramento, ogni parola sbagliata mi sarebbe costata un dito. Le persone del villaggio iniziano a sentire qualcosa, suoni a loro sconosciuti emessi dalla voce di un dio maligno.  Si voltano verso di me. Vedono il mio corpo deforme che si libra dalla terra, e il tono raccapricciante della mia voce li atterrisce. Le mie parole entrano nel loro cervello come nessun’altra arma potrebbe fare, provocandogli un dolore insopportabile. Si reggono le teste urlando, mentre un liquido scuro inizia a sgorgare dai loro occhi. Copro i loro lamenti con le mie parole, alzando sempre di più il volume, aumentando la velocità per abbreviare il loro supplizio. Io non sento dolore. Anzi, è l’unico momento della mia vita in cui il mio corpo martoriato non si lamenta. È cresciuto apposta per questo.

Quando tutto finisce, atterro con un tonfo. Un dolore bruciante che si irradia per tutto il corpo mi riporta alla realtà. I soldati sollevano le loro maschere. Il villaggio è avvolto da un silenzio tombale. Anche gli animali della foresta si sono acquietati davanti a quello spettacolo, agli occhi vacui che giacciono a terra e che fissano spalancati dal dolore le cime degli alberi. I soldati guardano con disgusto misto ad approvazione il dono del loro Mostro. Kavo dice qualcosa. Uno dei soldati mi si avvicina.

«Alzati Mostro, abbiamo altri tre villaggi da fare prima del tramonto».

Un racconto di Andrea Cabras

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