Gli ologrammi che si tuffavano e riemergevano dalla plancia come se fosse stata liquida, non avevano presa sul maggiore Kall. «È innegabile che ci assomiglino, Colonello, ma vivono da primitivi su un pianeta disabitato da secoli.»
«Eppure, hanno lanciato un S.O.S., come lo spiega?»
Kall riportò lo sguardo sulle creature: coda a spatola, zampe palmate, becco piatto e pelliccia castana… versioni in miniatura del suo popolo. «Depongono uova e trasudano latte come i nostri avi?»
«Già… e nuotano nudi nel fango tutto il giorno oltre a nutrirsi di vermi, non per questo possiamo ignorare una richiesta d’aiuto.»
Kall avvertì un prurito agli speroni: capitava quando riteneva che a un superiore sfuggisse l’ovvio. «Fonte del segnale?»
A un tocco del colonnello, l’ologramma mutò in un platipo grassoccio, aggrappato a un satellite obsoleto che sprofondava in una distesa bianchiccia. «Ci ha contattato lui, tramite un codice dei nativi del pianeta azzurro.»
«La Terra?»
L’immagine si dilatò, arrotondandosi in un globo celeste. «Terra era un nome inappropriato anche prima che i nativi si estinguessero, ma ora che il mare occupa il 95% della superficie…»
Il colonnello gli indicò un’isoletta che spiccava in quella totalità d’azzurro. «Ecco! Sarà tele-trasportato qui: mi aggiorni non appena avrà preso contatto con l’indigeno.»
Kall non ebbe il tempo di obiettare: risucchiato da un raggio turchese, si ritrovò su una radura mortifera, ricoperta da materiale non identificato che gli si polverizzava sotto le zampe. Era a un passo dall’antenna quando capì che l’essere non era un suo simile: ne indossava la pelliccia come copricapo e aveva celato il corpo glabro accucciandosi in una buca nel terreno. In una zampa senza artigli, stringeva un recipiente metallico da cui si abbeverava di continuo e, dalle dimensioni del ventre, Kall stabilì che si trattasse di una femmina gravida. «Per il bene del suo cucciolo, non si agiti: sono qui per aiutarla.»
Una spia luminosa lampeggiò nell’orecchio della creatura che strabuzzò gli occhi e si colpì la pancia a più riprese in un accesso di risa. «Stupido ornitorinco gigante! Mi hai preso per una donna? Questa la devo alla mia birra in lattina: i pezzi grossi dei piani bassi ci pagano con queste, sai?»
La traduzione rimbalzò nel dispositivo di Kall, ferendogli i timpani e l’ego, ma lui non si scompose. «Perché indossa un esemplare della mia specie, nativo?»
«Nativo? Io sono Frank, amico! Ho scuoiato e mi sono messo in testa uno degli scherzi della natura che ti somigliano per attirarti qui: voi alieni rispondete sempre a un S.O.S.»
Kall indietreggiò e uno scricchiolio sospetto attirò il suo sguardo: solo allora comprese che si trovava su un tappeto di graniglia d’ossa.
Frank bevve un altro sorso. «Abbiamo un intero zoo di strani animali somiglianti ai pacifici idioti che sfrecciano sulle nostre teste, credendo di non essere osservati… mandare il nostro bestiame in avanscoperta è come lanciarvi un amo.»
Dal becco di Kall uscì un sibilo appena percettibile. «Ma voi vi eravate…»
«Estinti? In parte. L’élite è sott’acqua, in quella specie di Atlantide che hanno costruito prima che l’ultimo ghiacciaio si sciogliesse, da là sotto monitora tutto.»
«E quelli come te?»
Frank ravanò in una narice con un mignolo. «La feccia? Ci accontentiamo delle briciole.»
«Ma noi abbiamo la tecnologia per sanare il pianeta: potremmo aiutarvi.»
Frank accartocciò la lattina e fece canestro in una cassa toracica sfondata. «Sai il mio tris, tris… Bah! Non so quanti tris ci vogliono! Insomma, un mio antenato – ai tempi in cui si iniziava a sudare d’inverno – lanciò una zuppa contro un quadro famoso per attirare l’attenzione di chi poteva fare ancora qualcosa, ma sai come si dice? Inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.»
La pelliccia di Kall si drizzò sulla nuca. «A cosa lavorano lì sotto?»
Frank glissò. «Sopravvivono… a scapito di qualcun altro.»
Nell’arretrare, Kall calpestò un’ellissi metallica. «Non serve! Noi abbiamo la tecnologia per far rinascere il pianeta» ribadì.
«Oh, il pianeta va benissimo così! I capi hanno messo insieme tante armi da prendersi l’universo intero: a questo stanno lavorando» disse, raccogliendo una roccia appuntita «E, se fossi in te, resterei immobile… ci sono più mine in questo cimitero che nuvole in cielo.»
Kall sfiorò l’auricolare, non riuscì ad aprire il becco, né a evitare il sasso scagliato da Frank: un istante dopo l’impatto, la deflagrazione lo ridusse a brandelli.
Frank si stiracchiò, abbracciando con lo sguardo i resti dei visitatori venuti prima di Kall, quasi tutti in pace e con soluzioni edificanti per salvare quel pianeta che, tutto sommato, gli andava bene così, finché dabbasso lo rifornivano. Alzò gli occhi sull’astronave che galleggiava sopra di lui, un nautilo metallico bizzarro come chi lo occupava e sussurrò in un microfono incastonato nel palmo: «Ora!»
Tre tentacoli d’acciaio emersero dall’oceano e si avvinghiarono alla navicella.
«È così che un popolo prospera: sulle spoglie delle buone intenzioni.»
Frank restò impassibile mentre l’astronave s’inabissava. Soltanto dopo un velo di tristezza gli oscurò lo sguardo: rimuginò sulla zuppa del suo trisavolo, sprecata per niente, ma la cassa di lattine che schizzò fuori dall’acqua gli restituì il sorriso. Saltando da un osso all’altro la raggiunse, pensando a quanto doveva essere strano il mondo di prima.
Un racconto di Francesca Santi

