Tramonta da settimane, e qui nessuno si sente al sicuro. Quando sarà notte non resteremo vivi a lungo.
I primi ad andarsene sono stati i proprietari, si sono imbarcati su una nave quando la notizia non era ancora stata diramata dai canali ufficiali. Io ero in classe quella mattina. Come ogni anno in questo periodo, stavo spiegando a una quarta la storia del sistema di Hamal. Dei padri celesti venuti dalla Terra dopo la Grande Siccità, della Guerra dei Duecento Anni e dell’instaurazione della democrazia. Stavo proprio dicendo che la bellezza della nostra democrazia sta nel fatto che siamo tutti uguali, ed è stato allora, precisamente a quel punto della lezione, che la nave dei proprietari è sfrecciata oltre la finestra. Una nave qualsiasi, a cui non ho prestato la minima attenzione e a cui avrei ripensato solo più tardi, davanti al notiziario. Tutti uguali, come no.
Dopo i proprietari è stato il turno degli strateghi e degli scienziati. Ci hanno fatto le loro scuse più sentite e se ne sono andati, troppo preziosi per rimanere qui. Poi sono partiti gli artisti, gli attori e gli sportivi, e dopo una settimana anche gli operai. Gli ultimi a lasciare il pianeta sono stati i contadini e i militari. Hanno lavorato senza sosta fino a martedì mattina, gli uni per lasciarci una riserva di grano e gli altri per sommergerci di istruzioni su come non sprecarla: la tessera, il razionamento, il fabbisogno energetico minimo e persino i vantaggi del digiuno intermittente – e dopo, avrei voluto dire, che si fa quando il grano finisce? Ho fatto male a non chiederlo, quantomeno li avrei fatti vergognare.
Le piante sono morte tutte insieme, sono morte l’altro ieri, e gli animali piangono, hanno capito. Solo i bambini continuano a fare domande, ma le fanno per abitudine: bambini che non vogliono sembrare tristi, piccoli saggi che non invecchieranno mai. Li guardo in cerca di un abbozzo che riveli gli adulti che diventerebbero, ma niente da fare.
Sono rimasti qui perché non possono viaggiare. Il problema sono le tute anti-raggi gamma, troppo leggere per la loro pelle sottile. Quando sono venuti dalla Terra, i nostri padri celesti non lo sapevano ancora: si sono imbarcati tutti, giovani e vecchi, genitori e figli, ma di bambino non ne è rimasto nessuno. Siamo noi, quelli concepiti e nati qui, i loro unici successori. Mi viene da piangere se penso che tra poco ci saranno dei figli celesti nuovi di zecca, appartenenti sotto ogni aspetto a un altro pianeta, alieni.
Certo, ho un bel dire adesso, ma ho scelto io di restare qui. Quando è iniziata la recluta dei volontari non ho avuto il coraggio di tirarmi indietro. Una maestra che abbandona gli alunni per salvarsi la pelle non è un grande esempio, ma mi sento terribilmente meschina se penso di essere rimasta solo per il giudizio degli altri. La verità, mi dico, è che io i miei bambini li amo davvero.
È per questo che anche oggi entro in aula. Sono sorridente ma professionale, proprio non me la sento di smettere di assegnare compiti e dare voti: non è vacanza, non possiamo permettercelo. Hamal, fuori dalla finestra, continua a tramontare al suo ritmo impercettibile e implacabile. È il giorno della verifica di matematica, e prima di cominciare passo in rassegna la classe con lo sguardo. Li conosco tutti, non ho bisogno di fare l’appello per vedere che ne manca uno. Dov’è, chiedo, e il compagno di banco mi dice che è rimasto a letto, da un paio di giorni è molto stanco e fatica a muoversi. Qualcuno ridacchia, dopotutto oggi c’è la verifica, ma l’assente è uno dei miei migliori alunni, non inventerebbe mai una scusa come questa. Piuttosto, ne sono certa, si farebbe mettere un’insufficienza.
Distribuisco le schede e nel frattempo rifletto. A scuola la dieta dei bambini è monitorata scrupolosamente: se fosse un problema di denutrizione lo saprei. Certo, non si può escludere che si tratti di una malattia. Lancio uno sguardo esaminatore ai miei alunni in cerca di sintomi misteriosi, ma sono tutti sani, profondamente assorti nelle moltiplicazioni a tre cifre. Mi piace osservarli quando sono così, concentratissimi e silenziosi: ora sì che sembrano un po’ degli adulti. Degli adulti?
Il pensiero è improvviso, il dubbio sul da farsi non dura più di un istante. Sospendo la verifica, chiedo alla capoclasse di controllare i compagni e un minuto dopo volo fuori dalla scuola, dritta verso il dormitorio. L’edificio è deserto, imbocco un paio di corridoi ed entro in una camerata. In fondo, su un letto, c’è qualcosa che si muove appena. Lo riconosco nonostante tutto: è il mio alunno, l’assente.
Gli strati che lo ricoprono non sono completi, ma sarebbero abbastanza spessi da permettergli di viaggiare anche senza tuta. Certo, se solo ci fosse una nave. Lo osservo e mi si annebbia la vista dalla rabbia. «Non prevediamo metamorfosi per almeno un anno», così aveva detto il medico, e adesso eccomi qui. Ripiego le ali e mi siedo davanti a lui, le antenne che mi pendono flosce. Il mio alunno, nel suo bozzolo caldo e organico, non può sentirmi, eppure io sfodero il mio tono più ottimista, lo veno di una severità leggera e glielo dico lo stesso: «Appena ti svegli dovrai recuperare la verifica di matematica, mascalzone».
Nel silenzio della camerata la mia voce suona falsa e innaturale, ed è quasi una fortuna che lui non mi abbia sentita. Sarà notte quando si sveglierà.
Un racconto di Mariastella Cascone

