Alle sette del mattino l’imbarcazione mollò gli ormeggi da Villa San Giovanni per costeggiare il ponte lungo tre chilometri, ribattezzato con nome de La Bestia dagli abitanti di entrambe le sponde. Tiziana si raccolse i capelli in una coda, era venerdì e a fine giornata avrebbe dato loro sollievo con uno shampoo per cancellare la salsedine. Sistemò l’attrezzatura per rilevare il passaggio di qualsiasi tipo di pesce nell’area della ricerca e diede un’occhiata al suo collega Giorgio, che manovrava il timone per mantenere il barchino giusto sul confine della linea d’ombra per sfuggire a un caldo già notevole.
Ascoltando il primo bip della giornata si emozionò, pensando che fosse il polpo gigante che da qualche giorno passava a salutarli a inizio turno, invece era solo un branco di tonni. Appuntò il passaggio dei pesci sul taccuino e volse lo sguardo a prua, verso la Sicilia, dove la costa era dominata dal cimitero. Era bello e fuori luogo, sembrava uno di quei memoriali francesi in cui si ricordano i caduti delle guerre. Si girò a poppa e vide il litorale calabrese, col suo camposanto in fase di completamento da almeno dieci anni. Le acque al centro dello Stretto erano inquiete e incutevano timore, nascoste all’ombra delle torri alte più di trecento metri. La crepa nel secondo livello del ponte che univa Cannitello a Ganzirri, quella che causò la soppressione del servizio dei treni di alta velocità ben prima del sisma, creava un neo di luce nell’oscurità.
“Sono tornati e oggi sembrano ancora più nervosi di ieri. Questi qua ci ammazzano se nello studio non diciamo che i pesci sono spariti per colpa della Bestia. Stammi a sentire”, disse Giorgio, indicando un gruppo di pescatori siciliani. Negli ultimi mesi il malumore degli operatori ittici dell’isola si era inasprito, fino a minacciare violenza su Tiziana e Giorgio, due lavoratori dell’azienda incaricata di stabilire se la costruzione del ponte aveva inaridito i fondali siciliani, spingendo la fauna a spostarsi verso la Calabria.
Già allertata dagli abusi subiti nei giorni passati, Tiziana s’innervosì: se i siciliani le avessero impedito di fare una stima dei pesci che erano transitati per quella zona, si sarebbe dovuta fermare a lavorare anche il fine settimana, mentre Aldo e Greta l’aspettavano a casa. “Noi possiamo solo fare le rilevazioni e comunicare i dati, poi le decisioni le prendono a Bruxelles. Tu non cambiare posizione, rimani sulla linea. Se vengono a rompere il cazzo ci parlo io”, disse mentre osservava la barca allontanarsi dall’isola lungo una rotta che evitava le correnti più forti.
Però la mattinata trascorse tranquilla. Annotò i movimenti di qualche branco di saraghi, cernie e spatole e la comparsa di molti pesci spada diretti a sud. Vide che al porto di Villa si era riunita la solita folla di ristoratori che compravano il pesce da cucinare nel weekend. Da quando la gente aveva smesso di andare in Sicilia per la paura di dover attraversare il ponte, in Calabria si lavorava senza sosta e si guadagnava di conseguenza.
Verso il termine del turno il sole alto faceva in modo che l’ombra cadesse verticale, così la barca di Tiziana e Giorgio, per ripararsi dal sole, era costretta a galleggiare proprio sotto la struttura che nessuno usava più dalla botta, il terremoto che nel ’48 aveva causato più morti di un’epidemia. Ma il ponte aveva retto, come promesso dal Governo.
L’avvicinarsi dell’ora di uscita spinse Tiziana a pensare al viaggio di ritorno verso casa e Giorgio ai suoi giri in bici sull’Aspromonte, facendo perdere loro di vista i siciliani che, sfuggiti alle correnti di Scilla e Cariddi, spensero i motori. I pescatori, sfruttando la corrente che li spingeva verso la Calabria, affiancarono e speronarono la barca dei ricercatori. Tiziana trasalì e ripensò al ponte, a come era rimasto in piedi per decenni, in tutta la sua inutilità. Giorgio provò a sfuggire all’agguato facendo rotta verso il centro dello Stretto, ma i siciliani li avevano lasciati senza possibilità di scampo. Uno dei pescatori saltò sulla barca, aggredì Giorgio e lo fece cadere a mare senza troppa fatica. Poi puntò Tiziana. L’uomo, basso e nervoso, con la pelle bruciata dal sole e la bocca secca, gridava “ci avete rovinato la vita, non peschiamo più una minchia. Dovevate dirlo all’Europa che in Sicilia non si mangia più, che ci devono dare i soldi. Invece avete solo fatto i cazzi dei calabresi!”, poi afferrò Tiziana.
Si sentì un rumore forte e ovattato, come un tuono subacqueo; la barca ondeggiò per un colpo violento e il pescatore fu costretto a mollare la presa. Un altro urto lo sbilanciò, facendolo cadere in acqua. Tiziana reagì in fretta: porse un braccio a Giorgio che nel frattempo era riuscito ad avvicinarsi al natante e lo tirò su, si assicurò che il collega stesse bene, poi si mise al timone per tornare verso la costa reggina, mentre i siciliani cercavano di liberarsi dagli attacchi del polpo gigante.
Un racconto di Ettore De Franco.
Illustrazione di Matteo Belmonte.


Originale, complimenti