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LA TESTA DELLA BAMBOLA

Guardalo, il tuo mondo perfetto, guardalo bene: la siepe, il prato e quell’angolo con gli iris che piacevano tanto a tua nonna, inutili, troppo nobili, un profumo oleoso che dura il tempo dell’unico fiore, poi solo foglie verdi e un bulbo immarcescibile. Un mondo ordinato che tua nonna approverebbe, ma non piace a tua moglie. Tutte le volte che ti avvicini, Ida si allontana ritraendo la spalla. E sta troppo tempo in montagna: dice che l’aria fresca le giova ai nervi, e tu rimani inchiodato in città perché nessuno può abbandonare la propria casa. Lo dice la legge, e la Guardia dell’Attuazione lo mette in pratica: niente case vuote, ché non diventino covo di sediziosi; e niente figlie femmine per otto anni, per provare a riequilibrare i sessi in un pianeta surriscaldato dove, come per i rettili, nascono più femmine che maschi. Chi l’avrebbe mai detto che siamo rettili? E comunque la campagna di riallineamento dei generi è un vero successo, e mancano ancora due anni alla conclusione.

Guardalo, il tuo mondo perfetto, dove non hai voluto figli perché sapevi che non sarebbero stati come quelli sul vecchio libro di Franzen. Ordinati. Inappuntabili. E non li ha voluti neppure Ida, sospetti per non essere legata a te.

Poi hai trovato quella testa di bambola proprio al confine della siepe di lauroceraso, un volto grasso, anche un po’ tonto, i capelli blu e hai pensato che doveva trattarsi di un giocattolo dei pitbull che i due ispanici si ostinano ad allevare di là dalla rete, che soffocano di puzza di merda anche il tuo giardino, maledetti, quelli che hai già provato ad avvelenare ma non ci sei riuscito. Hai scagliato la testa di là. Come fosse una pietra.

Ma stamani, quando studi il giorno dalla finestra, vedi che sul tuo prato c’è una bambina col vestitino giallo, gioca con le sue due bambole, una proprio con quella testa obesa e i capelli blu.

Una bambina.

Col caffè in mano guardi meglio: sta lì, poco avanti agli iris, seduta, infila le gambe dei bambolotti nel verde e ti dici che se ti rovina il prato… Come osa calpestare la tua perfezione? Passi la mano sui capelli a spazzola, sei un uomo d’ordine, uno che sa come vanno le cose; rovinerà il tuo prato e sembra cantare, poi parlare alle bambole senza mandar fuori un suono. Apri piano la finestra per capire di non essere sordo: è rimasto poco che funzioni nel tuo vecchio corpo gagliardo, ma le orecchie, quelle vanno ancora. È lei, la muta che parla ai pupazzi.

Una bambina. Non avrà sei anni. Ti si gelano le gambe.

«Ida» le telefoni in montagna, «che faccio?»

«Che fai cosa? Cosa!» chiede infastidita. La bambina sempre là, seduta sul prato, il vestitino sporco d’erba.

«Allora?»

Stringi gli occhi, poi inspiri.

«No, niente. Mi sono sbagliato.»

E riagganci, sicuro che, se le dicessi la verità, la chiamerebbe lei la Guardia dell’Attuazione e passeresti bei guai.

«Brutti guai!»

Certo, la bambina non è tua, ma non ti crederebbero. Mai:

«È sicuro di non averla mai vista, Generale?»

Mancherebbero di rispetto anche a te che eri un loro capo.

Allora esci controllando il recinto. Lei alza la testa e mima ciao con le labbra. Le chiedi da dove arriva. Ti sorride e col dito indica di là dalla siepe.

«Perché sei qui?»

Giri ancora la testa, ti assicuri che del tuo prato non s’impicci nessuno.

Dice qualcosa.

«Non ti sento» dici marziale.

Con un sussurro: «Il tuo giardino è più bello.»

«Sicuro» ti adatti al volume, «di là sarà pieno di merda.»

Lei ride e si copre la bocca con la mano sporca.

Tiri su col naso: «Quanti anni hai?»

Fa di no con la testa e fissa seria i suoi giochi.

Un rumore lungo dalla siepe, seguito da un guaito, t’immobilizza. Lei quasi se lo aspetta, i pitbull li conosce, mentre tu sei certo che spargeranno parti di te sull’erba rasata.

Tra le radici s’affaccia strisciando una donna, la pelle scura, il naso schiacciato, ha un ghigno di sorpresa che diventa spavento.

«Mia, vieni a casa» dice guardando te, mentre la vedi pensare quale sia l’arma del suo arsenale più adatta a farti fuori.

La bambina scuote la testa e si chiude in una spalla.

«Mia può restare, se vuole» le dici, ma lei s’incazza.

«No hay ninguna Mia, aqui. Mia!»

«Ti prego» sussurra la bambina espirando con cura ogni vocale.

La donna s’inquieta a sentirne la voce. Quando allenta le rughe della fronte, accende una sigaretta e fa un cenno col mento alla bimba. Resta lì distesa e Mia riprende a giocare in quell’allegria silenziosa. Tu ti allontani giusto per dare l’idea di essere un delatore e senti sulla schiena i proiettili che la donna sparerebbe: il tuo mondo perfetto è lo specchio del mondo di fuori (due femmine contro uno). Torni in casa e ti fai un altro caffè. Tua moglie richiama (tre contro uno), si accerta che vada tutto bene, forse spera che tu abbia trovato un motivo per lasciarla. Mentre versi il caffè le dici che gli iris sono fioriti, che in giardino c’è un buon profumo e che finalmente hai visto la faccia della vostra vicina.

«Sei sicuro che vada tutto bene?»

«Bene, bene. Anzi, meglio.»

Dalla finestra Mia ti saluta, interpreta tutti i bambini che avrebbero giocato lì, silenziosi, composti, perfetti, così esci a guardarla trastullarsi. L’altra si sfila dalla siepe e viene a sedere sotto il portico: «Me lo fai un caffè?»

È un ordine, li conosci bene, gli ordini, ti studia, poi restate lì a guardare il giorno che scorre. Lei fuma e beve caffè.

«Mi ucciderai?»

Lei fa una smorfia ambigua.

Tu respira, è un’altra giornata nel tuo mondo perfetto.

Un racconto di Giampiero Pancini.

Illustrazione di Matteo Belmonte.

4 thoughts on “LA TESTA DELLA BAMBOLA

  1. Questo racconto si intona perfettamente con il mio mondo perfetto. Tante riflessioni fioriscono in poche righe.

  2. Complimenti, caro Gianpiero, hai concepito un racconto di grande tensione… i personaggi vividi…
    Sequenze cinematografiche.

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