Belmonte

La difettosa

La difettosa roteò gli occhi azzurri un’altra volta. Accompagnò al movimento un sospiro e poi, con un sibilo, soffiò l’aria fuori dalla bocca. Evitò di fissare i due interlocutori e nascose le mani sudate tra le cosce. Sì dimenò sulla sedia quando un brivido la percorse. Sentì uno scricchiolio. Si fermò.

Hai paura? le chiese il vecchio.

Annuì.

Di noi?

Non si mosse.

La difettosa spiò il volto del più giovane, poi arrossì e sorrise. Tornò a nascondersi osservando la punta logora delle scarpe.

L’anziano le passò un foglio con segni neri e una penna. La donna aprì la bocca e rimase a guardarlo.

Firma.

La difettosa portò le mani alle labbra e le sfiorò.

Non – non – non so, ammise.

Che spreco, disse il giovane sottovoce, nascondendo gli occhi dietro l’ombra della propria mano. Eppure tornava a guardarla, a guardare quell’azzurro…

Così vuoto, sussurrò.

Un cervello così vuoto, disse l’altro.

No, parlavo del cielo. Il cielo quando è senza nuvole.

Il vecchio prese la penna blu e compilò il foglio. Al posto della firma ghirigoreggiò con delicatezza. Sorrise ammirando il risultato.

Ora che la burocrazia è fatta, possiamo procedere, proseguì.

Le si riempirono gli occhi di lacrime. A ogni battito di palpebre, cadevano giù. Non le fu porto un fazzoletto, così la donna si asciugò tutto, anche il naso che aveva iniziato a colarle, con la manica della maglia.

Ma – ma – ma – male?

Il giovane abbassò lo sguardo. Il vecchio si alzò in piedi e si fermò alle spalle della difettosa. Non si preoccupi, le sussurrò. Sarà come addormentarsi: una sensazione di colore e di pace. Poi sarà buio.

La difettosa chiuse le palpebre e sorrise. Non tremava più.

L’uomo vestito in bianco aprì le palpebre subito dopo aver stretto tra le mani il manico di uno specchio che l’infermiera gli stava passando. Fissò i suoi nuovi occhi azzurri, spostandoli da una parte all’altra della stanza.

Come vanno? chiese il vecchio.

Sembrerebbe bene.

L’anziano sorrise.

Non mi aspettavo che funzionassero come…

Come se fossero sempre stati suoi.

Mi piace anche come mi calzano. Certo, disse, vedendo un risultato così brillante, potrei pensare di sostituire qualcos’altro. Non so, i muscoli del petto. O i piedi.

I piedi sono molto richiesti, soprattutto da certe donne. Mogli di funzionari, per esempio.

L’uomo vestito in bianco aggrottò le sopracciglia e scansò lo specchio.

Io, riprese il vecchio, intendevo dire che per noi è un intervento di routine.

Bene, è quello che volevo sentire. Quando fu sulla soglia, si voltò indietro per guardare l’infermiera. Voglio imprimere il suo sorriso nella memoria, disse. È la prima cosa che i miei nuovi occhi hanno visto. Forse sarà la più bella.

La difettosa cercò di aprire le palpebre, ma qualcosa le impedì di farlo. Un dolore acuto, la sensazione di bruciare.

S – s – sto…

Va tutto bene, la rassicurò il giovane lasciando cadere in un secchio giallo ago e filo.

Le prime ore sono cruciali. Non distenderti, non chinare il capo, non fare sforzi.

La difettosa spostò il viso cieco nella direzione da cui era arrivata la voce.

Ti ho dato qualcosa per il dolore. In genere non lo facciamo, ma…

Il giovane la guardò, consapevole dell’impossibilità di essere visto. La difettosa era ancora bella, nonostante le palpebre cucite. 

Mi dispiace, sussurrò, non sapendo se quel pensiero gli fosse rimasto in testa o fosse sfuggito dalla bocca. Mi dispiace, ci pagano per questo.

L’infermiera aiutò la difettosa ad alzarsi. Le passò una mano sulle labbra e poi si voltò sorridendo verso il medico. Si avvicinò al suo orecchio quel tanto che bastava per sfiorarlo. Dottore, confessò. Mi piacerebbe avere una bocca come quella. Pensa che mi starebbe bene?

La difettosa fu trascinata in una stanza diversa da quelle precedenti. A giudicare dai rumori e dai lamenti, doveva essere affollata.

Qualcuno lanciò un grido nella sua direzione. Un grido scomposto, impossibile da decifrare.

Con voce roca una donna le sfiatò in faccia un alito acido: voleva un figlio, quella, quella con i soldi, la figlia di, la moglie di, non ricordo. Me l’hanno tolto dalla pancia ancora avvolto nel mio sacco.

Mi dispiace, mugolò la difettosa.

Sei troppo carina, tu. Non durerai a lungo qui.

Mi faranno tornare a casa?

Se la tua casa è sotto terra, senza dubbio. E rise finché un attacco di tosse la obbligò a fermarsi.

Il vecchio ripose il modulo in un contenitore giallo. Il giallo era per le difettose. Il blu per le menomate nel corpo, ma non nella mente. Nessuno voleva pezzi delle blu, perché il cervello era impossibile da asportare senza provocare la morte della donna. Il rosso, invece, era per le puttane: erano ottime per quelle che volevano figli.

Non ti capita mai di affezionarti? chiese il giovane.

No.

E di soffrirne?

Dovrebbero essere grate, finalmente diamo un senso alla loro vita. Un tempo le avrebbero ammazzate subito dopo essere nate. Grazie a noi, possono essere ancora utili.

In filodiffusione risuonò l’inno del governo dei perfetti. L’uomo vestito in bianco entrò nello studio con due buchi dove dovevano esserci gli occhi. L’abito non era più immacolato ma gessato di rosso.

Quella maledetta. La sua ultima visione continua a perseguitarmi.

Era una piccola e rara controindicazione di cui non amavano parlare.

Vedo ancora nella mia testa l’ago dell’iniezione e i ferri avvicinarsi al viso.

Il giovane nascose un sorriso.

Il governatore si portò al centro della stanza e cadde giù.

Un Racconto di Serena Barsottelli

Illustrazione di Matteo Belmonte

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