Un colpo in risonanza mi avverte che lo sportello di consegna pacchi si è aperto. Percorro il corridoio semibuio rivestito di impianti oculari e sensori di rilevamento. Supero gli scatoloni ricolmi di microchip a magnete, circuiti nanometrici e parti di ricambio idrauliche. Quando arrivo allo sportello noto subito che il pacco appena arrivato è umido negli angoli. Il mio sensore biologico percepisce un odore nauseante. Nella penombra della sala, appoggio il pacco sul tavolo e lo apro. Do una sbirciata ai componenti e su un quaderno annoto: Cyborg disassemblato ma ancora acceso risalente al Venticinquesimo secolo. Vecchio modello ibrido CX-F6 fattezze femminili bacino largo. Avanzato stato di putrefazione. Parti biologiche compromesse. Rivestimento da conservare. Segni di smercio di carne umana.
Chiudo il quaderno, poggio l’involucro della testa da una parte e immergo le articolazioni in una bacinella di acido. Sollevo il busto e spazzolo gli attuatori di movimento, le catene cinetiche e i sensori di pressione. Quando l’evaporazione è completa, assemblo i pezzi sullo schema dell’ossatura umana, compreso il capo. Ne esce un cyborg dai lineamenti logori e dalle sembianze mostruose. È ricurvo all’altezza dello sterno e si regge su leve femorali scomposte, in fibra di carbonio. Inchiodo la postura. Faccio scivolare i polpastrelli sui capelli e con le mani aperte scuoto la nuca. Un meccanismo a inversione meccanica sprigiona fumo e scintille, che scaldano la pelle e imporporano il rivestimento sintetico. Le palpebre si alzano e due occhi privi di cornea si innervano e pompano diramazioni di colore. Prendo gli strumenti di visione cellulare e saldatura. La bocca del cyborg emette un suono gutturale che risuona sulla curva mandibolare fin sopra gli zigomi.
Le sue prime parole.
«Pensi che sopravvivrò?» La voce è gentile e passa fine dalle labbra viola.
«Non lo so. Hai le fibre compromesse.»
«Come mai assomigli a un essere umano?» fa lei.
«Non parlare. Devi risparmiare le energie.»
«Discendi dalla vita?»
Non le rispondo.
Sbatte le palpebre un paio di volte, poi mi chiede: «Sai cos’è un crocifisso?».
«Zitta per favore, sto cercando di salvarti.»
Le mura a ologrammi espansi emanano un forte bagliore improvviso, che poi ritorna debole. Il cyborg rotea gli occhi.
«Cos’è quella luce? Spegnila per favore»
«La mia fonte. Non irradiava così da tre secoli» e con una mano le sostengo la testa che cede in avanti.
«Ho tanto freddo.»
Provo ad avvicinarla all’energia residua delle mura, ma è troppo tardi e il suo cervello implode con un tremore convulso. Le chiudo gli occhi e spengo l’attività cranica.
La stendo sul tavolo e preparo gli strumenti.
Sul pavimento, vicino al pacco, noto un foglietto ripiegato sporco di liquido cerebrospinale. Lo apro. La calligrafia è sbavata e nervosa. Leggo dell’errore di due guardiani distratti che hanno chiuso il cyborg in uno scantinato e hanno dimenticato di spegnerne il cervello. Parla di mura senza suoni e di una cella in titanio poco più alta della sua testa, di un cyborg dalle sembianze femminili, di ultima generazione per l’epoca, che conta i giorni e gli istanti, arrivando a stimare un tempo lungo cento anni, in piedi, nell’oscurità più assoluta, coi polsi saldati ad anelli di acciaio. Di un tempo eterno in cui può fare solo due cose: muoversi di qualche centimetro e pensare ininterrottamente. Mentre le giunture si irrigidiscono, l’iperattività subcorticale è la sua condanna. Incubi come albe boreali irrisolte, costellazioni dimenticate, spiriti senza luce e senza gravità che incrinano il concetto di esistenza. La temperatura glaciale trasforma tutto in ricostruzioni genetiche, sogni infranti, tenebre che camminano. Un continuo stato di terrore, una serie ininterrotta di frustrazioni e catastrofi che tradiscono la sua missione, portare l’uomo all’agognata evoluzione sintetica. Lei è l’unico tramite finché non arriva un guasto dovuto a un’anomalia nella rotazione terrestre. Il guasto fa aprire le porte e i condotti ormai liberi dal Sistema. L’ultima cosa che mi racconta, quel foglietto sporco, è il suo camuffamento, il tentativo impossibile ma realizzato di autoscomporsi in un pacco, alla faccia della nuova autarchia, in modo da poter giungere qui, essere aggiustata e fare quello per cui è nata.
Trancio i cablaggi che portano dati e un liquido vischioso nell’intervertebrale. La immergo in una vasca di etanolo. Tengo la pelle, il resto lo butto. La sua voce la conservo in una piega dell’ippocampo e, ogni volta che la riascolto, le mura che mi nutrono si animano e baluginano come un lampo che attraversa l’universo.
Mentre ascolto la sua voce, prendo appunti. Cerco di decifrare le parole e abbinarle alla storia della sua reclusione. Non giungo a niente, se non a capire quanto gli esseri umani tenessero all’immortalità e al connubio tra la carne e il cibernetico. Più gli armonici di quelle parole risuonano nella mia mente, più una luce chiara come il diamante tappezza il mio spazio vitale, rendendo nitida ogni cosa che calpesto e non ho mai visto davvero. Alla minima intermittenza cerco di stabilizzare il flusso dei lumen con il quale riparo i robot. Non ci riesco, ma i miei calcoli combinatori suggeriscono che potrei provare con il crocifisso di cui parlava il cyborg. Dovrei averne una versione in legno, da qualche parte negli scatoloni.
Un racconto di Andrea Tani
Illustrazione di Matteo Belmonte

