bottone

Eden

Gary dice che nell’Eden di sir Winton è custodito un homunculus. Gary è un credulone e gli homunculus un mito. Però dice anche di aver trovato un varco da cui entrare. Non mi interessa se c’è un homunculus, ma dentro a un Eden ci voglio andare. Lì ci sono alberi alti e verdi, e animali di tutti i tipi.

«Allora, Eveline?» mi fa Gary. «Andiamo?»

Ha un livido viola sulla guancia e chissà quante altre botte sul corpo. L’hanno trovato che girava intorno all’Eden. Se lo prendono una seconda volta saranno ancora più cattivi. Ma lui è testardo.

«Sei sicuro che non si siano accorti del varco?» Voglio entrare nell’Eden, ma non voglio essere picchiata.

«Figurati; le guardie passano il tempo a bere gin. Lasciano fare tutto agli automi e quelli non si accorgono di queste cose.»

Fisso l’Eden. Con tutti i suoi pannelli di vetro e ferro, è più grande persino delle fabbriche d’acciaio. Dietro il vetro opaco si vedono macchie verdi. Alberi.

Gli automi ci girano intorno, ruotando sulla grossa sfera gialla che hanno al posto delle gambe e da cui spunta il busto dalla forma umana appena sbozzata. Il vapore gli esce dallo sfiato tra collo e spalla ogni pochi secondi.

«Guarda.» Gary mi indica degli ingrossamenti nella terra vicino alle pareti. «Sono le radici degli alberi. In un punto hanno rotto il vetro. Possiamo entrare da là.»

«E per gli automi come facciamo?»

«Facile. Partiamo appena passa questo automa ed entriamo prima di quello successivo.»

«Non è meglio…»

Non mi ascolta. Parte e io devo seguirlo. Vorrei essere più veloce, avere gambe più lunghe. E se l’automa ci vedesse?

Arrivo alle pareti dell’Eden con il fiatone. Mi guardo attorno: non c’è nessuno.

«Dov’è il varco?»

Gary non mi risponde. Gira intorno alle pareti alla sua ricerca. Alcuni pannelli di vetro hanno delle crepe alla base, ma non ne vedo nessuno di rotto.

«Eccolo!»

Mi giro verso Gary. Più lontano sento altri suoni: lo sfiato del vapore, il rotolare della sfera sul terreno irregolare, l’oscillare e vibrare delle giunture meccaniche.

Corro da Gary; è già a metà del varco. «Fai presto!» gli dico.

Le sue gambe scompaiono oltre il vetro. Mi chino e striscio sotto. La terra mi graffia le braccia e le gambe, ma sono dentro. L’automa passa senza fermarsi.

«Guarda, Eve!» Gary allarga le braccia. «Non è magnifico?»

Mi rialzo e fisso gli alberi. Sono alti quanto le ciminiere delle fabbriche, ma molto più grossi. Hanno rami coperti di foglie verdi e sembrano fare a gara per occupare più posto. Sotto c’è erba e fiori di tutti i colori. Manca solo il grigio. Quello è rimasto fuori, depositato dal fumo e dalla cenere.

Forse è per questo che i ricchi costruiscono gli Eden. Non per gli alberi, ma per aver un luogo in cui il grigio non possa entrare.

«Non è magnifico?» ripete Gary.

Non dico nulla. Mi gira la testa. C’è un odore strano, forte. Saranno gli alberi o forse la terra.

Mi avvicino a un fiore giallo, dai petali ampi, che formano una piccola trombetta. Annuso. L’odore dolciastro mi fa turare il naso.

«Lascia perdere i fiori, cerchiamo l’homunculus.»

«Io voglio vedere gli animali.»

Gary scrolla le spalle. «Possiamo vederli entrambi.»

Si incammina e io lo seguo. Andiamo verso il centro, credo. È difficile capirlo, perché qui non ci sono strade. A un certo punto entriamo in una radura libera da alberi, tranne uno, bianco e grande.

«Non è un homunculus» dice Gary deluso.

«Non è neppure un animale.» Non ne ho visto neanche uno qua dentro.

Andiamo comunque a vedere, perché un albero da solo è strano e magari nasconde qualcosa. Invece troviamo qualcuno. Un ragazzo, seduto sulle radici.

È nudo ed è bianco, come l’albero. Solo gli occhi sono diversi, rossi. Se non fosse per il colore della pelle, sarebbe il ragazzo più bello che abbia mai visto.

«Sei l’homunculus?» chiede Gary. Allora aveva ragione, c’è davvero.

«Sono Adam.» Ha una voce acuta, da bambino. «E voi siete degli invasori.»

Dei tonfi alle nostre spalle. Mi giro e vedo gli animali. Sono di tutte le dimensioni e forme; alcuni hanno corna e zoccoli, altri denti e artigli. Tutti avanzano verso di noi, circondandoci.

Non sono amichevoli come pensavo.

«State indietro!» grida Gary. Ma loro non lo ascoltano.

C’è un odore famigliare, ora. Non di terra né di fiori. L’odore di vapore emesso dalle macchine. Un velo grigio macchia l’erba, deturpa l’arcobaleno di colori. 

«Non sono veri.» Guardo l’homunculus. «Sono automi.»

Fa una faccia imbronciata. «Sono i miei animali. Tu chi sei per parlarne male?»

«Sono…» Ho un’idea. «Sono Eve.».

L’homunculus è sorpreso. Gli animali si fermano. Ha funzionato.

«Sei la donna con cui devo regnare sull’Eden?»

Regnare qui dentro… Gli alberi sono tanto alti da coprire i vetri, gli automi tanto perfetti da scambiarli per animali veri. Potrei vivere bene qui dentro. Convincermi che sia davvero l’Eden.

Gary mi fissa spaventato. Ha paura che accetti. Ma io non voglio rimanere chiusa dentro una scatola.

Forse sono davvero Eva.

«No. Sono la donna che ti porterà fuori. Nel mondo reale.»

«Reale…?»

Povero bambino. Quante cose non sa. Lo raggiungo e gli afferro il braccio. La sua pelle è fredda, liscia e profuma di terra. «Vieni con me. Ti guiderò io.»

Superiamo gli animali che rimangono immobili. Forse non sono programmati per questo caso. Oppure era proprio ciò che stavano aspettando.

Macchioline grigie tingono il manto erboso, si contendono lo spazio con il verde e il giallo dei fiori. L’odore della terra si intreccia con quello del vapore.

Un racconto di Alessandro Manzato

Illustrazione di Bottone

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