«Tuo figlio vuole vestirsi da strega»
La Signora Viviani-in-Palazzi-Crespi si comprime, minuta, dietro la notizia appena scaricata sulle tempie del marito, immerso in una video-call di lavoro nel mattino pallido di un prefestivo cinque-di-gennaio.
«Cioè da mago? Stregone?» rimpalla domanda distratta.
«No. Proprio da strega» puntualizza la Signora.
«Come scusa?» l’attenzione periferica dell’Alessandro Alberto Palazzi-Crespi manda segnali di allarme: una piccola controversia potrebbe minare l’Equilibrio Familiare® del pianificato week-end lungo in località alpina di prestigio. Lavoro agile e festività epifaniche con consorte e prole al seguito.
«Vuole tenere una scopa tra le gambe, le ciglia lunghe e il naso finto, un gonnellone e il rossetto nero. Un paio delle mie scarpe vecchie col tacco, rotte». La precisazione innalza il livello di pericolo da piccola controversia a potenziale criticità.
«Ma, questo travestimento…non c’è da uomo?» tergiversa l’amministratore delegato, infastidito dalla problematica familiare espressa proprio durante un serrato meeting per progetti top value. «Sì insomma, da bambino. Maschio».
Risposta muta. Gli occhi vacui della maternità affaticata dagli impegni istituzionali suggeriscono un ostacolo non delegabile. Occorre imporsi. Il compito del padre. «Va bene il folklore, ma non capisco perché mio figlio vuole vestirsi come una vecchia baldracca che viene bruciata per la gioia di quattro paesani».
«Sandro, il microfono è acceso» ammonisce la Signora, terrorizzata dalle avvisaglie di crollo della loro immagine di famiglia perbene nel pieno della conferenza trimestrale con gli azionisti.
«Scusate, mi devo assentare. Urgenze familiari».
Sopracciglia corrugate dal peso dei pensieri si congedano da una platea di lettere senza faccia dentro un laptop. Sette anni dovrebbero essere abbastanza per distinguere il giusto dallo sbagliato, o almeno cosa è decoroso da cosa non lo è. Non sono serviti i film di Superman imposti nel periodo festivo, le macchinine e i soldatini sotto l’albero di Natale. Nemmeno la muscolatura scolpita delle action figures dei cartoni animati ha fatto capire a Leonardo Carlo Palazzi-Crespi quali sono i modelli da seguire, i travestimenti a cui aspirare, insomma, in cosa identificarsi.
«Non possiamo dirgli che per la befana non ci si traveste? Non è Halloween». Osserva l’Alessandro Alberto, sondando il perimetro delle potenziali scappatoie.
«Ho già provato, non ne vuole sapere. Dice che anche i suoi amichetti si travestono» spiega la Signora, ancora sgomenta della testardaggine querula con cui un bambino nemmeno decenne si può imporre in una discussione, forte della consapevolezza di chi dalla nascita vede accondiscesi tutti i propri desideri.
«Si vestono tutti da befana?» contesta con una vena di terrore l’Alessandro Alberto al pensiero della tenera giovinezza maschile delle famiglie-bene di città che, truccata in biacca e rossetti viola, solca i sampietrini del borgo alpino chic in sella a scopettoni rimediati a buon mercato, con il benestare di genitori troppo spaventati dal conformismo conciliante per imporsi.
Sbrodola in sottofondo la Signora: «Pare di sì, ho già sentito la Leti e la Marzia. La madre del Luca no perché sai che io a quella lì che è strana non do confidenza. Sembra che anche l’Andre e il Tommi vogliano fare i befani. Dice la Leti che l’idea gli è venuta oggi pomeriggio, vedendo i manifesti del Viaggio della Befana, sai no, che c’è lo spettacolino con quell’attricetta che si trucca e fa un po’ di show in paese. Per i bimbi. Dice che glie l’ha detto Jocelyn. La tata, te la ricordi no? A parte che io non ce li avrei proprio portati. Ma comunque io e la Leti eravamo impegnate a organizzare la cena con degustazione a base di vini autoctoni del centro-Italia, rigorosamente a bacca bianca, si è deciso. Fatto sta che in paese ce li ha portati lei che, tanto cara eh, ma con l’italiano ancora fa fatica. Quindi non deve aver capito subito…»
Taglia corto il patriarca, con brusca decisione in punta di autocompiaciuta ironia: «Al massimo gli posso concedere di travestirsi come uno dei re magi, possibilmente non quel che l’è negher».
«Sandro, per favore, si dice di colore».
Vengono sgominate in brunch festivo le resistenze filiali delle aspiranti befane, previo conciliabolo presso tavola rotonda virtuale nel gruppo Whatsapp Families delle montagne, non senza spargimenti di emoji. La sera del sei-di-gennaio l’Alessandro Alberto si tiene saldo in groppa il Leonardo Carlo, affinché veda. Viene momentaneamente accantonata la massima secondo cui i bimbi grandi non devono più chiedere di essere portati sulle spalle, così come il peso dei trentadue chili di erede sulla schiena smilza di un fisico da nottate in ufficio. Conta solo la poca pelle scoperta del viso stupito, accarezzata dai coriandoli di cenere del falò. Un pupazzo di fascine in vimini appassisce a fuoco lento, circondato da Moon Boot e Moncler di fotografi improvvisati, punteggiati dalle strisce giallonere della protezione civile. È la vecchia baldracca che brucia in una pira di legna sotto gli occhi diluiti dal fumo dei villeggianti habitué del rito.
Dalla sua seduta rialzata, il Leonardo Carlo sbircia le teste dei suoi amici, appollaiati sulle spalle dei padri, issati sugli steccati o accovacciati in prima fila accanto alla pira.
Nessuno si è vestito da strega.
Un racconto di Fabrizio Matetich
Illustrazione di Bottone

