Lo zio reggeva una ziggurat formata da tre pacchi avvolti in carta luccicante e colorata.
«Qualcuno è così gentile da darmi una mano?»
Lo aiutai.
«Gentilissima» disse, facendo sibilare la doppia esse.
Mi inginocchiai e, con garbo, li sistemai sotto l’albero.
«Questo dev’essere vuoto. È troppo leggero».
«Vuoto? Vedrai, piccola Lucy. Vedrai».
«Si vanta di conoscere il galateo» disse la zia, entrando in quell’istante e carezzandosi il pancione, «ma poi mi fa fare due chilometri perché ha trovato parcheggio».
«Il dottore ha detto che devi camminare».
La nonna affiorò dalla cucina, portandosi dietro la puzza di fritto, porse i suoi saluti.
«E quello sarebbe un presepe?» chiese lo zio, liberandosi del Moncler verde acido.
Aiutai la zia a togliere il soprabito e lo sistemai sull’attaccapanni.
«Corro in bagno» disse, contorcendosi come Elvis quando cantava Hound Dog.
Un gradino alla volta, scomparve alla vista di tutti.
Poco dopo, un tonfo.
«Tutto bene, zia?»
«Tutto bene». Era la voce di mio padre. «Mi è… Sono scivolato!»
«Allora? Come va con gli allenamenti?» chiese lo zio.
«Non lubrifico la scina da ottobre».
Spalancò gli occhi e tirò indietro la testa, allungando oltremisura il collo.
«Cosa?»
«Mi hanno pregata di non partecipare, quest’anno».
«Ma non possono fare una cosa simile».
«Lo hanno fatto. E hanno ragione. Sono tre anni di seguito che vinco, mettiti nei loro panni. Hanno paura che il premio diventi una pagliacciata. Vogliono scongiurare che chi visiti il sito trovi solo e sempre il mio nome. In ogni caso mi hanno promesso che mi inseriscono nella giuria».
«Sì, però, la balestra devi continuare a oliarla. Se non lo fai il serving può… Ma che te lo dico a fare, lo sai benissimo. Però, dannazione, bisogna avere cura delle proprie cose. Da quant’è che non cambi la corda?»
«No, no, la corda è nuova di pacca».
Per qualche secondo lo sguardo dello zio si perse sulle scale, tra le sbarre del corrimano.
All’improvviso, dalla scala, spuntò papà.
«Ho, ho, ho! Buon Natale fratellone» esclamò, saltando gli ultimi due scalini.
Ormai la vigilia stava volgendo al termine. Il silenzio era rotto solo dal rumore della lavastoviglie e dal fruscìo dei baccelli delle arachidi.
Lo zio diede uno sguardo all’orologio, ciucciò l’ultima conchiglia di San Giacomo e disse: «Mancano cinque minuti».
Poi si alzò, facendo cadere all’indietro, senza intenzione, la pesante sedia.
Scartai il mio regalo con avidità: una mascherina per dormire e dei tappi.
Una mascherina?, dei tappi? Che cazzo di regalo è?
«Zio… Ma cos…»
«Tranquilla, tranquilla, è solo l’inizio».
Mio padre, nel suo, di pacco, ci trovò una busta bianca. Mentre se la rigirava tra le mani, lo zio gli disse: «Su, su, aprila».
Quando mio padre scartò il foglio che conteneva la busta restò a guardarlo per un tempo infinito, in silenzio.
«Su, su leggi, fratellino».
«Lucy… I tappi. È proprio venuta l’ora di usarli».
«Posso spiegarti» disse mio padre.
«È tardi per i ripensamenti, non credi?»
«Franco» disse la zia con un filo di voce.
«Che succede?» chiese la nonna.
Lo zio ci guardò come se ci vedesse tutti per la prima volta.
«Niente di che, mamma, tuo figlio si scopa mia moglie. E, considerato che il sottoscritto è sterile, tuo nipote è suo».
«Allora?! Vuoi metterli o no ’sti cazzo di tappi?!»
Li bagnai con la saliva, me li rotolai tra le dita e li infilai nelle orecchie.
Mi prese con un braccio e mi accompagnò di sopra, in camera mia. Non fu per nulla aggressivo. Pertanto niente poteva condurmi a pensare quello che di lì a poco sarebbe accaduto.
Aprì le due ante dell’armadio e mi ordinò di nuovo di coprirmi gli occhi con la mascherina.
«Zio, perf…»
«Lucy… la mascherina».
«Resta qui. E smettila di piangere!»
Quando richiuse l’armadio, le ante mi sfiorarono le ginocchia. Mi misi di lato e stesi le gambe, con un piede carezzai la custodia della Predator.
Uno sparo. Un altro. E un altro ancora.
Iniziai a respirare lentamente, col diaframma. Come mi avevano insegnato al poligono.
Mi sfilai i tappi e la mascherina, stavo per uscire dall’armadio quando sentii i gradini scricchiolare. Malgrado cercassi di controllare la respirazione, il mio cuore prendeva a cazzotti il mediastino.
Avvertii dei passi sulle scale.
Dall’armadio non potevo arpionarlo, non avevo spazio sufficiente per tenere dritta la balestra, e poi considerai per un attimo che da basso fosse potuta andare diversamente, e quei passi concitanti fossero di mio padre. Stavo per scoppiare a piangere quando, a un certo punto, vidi la luce aggredire il buio; le ante, lentamente, si stavano schiudendo, ma prima che si aprissero completamente scagliai un calcio, tanto forte da scardinarne una.
Purtroppo di fronte a me c’era lo zio, che perse l’equilibrio e cadde sul letto.
Lo verrettai. Senza pietà.
In mano non aveva la pistola, bensì un pacco oblungo; era impacchettato con della carta da regalo azzurra. Non era tra quelli che avevo sistemato sotto l’albero. Lo scartai con rabbia.
Era una faretra con dodici frecce in carbonio.
Quello che vidi quando scesi di sotto non lo auguro a nessuno.
Erano. Tutti. Morti.
La zia aveva l’addome squartato. E il suo intestino traboccava dalla bocca di mio padre. Dove prima si trovava il feto, stagliava, tra le ultime due costole, la Sacra Famiglia.
Di lungo, poggiata tra il bue e l’asinello, c’era una striscia di carta dorata; in stampatello, a penna nera, stagliava la scritta: buon natale famiglia!
Un racconto di Gino Ciaglia
Illustrazione di Angelo I.

