Si vede subito che le due signorine della pasticceria sono sorelle, i capelli bianchi raccolti in una crocchia, gli stessi lineamenti, sempre prudenti, modeste, educate.
Si muovono con gesti misurati e passettini brevi, sincronizzate come in un balletto, attente a non urtarsi mentre confezionano i vassoi con i pasticcini o i sacchetti di biscotti per i clienti. Nel tempo hanno sviluppato i modi affabili da negozianti, salutano sempre con un sorriso e un arrivederci mentre congiungono le mani e inclinano la testa di lato.
Passano la giornata con lo sguardo del fratello puntato sulla schiena. Da anni Pier vive nel laboratorio attiguo al negozio, non esce quasi mai, ma dalla sua postazione di lavoro riesce a vedere chi entra e ascolta tutti i discorsi. Dai rumori che giungono dal retro, le sorelle ne intuiscono lo stato d’animo.
Nessuno si chiede più se Pier non ha amici o una fidanzata, per tutti è semplicemente l’ofelè, il pasticcere.
Le signorine invece non hanno mai dato confidenza agli uomini, non si sa se per scelta consapevole o semplicemente non ne sono mai state capaci. Due brave ragazze invecchiate senza diventare donne.
Da un po’ di tempo però Pier non sta bene. Dal dottore non vuole andare, è inutile che le sorelle insistano, dice che ha passato i sessant’anni e sta solo invecchiando. Ha stretto la cintura di un paio di fori, di mangiare non ha più voglia. Si sente affaticato ed è costretto a sedersi per non cadere a terra dalla stanchezza mentre prepara un pan di Spagna o una crema pasticcera. Il viso gli si è come svuotato, le guance sono scivolate giù e gli occhi affondano enormi nelle occhiaie scure.
Una mattina si sveglia in ospedale e non ricorda come ci è arrivato. Ha una flebo nel braccio e il medico seduto accanto al letto tiene in mano una cartella che ogni tanto consulta. Deve rimanere ricoverato, dice il medico, i risultati dei primi esami meritano un approfondimento. Una formula sibillina che non promette niente di buono.
Pier non ha energie sufficienti per opporsi ed è costretto alla routine ospedaliera in cui c’è sempre qualcuno in agguato con un’iniezione, un termometro, l’apparecchio per la pressione, una flebo. Quando addirittura non lo infilano in un tubo legato come un salame mentre osservano su uno schermo i suoi organi interni.
«Dottore, non mi racconti balle. Ci arrivo a natale?».
«Sì. Stia tranquillo. Iniziamo subito la chemioterapia e …».
«Natale va bene. Basta così».
Il medico è perplesso, forse non si è spiegato bene, ma non c’è argomento che tenga, il paziente è deciso, ha fretta di andarsene, saluta indietreggiando e ringrazia, un mese gli basta.
Prima di congedarsi definitivamente dal mondo, Pier deve pareggiare i conti in sospeso. Ha già fatto un piano, quest’anno un panettone avrà un ingrediente segreto, inodore, insapore, invisibile: il topicida. È il regalo perfetto per quella grandissima stronza che si crede la custode della morale pubblica, una vipera bisbetica che passa il tempo a scostare le tendine per spiare il prossimo, interpretare i fatti, aggiungere dettagli di sua invenzione e riferire al prete.
A lei cosa interessava se lui e l’unico ragazzo con cui avesse sentito un’affinità sincera si frequentavano? Non l’ha più incontrato un amico così. Ha idea di cosa significa per un ragazzo timido essere additato come pervertito? E vivere in un paese dove le madri raccomandano ai figli di starti alla larga?
Qualcun altro potrebbe assaggiare il panettone, qualcuno che non ha nessuna colpa, ma la vita è ingiusta. Nemmeno lui meritava un cancro che non lascia scampo, invece è successo. Non c’è più tempo per gli scrupoli, lo deciderà la sorte a chi tocca.
Mancano tre giorni a natale. Pier prepara gli ingredienti, mette nella planetaria la farina, il lievito di birra e lo zucchero sciolto, mescola, poi copre l’impasto e aspetta si gonfi lentamente, come per magia. Aggiunge burro, uova, uvetta, arancia e cedro canditi. Accarezza l’impasto con la mano aperta, ne controlla la consistenza, è liscio, soffice, profumato, lo copre di nuovo e lo mette a riposare per tutta la notte. Prepara la glassa con le chiare d’uovo e le mandorle. Il giorno dopo cuoce i panettoni nel forno e poi li appende capovolti a raffreddare. Rimane lì a guardarli respirandone la fragranza. Scrive un biglietto, la strega deve credere che il panettone glielo manda il parroco.
È il momento di aggiungere il regalino, impacchettare e consegnare con tanti auguri, ci vediamo nell’aldilà. Gli esce una risata sardonica. Non finirà in prigione, se ne sarà andato prima.
Però ora c’è un imprevisto: non riesce a scegliere il panettone. Allunga la mano poi esita, si ferma, li guarda tutti e nessuno gli pare quello giusto. Pier è agitato, confuso, si siede, si alza, esce, rientra, poi d’impulso prende un panettone ancora tiepido, il topicida è a portata di mano. Ma lui si blocca.
Eppure per la destinataria del veleno prova solo odio, è lei che gli ha rovinato la vita, con le sue maldicenze l’ha condannato a un’esistenza segregata, nascosto e schivo come se dovesse vergognarsi di qualcosa. Sente un fortissimo desiderio di ucciderla, avvelenarla e stare lì a guardarla che si contorce per terra tra dolori lancinanti. E sarebbe solo giustizia!
Invece la stronza continuerà a vivere ignara della sua buona sorte.
Pier tiene tra le mani il panettone che stava per sacrificare, è soffice, tiepido, buono. Un capolavoro di dolcezza da condividere con chi si ama. Non lo può sprecare per chi non lo merita.
Lo avvicina alla guancia. Scusami, gli dice sottovoce.
Un racconto di Ornella Zambelli
Illustrazione di Angelo I.

