Angelo I.

Il mostriciattolo

Entrare è stato un gioco da ragazzi, non hanno dato nemmeno il giro alla serratura. Il salotto è buio. Silenzio totale. Accendo la torcia del telefono e do un’occhiata intorno. È un appartamento lussuoso che puntavo già da un po’. Ci sono perfino tappeti persiani che valgono una fortuna. Un peccato che non abbia un complice per ripulirlo come si deve, ma nessuno ha voglia di lavorare la notte di Natale. Un mucchio di soprammobili, cianfrusaglie dalla quale però non ricaverei nulla. Vado al mobile e sgraffigno l’argenteria, roba sciccosa. Tutta nel sacco.

Poi noto i regali sotto l’albero: magari il maritino ha comprato un bel collier alla mogliettina. Mi chino e…

«Ciao» una vocina.

Cazzo, sono fottuto! Adesso la luce illumina il salotto. Mi volto tremando e sulla rampa di scale vedo un moccioso che avrà al massimo dieci anni.

«Ciao» balbetto. «Come… come ti chiami?».

«Marco» fa lui.

Ci fissiamo per qualche secondo.

«Cosa ci fai alzato a quest’ora?» bisbiglio.

«Volevo vedere Babbo Natale».

«Uhm… E mamma e papà?».

«Dormono».

«Dovresti andare a dormire anche tu, altrimenti mi riprenderò subito il regalo che ti ho portato e ti darò solo carbone».

Quello mi squadra muto. Poi domanda: «Perché sei venuto a rubare proprio a casa nostra?».

«Rubare, scherzi? Sono Babbo Natale, ho portato i regali».

«Tu non sei Babbo Natale».

«Sì che sono Babbo Natale. È solo che non indosso il mio solito vestito rosso, ne ho uno normale».

«Mi fai scemo?».

«Ma ti dico di sì! Non vedi il mio sacco, i regali sotto l’albero? Li ho messi proprio adesso».

«Sei magro, sei giovane… A chi vuoi darla a bere?».

«Uhm, ascolta, io…».

«Se sei davvero Babbo Natale allora dimmi qual è il mio regalo. La mia letterina l’hai letta. Dai, dimmelo».

«Come cazz… come faccio a ricordami delle lettere di tutti i bambini del mondo?».

Il mostriciattolo non risponde, dalla tasca cava il telefono, me lo punta contro e il flash mi acceca per un istante.

«Ehi, che hai fatto?! Dammi subito quel telefono» dico andandogli incontro.

«Se ti avvicini mi metto a gridare».

«Va bene, va bene» obbedisco. «Ma dammi quel telefono».

«No».

«Cancella immediatamente quella foto».

«Perché, sennò che mi fai?».

«Io… guarda che ho una pistola!».

«E vediamola».

«Senti bamboccio, fa’ quello che ti ho detto e forse non ti farò male».

«No, stammi a sentire tu, cretino. Se non te ne vai, mi metto a gridare, così i miei si sveglieranno, chiameranno la polizia e tu passerai Natale in prigione».

«Figlio di».

«Ah ah, non si dicono le parolacce».

Mi prudono le mani. Il bambino scende qualche gradino e dice: «Cosa ci fai ancora qui? Forza, vattene. Aria!».

Me l’ha fatta, non c’è che dire. Fregato da uno stronzetto smorfioso, solo a raccontarla in giro… Scuoto la testa e mi avvio alla porta.

«Il sacco» fa il bambino.

«Cosa?».

«Il sacco, lascialo. Quelle non sono cose tue».

«Oh… sì, scusami».

«Non fa niente».

Mollo l’argenteria, e mi piange il cuore. Faccio per uscire e quello mi dice: «Comunque non sei un bravo ladro. Devi cambiare lavoro».

«Che hai detto?».

«Sei sordo o cretino? Ho detto che devi cambiare lavoro».

«Ma come ti permetti? Sei proprio un… Lavoro in giro di questi tempi non ce n’è».

«È una scusa».

«Che ne sai tu? Sei solo un piscialetto».

«Non ho mai fatto la pipì a letto, e tu sei il ladro più cretino del mondo. Non ti porti nemmeno una pistola dietro».

Cazzo se ha ragione, fa sempre comodo averne una, non si sa mai. 

«Che lavoro vorresti fare?» mi chiede a un tratto.

«Come?». 

«Oh, ma ci senti? Ho detto: che lavoro vorresti fare?».

«Io, uhm… veramente non lo so».

«Come non lo sai?».

«Non lo so».

«Dovresti saperlo».

«E invece, guarda un po’, non lo so!».

«Pensaci».

«A cosa dovrei pensare?».

«A una cosa che ti piace, tranne che rubare. Un lavoro bello, dico».

«Ma io non… per me un mestiere vale l’altro».

«E allora è proprio questo il tuo problema».

«Cioè?».

«Non ci arrivi? Tu non sai nemmeno che lavoro vuoi fare. Non hai le idee chiare».

«Io non ho le idee chiare?! Ma sentitelo! E tu che vuoi fare da grande?». 

«Il neurochirurgo come mia madre».

«Il neurocosa?»

«Il neurochirurgo, uno che sistema i cervelli scassati come il tuo». 

Giuro che gli darei tante di quelle mazzate.

«Ma i tuoi figli sanno che fai il ladro?» chiede.

«Non ho figli».

«E una moglie?».

«No».

«La fidanzata?».

«Nemmeno».

«…mi dispiace».

«Per cosa?».

«Che sei solo».

«Non sono solo, io! Ho… ho degli amici».

«Ladri come te?».

«Alcuni sì, altri no».

«Capito».

Restiamo zitti. Il bambino sbuffa, mi guarda spazientito e dice: «Va be’, senti, ora te ne devi andare».

Sì, me ne vado, altrimenti lo meno sul serio. Sto per uscire, ma poi mi blocco e gli faccio: «Ehi, comunque grazie per non esserti messo a gridare».

«Ah sì, prego. Però vai, ch’è tardi e c’ho pure sonno».

«La foto la cancelli?».

«Sì, ma solo te ne vai subito».

«Okay. Ciao, e buon Natale».

«Grazie, anche a te». 

Fuori fa un freddo! Mi sfrego le mani, giro l’angolo e m’infilo dritto in macchina.

Le strade sono deserte. La radio manda Last Christmas, mi innervosisco e la spengo. Proseguo verso casa e non so… ho un nodo allo stomaco. Ripenso alle parole del mostriciattolo e lì per lì mi arrabbio ancora di più, ma alla fine sorrido. Andrò al centro per l’impiego o farò qualche chiamata in giro, qualcosa salterà fuori. Sì, però dopo Natale, ad anno nuovo.

Un racconto di Matteo Romano

Illustrazione di Angelo I.

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