Per cinque mesi si era limitato a muovere solo sulle caselle nere. I vestiti che indossava e lavava si erano ridotti a un fantoccio su una sedia in un angolo, mai ripiegati con cura, e nel suo schema difensivo solo la barba che cresceva gli ricordava che il tempo stava passando. Quando era tornato l’inverno aveva deciso di tornare a casa. Era una di quelle mosse fatte dopo un lungo silenzio, senza sapere perché. Il paese non era cambiato, ma anche se così fosse stato sotto un metro di neve bianca non si sarebbe visto. I suoi genitori avevano installato due lanterne ai lati della porta. Mandavano la stessa luce calda dei lampioni sul ponte che attraversava il torrente e tagliava a metà il paese in gran parte bianco. C’erano pile di legna sotto la tettoia del fienile, e anche sotto il vólto in pietra che sosteneva la scala esterna che portava ai piani superiori. Aveva trovato il letto fatto e l’appartamento al piano terra caldo, e dopo due giorni di nulla aveva preso l’abitudine di salire in mansarda per cenare.
Il giorno di Natale aveva dormito fino a sera. Quando era salito suo padre riposava sull’isola del divano. Aveva già cenato e il cellulare si illuminava ogni pochi secondi, senza che questo lo disturbasse. Sua madre aveva lasciato una minestra in due piatti a raffreddare, con accanto un semplice crostino al salmone. Lui guardò la lunga tavola, poi afferrò la scacchiera dalla mensola e prese una sedia dall’altro lato. Mentre sistemava i pezzi lei si sedette davanti a lui e prese ad aiutarlo alzare i pezzi. “C’è tempo per una partita” disse, dopo aver allungato lo sguardo verso i piatti.
In poche mosse lui notò che sua madre era migliorata molto dall’ultima volta che avevano giocato. L’apertura era solida e l’espressione concentrata di lei era rotta solo da qualche uscita che accompagnava le pedine. I suoi occhi si fissavano su di lui appena le dita si sollevavano dai pezzi.
“Dove vuoi andare con quei capelli, devi prenderti cura di te, t’ho fatto la minestra apposta.” E lo diceva senza sapere che su un campo da gioco diverso quel sentimento sarebbe stata considerato un affronto.
Poi, un turno alla volta, un pezzo alla volta, le uscite diventavano domande le cui risposte erano bianche o nere.
“Hai visto che ci sono delle orme in giardino?”
“Si.”
“Forse un capriolo, se non aprono le strade vengono sempre più giù. Ne hai visti ieri notte? So che eri sveglio.”
“No, non ne ho visti.”
“Provi ad alzarti un po’ prima domani? Vuoi venire con noi domani fino alla forcella?”
Lui non rispose subito, spostando invece la regina a ridosso dell’arrocco di lei. Una mossa aggressiva, e dura, e stupida. La risposta fu un no altrettanto aggressivo, duro, e stupido, a cui lei si rabbuiò, e a cui rispose che poteva fare quello che voleva. Decisero allora di interrompere la partita, e nello spostare la scacchiera molti pezzi si spostarono e caddero. Si misero a mangiare, ora che la minestra si era raffreddata. Era fatta con gli ultimi cavoli e patate e porri raccolti nell’orto prima che cadesse la neve.
Quando si alzò dopo aver finito sentì la voce di suo padre dire con forza “Ehi, sei salito. Buon Natale. Facciamo una partita anche noi due?”
Lui annuì mentre il padre si sedeva e iniziò di nuovo a rimettere insieme i pezzi. Poi disse solo “muovi tu il bianco”.
Un racconto di Jacopo Sartori
Illustrazione di Mirtilli

