“Ho provato di nuovo a incontrarti.”
Le porte si sigillano delicatamente, isolandoli dai rumori esterni. La luce si fa calda, accarezza i loro occhi stanchi. “Cioè, fuori dalla Stanza.”
Serena sorride e si stringe nella sua poltroncina, immergendo il mento nel girocollo della tuta, che è identica a quella di Kevin.
“Lo sai che è contro il regolamento.”
“Gli incontri al di fuori della Stanza sono espressamente proibiti ai partecipanti al programma” aggiunge imitando la voce ferma dell’IA che li aveva istruiti durante la formazione per il primo ingresso. Una volta entrati, le intelligenze artificiali, i loro algoritmi e le interfacce erano rimaste chiuse fuori.
Quello, come tutti gli altri assistenti, interfacce e collegamenti ipertestuali che affollavano l’esterno. Dopo la prima seduta, potevano accedere in autonomia.
Lì dentro non c’era niente, a parte loro due, le poltrone e la sottile striscia luminosa che li circonda con un laccio di morbida luce. La loro Stanza non era più estesa di un metro quadro, coperta di un’imbottitura, per cui era comodo sdraiarsi ovunque. Le due poltrone nel mezzo dello spazio erano solo un’indicazione.
“Allora, novità col lavoro?”, comincia Serena.
“Mancano solo cinque punti. Sono al novantacinque percento del mio obiettivo aziendale per questo mese.”
Gli occhi di Serena si inumidiscono. Era sorpreso che una persona potesse essere così empatica ed emotiva. Era stato così fin dal loro primo incontro, senza bisogno di sedute. Una cosa a cui Kevin non era per nulla preparato.
All’esterno era una rarità anche solo vedere gli occhi delle altre persone, schermati dai dispositivi oculari su cui scorreva la galleria di immagini in realtà aumentata che rivestivano le città.
“Quindi dal prossimo mese…”, prosegue lei, con entusiasmo.
“Promozione, se tutto va bene”.
Serena gli stringe la mano. È felice per lui.
“Io invece sempre il solito. Ma ho una nuova obsession! Ricordi l’upgrade che ho comprato?”
“Livello 6” risponde con aria complice. Un livello decisamente alto, che rende un dispositivo capace di rilevare tantissimi iper-elementi in più.
“Quello. Ora c’è una nuova serie di eventi flash in giro per la città e ti giuro che non mi divertivo così da un sacco di tempo.”
“Magari ci incontreremo allo stesso evento. Anche se non sono mai stato un fan del mob gaming.”
“Cinque più cinque: cinque minuti per trovarli e cinque per completare il livello. Gli organizzatori dicono sempre in posti diversi, ma in realtà si svolgono quasi tutti in Centro.”
“Sai che userò queste informazioni per provare a trovarti, vero?”
“Scemo”, lo blocca subito, lasciandogli la mano. “Anche se mi incontrassi non se ne farebbe nulla, ricordi?”
“Solo macchie sfocate” aggiunge, picchiettandosi l’orbita.
“Quando sarò sicuro di averti trovata, disabiliterò il mio dispositivo.”
“Non dire queste cose” sussurra, allarmata. In effetti, per una persona con un punteggio aziendale del novantacinque percento, affermazioni simili erano praticamente un corporate seppuku.
“Ma no, rilassati. Qui non ci ascolta nessuno, ricordi?” le fa, imitando il suo gesto. Era difficile non sentirsi ascoltati, anche nelle Stanze. Lo scopo era anche quello: potersi sentire liberi, connessi, un’ora a settimana. Sfogarsi insieme.
“Non è questo il bello? Possiamo dire quello che vogliamo senza temere segnalazioni o downgrade penali.”
Poi si alza in piedi, si schiarisce la voce.
“Quando esco di qui ammazzo la prima persona che vedo” urla con tono buffamente minaccioso. Serena scoppia a ridere.
“Spero che ci colpisca un’altra crisi economica, spero vivamente che il Governo cada!”
Balza in piedi anche Serena. Ha un sorriso un po’ folle, molto bello.
“Spero che capiti una tragedia! Un incidente d’auto! Lo voglio causare io!”
“Spero di rubare dati alla mia azienda e rivenderli e farla fallire!”
“Spero che ci colpisca una bomba atomica!”
Le loro risate rimbalzano per la Stanza come proiettili, mentre loro si piegano e si contorcono, fino a quando non rimangono senza fiato e cadono a terra. Poi continuano a sghignazzare, sempre più piano, fino a chiudersi in un abbraccio silenzioso.
“Mi piacerebbe fare l’amore con te”, dice Serena dopo essersi quasi addormentata nella felpa calda e morbida di Kevin.
“Questo sì che è contro le regole”, disse lui.
“Che ti importa? Lo hai detto tu: qui non ci ascolta nessuno. Chi lo verrebbe a sapere?”.
I minuti passano, in un silenzio imbarazzato. Quel silenzio che non esiste davvero, perché è riempito dai respiri dell’altro, dalle deglutizioni e dai battiti del cuore. Un silenzio che scorre e si porta via il loro abbraccio.
“Beh, diciamo”, fa Serena aggiustandosi i capelli dietro l’orecchio, “che una prima volta nella Stanza forse non sarebbe il massimo, eh?”
Kevin annuisce, ancora rigido.
“Anche per te sarebbe la prima volta?”
Uno sguardo di assenso.
“Non sarebbe il massimo, in effetti”, conclude Kevin. Senza accorgersene la mano scivola vicino alla tempia, dove sarebbe il selettore del suo dispositivo. Vorrebbe un po’ di microgaming, controllare il suo feed, esaminare i punti aziendali, ma può solo schermarsi con un sorriso imbarazzato.
La luce pulsa, dieci secondi allo scadere del timer. Dieci secondi ancora per loro.
Serena ne approfitta e lo bacia. Kevin non lo dice, ma anche quella è una prima volta.
“Magari la prossima” gli sussurra all’orecchio, mentre le porte si aprono.
Il dispositivo di Kevin si riavvia. La luce lampeggiante attorno al suo campo visivo si assesta sul verde: la sua disconnessione, legale e riconosciuta, è stata correttamente registrata. Lo spogliatoio si riempie di oggetti digitali, segni direzionali, pop-up fluttuanti per valutare l’esperienza. Si cambia la tuta e lascia cinque stelle, come sempre.
Di nuovo in strada, sotto il cappuccio in gore-tex, l’architettura digitale torna vertiginosa. Kevin vorrebbe solo ritornare nella Stanza. Cammina fino a quando non fa buio, quando le interfacce si fanno così luminose da ferirgli gli occhi, irritati e sempre più rossi. Cammina nel suo spazio soggettivo, condiviso con cento persone, ma irrimediabilmente tutto suo. Uno spazio da cui non è libero di disconnettersi.
Pensa a quello che lui e Serena si sono detti. Sente il suo profumo, ricorda il calore della mano e l’abbraccio, mentre le cornee gli si logorano sotto lo spettro blu dei viali del centro. Un gruppo di persone gli corre accanto. Tra loro c’è anche una figura sfocata. Corrono tutti verso una piazzetta tra due grattacieli.
“Cinque minuti, cinque minuti!” urla un uomo con un giubbotto rifrangente che con un tablet muove un nugolo di iper-elementi che solo la piccola folla riesce a vedere. Agitano le braccia per aria, le dita puntate contro il nulla, imitando delle pistole. Sembrano divertirsi.
Si avvicina alla figura sfocata e sente lo stesso profumo della Stanza.
Scollega il suo dispositivo: niente più oggetti, iper-elementi, niente più crediti aziendali. E davanti a lui Serena, circondata da riflettori al neon e con lo sguardo perso nelle lenti del suo dispositivo, che agita le braccia per catturare figure invisibili, con aria triste.
Un racconto di Guido Zanetti
Illustrazione di Mirtilli

