Due candele aromatizzate, una ciotola di porcellana con un pot-pourri di fiori secchi e qualche conchiglia di fiume, un disco di legno non trattato, tre libri ancora da iniziare. I suoi piedi puntano in direzione del balcone dove gli ultimi raggi di sole cercano uno spiraglio tra il groviglio di rami e le foglie assonnate, pronte a cadere.
L’orologio del tablet, semi nascosto sotto ad un plaid blu a pois bianchi, segna le 17.55, quello del suo cellulare le 17.57. Secondo l’orologio da parete analogico al quarzo, che sovrasta un’esile libreria dal disegn industriale, sono già le 18. Quella mancanza di sincronizzazione d’improvviso le sembra una distrazione imperdonabile, il segnale di una negligenza che incombe come una sottile minaccia.
Avverte i passi pesanti di Luca salire gli ultimi due gradini della scala e poi piantarsi sul pianerottolo, il gesto nervoso per infilare la chiave nella toppa, il leggero sbattere della porta che il figlio si dimentica sempre di accompagnare.
“Ciao mamma”.
“Luca” dice abbozzando un sorriso che le viene fuori male.
“Eva?”.
“Non è ancora arrivata”.
“Vado in camera”.
“Siediti”.
La semplicità di quella richiesta, espressa più come un ordine che come un favore, lo inchioda alla sedia con lo zaino ancora appeso in spalla. Guarda un punto indefinito dietro alla madre, che ritira i piedi dal tavolino basso e li appoggia sulle pantofole di stoffa, senza infilarli dentro.
“È successo qualcosa?” chiede Luca con l’atteggiamento di chi pensa di essere stato colto in fallo.
“Aspettiamo tua sorella” dice Laura incastrando una ciocca di capelli tra i denti di una pinza azzurra a forma di farfalla.
Luca prende a tamburellare con le dita sui jeans, poi le ferma, si sflila lo zaino e lo appoggia per terra.
“Cuore di cane” dice.
Laura aggrotta la fronte, gli occhi socchiusi nello lo sforzo di capire.
“Il libro, no?” dice Luca indicando qualcosa sul tavolino.
Laura si sofferma qualche secondo sulla copertina, l’adesivo azzurro che copre quasi del tutto la faccia del cane in giacca e cravatta dice “Occasione sconto 50%”.
“È di tuo padre”. La sua frase suona come una denuncia.
Eva entra nella sala cogliendoli di sorpresa, si è allenata fin da bambina a non fare rumore, a fingere di non esistere.
“C’è una riunione?” chiede.
“Siediti” dice Laura. Il suo tono è un po’ più conciliante.
Eva prende una sedia, la avvicina a quella di Luca, scruta il suo volto, la sua giacca e le scarpe nell’intento di trovare una spiegazione a quella scomoda adunata.
Laura raccoglie un foglietto di carta a quadretti che stava appoggiato sulle sue gambe e lo avvicina alle ginocchia di Luca, “leggete” dice.
Luca lo afferra con sospetto, come se non si sentisse del tutto autorizzato a farlo, lo solleva un poco, lo avvicina a Eva. L’espressione dei loro visi non cambia mentre leggono. Eva prende il foglietto dalle mani di Luca, lo avvicina di più agli occhi, sospira. Lo lascia cadere sul tavolino basso, tra le candele e il tronco.
Laura guarda Luca che guarda Eva che non alza lo sguardo.
“Allora?” chiede impaziente la madre.
“Mi spiace” dice Eva.
“Anche a me” dice Luca, ma nessuno gli crede.
Laura infila uno alla volta i piedi nelle pantofole bianche, stira e liscia la stoffa del plaid.
“A parte essere dispiaciuti, non avete nient’altro da dire?”.
“Quando l’hai trovato?” chiede Eva mentre allunga le gambe e si scrocchia due dita della mano destra.
“Stamattina”.
“A che ora?” chiede Luca. La domanda è talmente inutile da generare un imbarazzo palpabile.
Laura fa lo sforzo di pensarci davvero, “alle otto” dice.
Eva si alza, si avvicina alla penisola che separa la sala dalla cucina, si versa un bicchiere d’acqua. Luca non ha sete, ma vorrebbe aver avuto per primo l’iniziativa di alzarsi.
“Come ti senti?” chiede Eva senza muoversi dalla penisola, protetta dalla mancanza di contatto visivo con la madre.
“Stranita, incredula” dice Laura con la voce fin troppo calma.
“Non te l’aspettavi?” chiede di getto Luca e immediatamente si pente. Non gli interessa davvero sondare le emozioni di sua madre, tossisce per coprire fuori tempo quella domanda.
“Sì, cioè un po’, ma non così” dice Laura senza guardarlo.
“Le cose non succedono mai come ci aspettiamo che debbano succedere” dice Eva rientrando dalla cucina.
Luca spera che quella frase, inutile come la sua domanda di poco prima, ma forse più saggia, possa mettere fine a quell’insensato incontro crepuscolare.
“Ma davvero non notate nulla di strano?” chiede Laura rivolgendo ai figli uno sguardo deluso.
Luca si sporge leggermente in avanti per rileggere il foglietto, Eva si affaccia alle sue spalle con la stessa intenzione.
“Mamma, sono solo poche parole, le stesse che ha utilizzato altre volte, tra l’altro. Non è mai stato un fantasioso il papà. Tornerà, come è sempre tornato” dice Eva con una pacatezza che fa sentire tutti un po’ più meschini.
“Leggi ad alta voce per favore” dice Laura a Luca che si sente ingiustamente punito.
“Ho un amante, mi dispiace. Non credo sia un gran mistero, prenditi cura di te” recita Luca parlando a scatti, come se stesse leggendo un telegramma.
“Cos’è che non capisci?” chiede Eva con tono insofferente. Laura ha una specie di fremito, si stringe nelle spalle, asciuga una lacrima solitaria con la manica del cardigan.
“Ha scritto un amante senza apostrofo, non era mai successo prima. Questa volta è diverso” dice.
Un racconto di Dominique Campete
Illustrazione di Margherita Durante


è un amante uomo stavolta o si tratta di un refuso, come i refusi del racconto tipo “ad un” oppure “nello lo”?
ai lettori l’ardua sentenza…
Ciao Francesco, scusa per la risposta tardiva. Tutto il racconto gioca sull’assenza dell’apostrofo, quindi non si tratta di un refuso. Ammettiamo che, in tutti questi anni, più di una volta ci sia scappato qualche refuso, siamo umani dopotutto, ma questa volta è tutto voluto. Buona giornata e grazie per la segnalazione
È un quadro dell’assenza, della fuga, dell’indifferenza. È un ritratto di famiglia dei nostri giorni. La “scomoda adunanza”, quell’insofferenza che si avverte persino con chi non dovrebbe mai apparirci estraneo, l”imbarazzo palpabile” nel ritrovarsi forzatamanete insieme, “la mancanza di contatto visivo” per non lasciarsi coinvolgere dalla sofferenza altrui, le domande fuori tempo, fatte quando nessuna risposta serve. Bello, è un bel racconto, che dovrebbe indurci a riflettere sulla solitudine delle famiglie infelici.