Margherita Durante

L’ESITAZIONE

Mi aspettano per cena, potrebbe essere l’ultima che facciamo insieme e potrei non rivederli. Non ho voglia di uscire, devo ancora farmi la doccia, sono seduto a osservare il televisore spento davanti a me con le mani appoggiate sul tavolo. Accendo una sigaretta e ripeto a me stesso che deve essere l’ultima, dopo quella devo alzarmi e prepararmi per uscire. A illuminarmi ho solo la luce proveniente dalla piantana in un angolo della casa. Il resto è buio, anche fuori è buio, ovunque lo è. Mi alzo e riempio un bicchiere con del vino, guardo l’ora sul display del cellulare e accendo un’altra sigaretta. Fuori dalla finestra la strada è deserta, potrebbe essere un buon momento per sgattaiolare fuori, nessuno mi vedrà. Ho un’esitazione, devo lavarmi. Il calore della cenere consumata mi brucia le dita, sento male e lascio cadere la sigaretta a terra. Il cellulare inizia a suonare, è qualcuno di loro, ne sono certo, lo lascio trillare fino a quando il silenzio torna ad avvolgere l’appartamento. Sospiro, sono cosciente che dovrei, anzi, che devo richiamare e avvisare del mio ritardo. Non so com’è che mi sia venuta in mente questa cosa, quella di andarmene, di lasciare tutto e sparire. È sicuramente colpa di questa corruzione cerebrale che non mi fa vedere le cose nel verso giusto, che mi fa sentire sempre fuori posto e non centrato. Vado in bagno, mi lavo la faccia e i denti, di fare la doccia non ho più voglia, alla fine devo percorrere solo poche centinaia di metri. Torno alla finestra e controllo che la situazione non sia cambiata: fuori non c’è nessuno. Entro in camera, accendo la luce e guardo i panni ammucchiati in modo disordinato sopra il cassettone, devo metterli in ordine. Scelgo quello da indossare, non mi importa di essere comodo, non voglio però troppa eleganza. Sul comodino prendo un libro e lo apro alla pagina dove ho messo un segnalibro. È “Quando abbiamo smesso di capire il mondo” di Benjamín Labatut. Inizio a leggere il periodo che ho sottolineato, lo seguo con il dito e riproduco le parole sottovoce. Mi arriva un messaggio sul telefono, poso il libro e controllo il cellulare:

“Cazzo muoviti, abbiamo fame…”.

Rispondo lapidario con un semplice arrivo e accendo una sigaretta.

Sfoglio le tele che non ho mai incorniciato appoggiate al cavalletto e mi chiedo che fine faranno, non le posso portare con me, devo lasciarle da qualche parte al sicuro, lontane dall’umidità e da qualche mano troppo lesta. 

Devo pisciare, potrei farla appena arrivato alla cena ma preferisco togliermi questo disturbo subito. Sento di non avere fame, ho la nausea, sento salire un’agitazione incontrollata, le gambe iniziano a tremarmi, le mani sono umide e sento un sapore strano in bocca. Prendo la bottiglia del vino versandolo dentro al bicchiere fino all’orlo, l’afferro e butto tutto giù. Inizio a muovermi per la stanza, tutto inizia a farsi confuso. Non avrei mai dovuto prendere questa decisione, maledetto orgoglio infame, quando ho avuto bisogno di lui è sempre stato assente, adesso che vorrei si facesse i cazzi suoi, eccolo, puntuale, preciso venire a sussurrarmi alle orecchie. La decisione è presa, devo partire, qui non ho più niente ad aspettarmi, non ho più niente che mi possa consolare nelle serate buie e fredde. Sì, devo convincermi che sia la scelta migliore, quella più saggia, l’unico e inevitabile epilogo di questa parte della mia esistenza. L’effetto del vino a stomaco vuoto comincia a farsi sentire, mi guardo allo specchio e cerco di sorridere, in realtà sorrido veramente, è spontaneo. Dove andrò, forse, mi aspetta un lavoro, una nuova vita, persone differenti ed esperienze stimolanti, però, non ho ancora un posto dove dormire, mi dovrò arrangiare, ci sta che abbia fortuna o che non ci sia bisogno di cercare niente, è probabile che tutto arrivi da sé. Sì, ne sono certo, non avrò problemi, o almeno cerco di convincermi così. 

È veramente tardi, adesso me ne rendo conto, mi stanno aspettando, avranno sicuramente iniziato a mangiare qualcosa per accompagnare il vino, però è tardi, devo muovermi. Torno in camera e prendo quello che ho scelto e lo indosso. Torno allo specchio, sistemo i capelli, controllo nelle tasche di avere tutto quello che mi serve, spengo le luci ed esco. Non fa freddo, ho fatto bene a non indossare la giacca, sarebbe stata solo un impiccio superfluo e sono sicuro non si sarebbe corredata bene alla situazione. Mi guardo i piedi, si muovono, un po’ mi fa strano, ho il passo lungo, controllo quante pietre riesco a saltare con un solo movimento. Alzo la testa e il cielo è terso, l’illuminazione stradale non permette di vedere molte stelle, ma ci sono, lo so, lassù, insieme alla luna anch’essa coperta probabilmente da qualche palazzo di questo centro storico che non misurerà più la pressione dei miei umori. Prima di arrivare alla cena decido di fare una piccola deviazione e mi dirigo verso il mare. Appoggio le braccia sul muretto a picco e ascolto il rumore delle onde infrangersi sugli scogli, accendo una sigaretta e penso ai miei amici, a quanto mi mancheranno, alla loro compagnia e alla benevolenza che hanno sempre avuto nei miei confronti. Non capisco se la mia sia più la paura di partire, quella di non farcela o quella di non riuscire a tornare indietro.

È tardi, devo andare, ma andare dove…

Un racconto di Simone Frau

Illustrazione di Margherita Durante

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