PUNTEVVIRGOLA

Erano partiti dalla fontana di Sottafracassa. 

– L’ultimo ha la mamma puttana! – aveva detto il Nano e tutta la combriccola di ragazzini, che nel primo pomeriggio si ritrovava lì a perder tempo, era salita in fretta sulle bici e aveva iniziato la corsa che dal paese li avrebbe portati in campagna. 

– Voi due ce la fate? – aveva chiesto il Nano ingranando la prima marcia. 

– Tu che dici? – aveva grugnito Puntevvirgola guardandosi la gamba. Peppe, suo fratello, aveva attaccato il carretto alla bici. – Vie’ qua Puntevvi’, ché io la mamma puttana non ce la voglio –. Piantando prima il piede destro e trascinando quello sinistro, Puntevvirgola era corso dal fratello e si era infilato in quella scatola di legno a rotelle. Non c’era più bisogno dell’aiuto di Peppe, era bravo ormai: aveva caricato prima la gamba buona e poi quella malata così come si caricano le casse d’uva o i sacchi di patate e avevo sospirato per la fatica, la stessa con la quale era costretto a portare il nome che un giorno i ragazzini di Sottafracassa gli avevano sputato addosso. 

Dopo la fatica iniziale – la salita di via Montevergine, l’asfalto di buche e zolle di terreno seminate dai trattori di ritorno dalle campagne, il peso del carretto –, Peppe ha iniziato a pedalare liscio e veloce così come aveva visto correre i piloti alla motoggippì: ginocchia strette al telaio e testa sul manubrio. Puntevvirgola, acciambellato nel carretto, teneva gli occhi chiusi. A breve ci sarebbe stata la discesa dei Pupazzi. Si chiamava così perché per allontanare le gazze, sui rami degli ulivi qualcuno aveva legato vecchi peluche che parevano morti impiccati.

Dall’alto della discesa, Peppe vedeva il gruppo dei ragazzini.

– Ora li prendiamo a ‘sti figli di puttana, – ha detto. – Sei pronto Puntevvi’?

– ‘Spetta, – ha detto Puntevvirgola.

– Che c’hai? – ha chiesto Peppe col piede sul pedale pronto a tuffarsi nella discesa. 

– La gamba, – ha detto Puntevvirgola. – La gamba mi fa male. 

– Mena! Di nuovo ‘sta storia? – Peppe è sceso dalla bici, ha raccolto una pietra dal terreno e l’ha scagliata sulla gamba morta di Puntevvirgola. – Hai sentito qualcosa? 

Puntevvirgola ha fatto cenno di no. 

– Ecco, non dire cazzate allora. Ja muoviamoci, quelli sono quasi arrivati. 

Puntevvirgola qualcosa però la sentiva. Gli capitava spesso che quella cosa marcia si risvegliasse. Non che potesse camminare, figuriamoci, ma aveva la sensazione che qualcosa gli venisse conficcata al lato della coscia, come se una spada ghiacciata gli penetrasse la carne fino all’osso. E allora gli tornavano in mente le domeniche giù alla macchia mediterranea. Papà Pajtim a raccogliere gli asparagi, Peppe che lo seguiva tra i mirti, l’alloro e i lentischi. Puntevvirgola piccolo piccolo tra le gambe di mamma Bujeta ad aspettare che tornassero per mangiare tutti insieme i panini con la mortadella. Erano i momenti in cui a tutti, soprattutto a papà Pajtim e mamma Bujeta, sembrava di essere molto vicini all’Albania. Oltre il vallone, le rocce neolitiche, la macchia, potevano sentire il profumo del mare dal quale erano arrivati molti anni prima. E ora all’inizio della discesa dei Pupazzi a Puntevvirgola pareva di sentire non solo il dolore alla sua maledetta gamba, ma anche il dolore della mancanza. 

– Laggiù non ci vengo, – ha detto Puntevvirgola. Gli occhi hanno iniziato a riempirsi di lacrime.

Peppe è sceso dalla bicicletta. – Fottiti, – ha detto. Dai pantaloncini ha tirato fuori una mezza Camel storta e aggrinzita e l’ha infilata tra le labbra. Il suo respiro si è fatto pesante. Puntevvirgola conosceva quello sguardo. Dopo un paio di tiri Peppe si è accovacciato sul terreno, ha gettato la sigaretta e ha iniziato a sferrare pugni alla strada. Ringhiava e colpiva, colpiva ancora e ringhiava. Per la prima volta i due fratelli potevano vedere che aspetto avesse il dolore: pasta frolla di sangue e polvere. Peppe ha guardato Puntevvirgola dritto negli occhi. – Te lo dico ora e non te lo dico più: mamma è morta! Non c’è più. Finita. Amen! 

A quel punto Peppe è salito in bici e ha lasciato che la bicicletta scivolasse sul pendio. Puntevvirgola si è stropicciato gli occhi con le mani e si è pulito il muco dal naso. 

La bicicletta non aveva mai corso così veloce. Il carretto balzava di qua e di là, ogni colpo sbriciolava il passato, dimenticandolo tra crisantemi, papaveri e margherite. Che fossero gli altri a prenderlo, pensò Puntevvirgola, io non lo voglio più.

Dall’altra parte nessuno pensava più alla gara: chi cercava di acchiappare lucertole, chi sbucciava fave e piselli, chi come il Nano schiacciava mandorle e pinoli. 

Puntevvirgola ha guardato Peppe e ha sorriso.

Un racconto di Gius Petruzzi

Illustrazione di Claudia Verni

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