Non è che non le credevo, è che non mi fidavo. Per questo decisi di andare a fondo alla questione.
Tante delle cose che si raccontano le trovo ricche di emozioni inutili o, al contrario, prive di dati essenziali, il frutto di un taglia e cuci personale. No, non mi fido mai delle narrazioni, se non mi vengono prima fornite delle prove.
Nel caso specifico poi, il dubbio era lecito. Ogni volta che Elena metteva piede in una casa, sbiancava.
Non ho mai capito come (e per tanti anni!) sia riuscita a conciliare il suo carattere con l’essere un’urbex. Viveva il tutto con una sofferenza inaudita, che aveva del masochismo. Erano parole sue che non si limitava a visitare: voleva sentire da vicino il potere delle case, leggere il loro passato e portarselo dentro per i giorni a venire. Si scopriva inquieta a tempo indeterminato. Cercava l’odore dei vecchi proprietari in ogni stanza rimasta in piedi, il profumo che si spruzzavano in bagno prima di uscire e anche l’odore della pasta al forno della domenica, in cucina. Io ci trovavo del grottesco e a volte l’accusavo di voler soltanto far poesia, ma in cuor mio, per quanto la mia mente matematica faticasse ad accettarlo, sapevo che era talmente suggestionabile da crederci davvero.
Elena non aveva mai fretta di finire una visita, non aveva paura di dare nell’occhio, dei topi dietro gli armadi e del buio, che in inverno scende all’improvviso. Resisteva alle puzze asfissianti da toglierti il respiro, di animali morti o di cibo andato a male. Elena non aveva orari. Si soffermava su ogni dettaglio e faceva ipotesi, ricostruzioni personali dalla trama arzigogolata e ti costringeva ad ascoltarle, fino allo sfinimento.
Mi innervosivo e mi divertivo, con lei accanto.
Quando si è urbex da tanti anni il rischio più grande è anche quello più ovvio: non avere più case da visitare. Esiste, però, un passaparola che sposta i confini sempre più lontano e Elena aveva iniziato prima a prendere appunti, poi a comprare biglietti e organizzare trasferte. Per me allontanarmi troppo era un problema e a quel punto del bivio decisi di mettere un freno, ma lei aveva come un’urgenza, un desiderio ardente che non l’avrebbe mai fermata. E non la fermò.
Mi raccontava di ogni casa, con gli occhi sempre più scavati dalla passione e mi accorsi che le sue visite si facevano ravvicinate, febbrili: una collezionista di francobolli che spulcia e cerca il pezzo che manca. Vita o morte; ricchezza o follia.
Nell’ultimo periodo della sua vita era venuta a sapere della Villa dello scrittore e finì in un limbo senza via di scampo, ma non per lei. Circolavano poche informazioni, più che altro voci, non per la solita reticenza del mestiere, ma per una sorta di superstizione macabra, che pare orbitasse intorno alla casa: «chi l’ha visitata è scomparso nel nulla» dicevano, la classica storia di chi non riesce a contemplare l’idea che il caso abbia un peso importante in questa vita. C’era un urbex, nel suo nuovo giro, che pare tenesse un taccuino degli indirizzi abbandonati completo, aggiornato e rivisto con costanza. Elena era una goccia cinese e per tre mesi e mezzo non smise mai di battere sulla sua tempia destra. Alla fine ebbe l’indirizzo, ma nessun’altra informazione: il testimone parlava per sentito dire. «Del resto, se è ancora qui…» aveva puntualizzato Elena al telefono con me.
Non la sentii per un mese intero, poi mi chiamò di nuovo, era il giorno in cui scomparve.
Si trovava davanti alla villa e mi confidò una strana sensazione. Aveva fatto una strada inesistente su tutte le mappe e non si spiegava come, disse di essersi sentita mossa da una forza segreta. Era la mia queen drama e io non ci badai. Il giorno dopo venni a sapere che si era volatilizzata insieme alla sua Punto nera.
La polizia ha detto che la villa in questione è stata demolita da anni e che al suo posto c’è solo terreno battuto: «un nulla improbabile in cui perdersi e scomparire», ma io credo poco e non mi fido mai.
La Villa dello scrittore è grande e completamente vuota, non un mobile, nemmeno un ninnolo scomposto in un angolo. Cammino con una strana sensazione addosso, una mano invisibile a guidarmi, stanza dopo stanza, corridoio dopo corridoio, finestre chiuse e aperte, su un cielo nero che non mi rassicura. La mano mi porta nell’ultima stanza; a terra un’Olivetti con un foglio già impilato, una scritta emerge tra mille cancellature:
Come una frase, che sembra finita, ma finita non è;
La mano mi lascia e io vado via ripercorrendo gli stessi, lunghi corridoi. Sono fuori. L’atmosfera è ovattata, non sento nulla.
Risalgo in macchina e metto in moto. Sono su una strada che è sempre uguale, ferma: una curva a virgola e poi di nuovo un punto; virgola e punto; punto e virgola; virgola e punto; punto e virgola.
Sarà un mese che guido, che guido e mi sento in sospeso, un funambolo sull’eternità. La benzina non scende mai sotto il minimo, come una frase che sembra finita, ma finita non è;
Un racconto di Chiara Gurgone
Illustrazione di Mirtilli

