Questo secolo non gli apparteneva, così Mastro Sbobba decise di farla finita la vigilia del Duemila. L’ultimo analfabeta del paese era morto e questo è il mio primo ricordo di inizio millennio.
Lo hanno trovato nella sua casa in campagna, con i piedi che gli penzolavano a un metro da terra. Dalla stanza era volato via anche il pappagallo, che ripeteva “Aiuto! Mi hanno trasformato in pappagallo”.
Sui manifesti in paese c’era scritto che Tiberio Maso era morto. Ma col suo vero nome non lo ricordava nessuno. Per tutti è sempre stato Mastro Sbobba, perché continuava a mangiare nello stesso modo da quando era tornato dal fronte, nel ’45. Il suo pasto una brodaglia con qualche verdura che galleggiava in superficie. E se era troppo acquosa, andava giù di mollica e la zuppa diventava una pappetta densa e appiccicosa.
Io l’ho conosciuto l’estate prima che morisse.
Andò così, che mamma entra in camera e mi porta via dal Nintendo mentre giocavo a Street Fighter. Mi trascina mentre Ryu viene massacrato a colpi di hadoken, reagendo con i riflessi di un manichino.
Tempo dopo, ho capito che quel giorno, oltre alla partita, era finito anche il matrimonio tra i miei.
“Non è cattivo e c’è anche un pappagallo”, ha detto mamma portandomi dal vecchio Sbobba.
Arriviamo in campagna. Dopo la comunale, la macchina sterza su uno sterrato che taglia un campo di girasoli.
Per farmi ingoiare il rospo, mamma apre lo zaino e butta dentro cioccolata e merendine. Poi se ne va.
Il vecchio mi viene incontro fino a quando tra me e lui ci divideva solo un alone di zanzare. Ho il cuore in gola e mi asciugo il sudore delle mani sui pantaloni.
“Tieni qui che ti insegno”, dice. E mi passa un mattarello per prendere a bastonate tutto un tappeto di girasoli che erano tagliati e stesi a terra. Dovevamo tirare via i semi, bruciati dal sole. “Così si fa, continua”, e giù di legnate fino a quando mi sono scoppiate le vesciche tra le mani.
Non aveva tempo da perdere, lui.
La mattina dopo fuori nel campo.
“Tieni qui che ti insegno”, così mi ritrovo tra le mani una roncola che tenevo in pugno come una katana.
Le istruzioni di Mastro Sbobba erano precise. Si dovevano tagliare i girasoli, accorciare il gambo e infilzare i dischi sul loro stesso stelo. Un’operazione che andava fatta con forza, senza esitazioni.
A giornata finita mi volto. Vedo tutti quei dischi impalati, gonfi di semi, conficcati nel fusto. Dico a Mastro Sbobba che sembrano un esercito di nani capitozzati, legioni di guerrieri decapitati che hanno perso chissà quale battaglia.
“Quella di stare al mondo” dice, tornandosene a casa.
La vita in quei giorni mi andava bene. Tranne per le minestre sempre uguali che Sbobba gustava col risucchio. E il cucchiaio era lo stesso, quello del ’45.
Quei giorni mi hanno insegnato che i pensieri cambiano le cose, il mondo. Tipo l’idea sui girasoli.
I girasoli erano le mie mani spaccate, le croste sui gomiti, le zanzare, la pelle sfregata sui fusti ruvidi. Non erano più estate, non erano quella stampa appesa nell’aula di disegno.
Non mi viene neanche da dire che i girasoli muovono la testa seguendo il sole. Che poi non è mica vera questa cosa. Che il sole si muove, dico. Io, alle cose, ci penso e penso che il sole sta lì fermo e la terra si muove.
Le cose in testa bisticciano. Il bello è che funziona così, la testa, vai a capirci. In fondo l’idea di questo fiore ti cambia.
Tipo qualche sera, lì in campagna, Mastro Sbobba sfogliava un vecchio libro mentre ciascuno mangiava la sua porzione di semi di girasole. Ce n’era anche per il pappagallo che ripeteva “Aiuto! Mi hanno trasformato in pappagallo”.
Il vecchio andava per immagini. Così ho iniziato a leggere per lui. Non lo diceva ma era contento.
Tempo dopo, a scuola, il prof nomina lo stesso autore del libro che leggevo a Sbobba. Allora alzo la mano, scatto in piedi e comincio a parlare di orti e ciclamini. Ho scoperto così che l’ingegno botanico più venerato da Sbobba, Mario Calvino, aveva un figlio che si chiamava Italo.
Oggi, passati più di vent’anni, decido di ritornare lì, in quella casa. È tutto incolto e per arrivare lascio la macchina che per i rovi non si passa più.
Mi sembra una baracca.
Sbircio dentro e vedo dei sacchi in un angolo, delle casse e una sedia rotta. Entro, guardo meglio, mentre calpesto per terra dei semi sgranocchiati. Dietro ai sacchi dell’angolo c’è una figura di spalle.
Mi spavento, cado, cerco di correre via.
“Aspe-t-ta”, mi dice con un filo di voce, gracchiando sulle consonanti.
“Oh! Ma chi sei?”, gli domando col cuore in gola.
“Aspe-t-ta”.
L’uomo inizia a voltarsi piano. Ha le spalle coperte di polvere. Muove solo il collo facendo su e giù con la testa.
Mi guarda.
Ora il collo è fermo.
Si schiarisce la gola e dice: “Ve lo dicevo che non ero un pappagallo”.
Un racconto di Francesco Ciriolo
Illustrazione di Francesco Paci


Complimenti un bel racconto mi è piaciuto molto con un finale a sorpresa che non guasta mai
Applausi. Applausi e complimenti. Un racconto da far leggere nei corsi di scrittura creativa.
C’è tutto quello che ci si aspetta da un racconto breve, una pennellata e una sola ma messa con stile, con arte, con bellezza e cura. Davvero complimenti, ne leggo tanti di racconti qui, per ispirarmi anch’io e… ti darei un dieci, se si dovesse votare.
Bravo, mi hai emozionato e arricchito, come dovrebbe essere quando si finisce di leggere.
Grazie per il giudizio espresso sul mio scritto. Ne sono davvero lusingato. Per quanto riguarda le brevi “pennellate” devo dire che sono il punto di arrivo dopo tanto lavoro. Quindi sono anche tanto felice che lo abbia notato.
Buoni racconti su Narrandom!
Racconto splendido e la citazione nel testo che non ti aspetti. Complimenti davvero!!
Ma di questo autore c’è altro che si sappia? Grazie