M.adam, Cartone

Come feci tornare la luce

«Dobbiamo mettere tua madre in casa di riposo» disse papà a mamma. «Non può più stare qui. Non lo vedi, come si sbrodola? Ci vuole qualcuno di qualificato per starle dietro.»

«Qualcuno di qualificato? Perché tu non sei capace di metterle il tovagliolo sotto al mento, vero?» gli rispose lei senza nemmeno voltarsi dalla sua postazione ai fornelli. Ma glielo disse quasi dolcemente. Non si capisce mai se è arrabbiata o no.

«La nonna ha il bavaglino» disse mio fratello sghignazzando. Luca ha sei anni. Io sedici. Lui è chiaramente stato un errore. 

Gli diedi una gomitata. «Luca, stai zitto. Che anche tu ne avresti ancora bisogno, eccome.» Al che, ovviamente, gli vennero i lucciconi e piagnucolando chiamò la mamma. Lei stava facendo saltare le patate in padella; certi salti che per poco non toccavano la cappa illuminata. Poi controllò col cucchiaio di legno l’arrosto in un’altra pentola. Si girò, guardò Luca, alzò le sopracciglia e sorrise. Io non so come fa. Questo posto è un casino. Io ogni volta che siamo a tavola insieme non vedo l’ora che finisca la cena. Così me ne posso andare in camera a farmi i fatti miei, lontana da tutti loro. Ma la mamma è sempre così tranquilla, come se vivesse in un costante stato di dormiveglia. Con quel sorriso di benessere. O è menefreghismo altissimo. Io guardo le lancette dell’orologio: se riesco a trattenere il respiro fino a che quella dei secondi arriva al dodici, la nonna potrà rimanere con noi e papà la smetterà di lamentarsi. 

La luce si abbassò per un momento, per poi tornare. La lampadina aveva bisbigliato qualcosa; un avvertimento. Persi il conto. Luca stava dicendo: «Mamma, e se la luce va via? Come —» ma non finì la frase. La luce di nuovo si affievolì ronzando per poi spegnersi in silenzio. «Ho paura!» mi disse Luca stringendomi un braccio. Gli carezzai la testa, aveva una fitta quantità di capelli marrone scuro, duri e ostinati. La cucina era diventata silenziosa. La tv era ridotta a una finestra nera nella parete davanti al tavolo; ora che era spenta mi rendevo conto di quanto rumore facesse in tutti i momenti di riunione delle nostre vite, filtrando e coprendo quel poco che avremmo avuto da dirci. La stanza era rischiarata dalle fiammelle blu dei fornelli. Nessuno si muoveva. Si sentiva unicamente il masticare delle gengive di nonna. Facevano più o meno lo stesso rumore del cucchiaio di legno che la mamma stava usando per mescolare la salsa dell’arrosto. Poi la mamma si allontanò dai fornelli, sparì per qualche minuto. Sentivamo un rumore di rovistare e aprire e chiudere sportelli. Papà non si muoveva dal suo posto a capotavola. Tanto non sarebbe stato in grado di trovare nemmeno le proprie scarpe. La mamma arrivò serafica portando due candelabri pescati chissà dove, già muniti di candele bianche accese e sgocciolanti. Ne mise uno, quello più grande, in mezzo alla tavola. Quello più piccolo lo posò sulla mensola che faceva angolo, dietro a mio padre, dalla parte dei libri di cucina collezionati negli anni insieme a quelli della nonna. Così in alto com’era, la luce del piccolo candelabro si spalmava sul soffitto, rivelando ombre di minuscole ragnatele che si muovevano lente negli angoli e dita di polvere, su quei libri. Vicino alla mensola troneggiava il quadro dei girasoli di Van Gogh. Una riproduzione, ovviamente, fatta da mio padre. Lo aveva regalato a mia madre quando era incinta di mio fratello. E papà ancora dipingeva nel piccolo studio che si era ricavato nel garage e Luca non esisteva e nonna stava a casa sua con ancora tutti i denti. Ricordo perfettamente l’odore della trementina e dei colori a olio, dolce e pungente, salirmi su per le narici quando mi mettevo in silenzio a guardare papà dipingere. Ora il quadro era illuminato dalle candele. Se riesco a contare quanti girasoli ci sono senza sbattere le palpebre, la luce tornerà. Ma Luca aveva sempre qualcosa da dirmi, qualche rimostranza o paura per la luce andata via, e dovevo ricominciare. Guardai la nonna. Il suo masticare vuoto si era fermato; forse si era accorta che la luce era andata via. Guardava il candelabro sulla mensola. Sorrideva. Sembrava felice, la nonna. La mamma portò in tavola l’arrosto con la salsina e le patate. Io volevo solo finire la cena per andarmene in camera mia, mettere un po’ di musica e dormire. Guardai di nuovo il quadro. Con quei girasoli che avevo visto migliaia di volte. Dovevo solo riuscire a contarli tutti senza sbattere le palpebre per far tornare la luce. Partii da sinistra. Uno, due, ecco il terzo. Salii, seguendo quelli esterni che si vedevano bene. Tenevo forchetta e coltello a mezz’aria. Quattro, cinque, sei. Eccoli lì, coi loro petali come dita tese per raggiungere il cielo. Le mie posate iniziarono a essere impazienti, facevano sentire il loro peso. Ecco il settimo, con la sua testa piegata. È triste, nemmeno lui vorrebbe essere lì. Ora la parte difficile: quanti erano lì in mezzo? Il coltello stava per scivolarmi dalla mano, ma non dovevo muovere un muscolo o la luce non sarebbe tornata. Aguzzai la vista. Otto: che sussurra al girasole triste qualcosa di bello. Vedevo anche il nono, ora che la vista si era abituata. Così come il decimo in mezzo a tutti gli altri. La mano col coltello sudava. Gli occhi mi bruciavano. Ancora la luce non tornava, ancora non tornava. Cosa avevo mancato? Il coltello si liberò dalla mia mano. Cadeva.

 «Undici!» riuscii a dire prima che urtasse il piatto.

E fu così che feci tornare la luce quella sera.

Un racconto di M. Adam

Illustrazione di Cartone

Lascia un commento