cartone

Piange il cielo

Ha camminato e consumato le suole. 

Ora urla, impreca, grida aiuto, bestemmia dio, e poi piange, supplica, implora e prega. In silenzio. 

Trenta minuti. 

Guarda il cielo bianco dal finestrino, aspetta una risposta, sente solo il ritorno della sua voce. Cosa hanno usato là in alto? Cartoni vuoti di uova per isolare la disperazione. Vorrebbe spaccare il cielo in due e buttarci la rabbia che la sta mangiando dentro. 

Ha preso un gratta e vinci e ripete litaniando se, se, se. 

Dentro la macchina chiusa, parcheggiata in salita, sotto l’ospedale di Rovereto, dice a voce alta che  se vincerà non entrerà dentro. Con un ramino da cinque centesimi sfrega piano, un bollino alla volta e poi tutta la cartolina, in tutti gli angoli, anche dove non serve. Poi in silenzio, come ha iniziato, urla, impreca, grida aiuto, bestemmia e poi piangendo supplica implora e prega. 

E ansima; perché il buco nero si sta addensando dietro il suo sterno e ingoia luce, aria e vecchi divani squadrati assieme ai film, copertoni di camion dove nascondersi per liberare tutti alla fine del gioco, alberi di natale caramellati e abbracci da inzuppare nel tè al bergamotto, maglioni che pungono sul collo, il cassetto segreto con i dolci della zia di Parigi, i sacchetti di uva passa per merenda, i racconti scritti da Hitchcock che non fanno paura ma straniscono, la cassapanca ricoperta di cartoline dall’altro secolo, antiche nenie sgranando rosari fluorescenti, visioni di santi che soccorrono e di diavoli che avvertono, quella volta che non aveva voluto finire la pasta scotta e quando ha trovato suo nonno morto con il cuore rotto dalla tristezza, i foulard che usava per allungarsi i capelli e sentirli frusciare sulle spalle e la scatola di colletti di pizzo per fare il gioco del negozio. 

Tutto, tutto dentro il buco nero. Anche le urla di quando ha cercato di fermare i pugni di suo padre su sua madre e le poesie alla nebbia scritte alla finestra aspettando di andare a scuola. Tutto si sta mangiando quel buco nero. 

Si mangiasse pure lei e quel suo grumo di cellule operose che si stanno moltiplicando. Sono furiose, vogliono organizzarsi, hanno un progetto, battono già al loro ritmo, vogliono vivere, anche fuori di lei e senza lei. 

È ancora chiusa in macchina. Urla, impreca, grida, bestemmia. Poi supplica e piangendo prega. 

Il cielo è vuoto e la gente continua a darsi da fare oltre i finestrini sigillati. 

Controlla l’ora, venti minuti e deve entrare. È andata sola all’ospedale. 

Se vince può tenere quel grumo.

Ma ha appena finito di consumare tutto l’argento del biglietto e i numeri non sono quelli giusti.

Dodici minuti. 

Decide che prima di scendere deve urlare per l’ultima volta. E allora grida, e piange imprecando, bestemmia, e poi supplica, implora e usa una ninnananna per pregare il cielo che assorbe ogni suono. Stella stellina il nero si avvicina, l’anima mia traballa e nessuno metterà una mano sulla mia spalla. Stella stellina è buio il mattino, ti prego, ti supplico, culla tu il mio bambino. Fallo addormentare, che non si possa mai svegliare, senza la sua mamma a cantargli piano una ninnananna. 

Sette minuti. 

Se suonasse il telefono lei non ci andrebbe a farsi aspirare dalla pancia il suo grumo. Nel frattempo è diventato suo, il grumo. Se solo suonasse il telefono e le dicessero che si può fare, che potrà stare sotto le coperte, al caldo odoroso di lenzuola pulite e di latte bianchiccio assieme al suo grumo diventato bambino. Ma il telefono non suona e il buco nero è famelico di passato e di identità. 

E allora per rallentare il pasto atroce prova a immaginarsi come una pietra rappresa e cerca di resistere mentre sopra la testa passa il suo futuro ghiacciato. 

Tre minuti. 

Prima ha infilato tutte le monete che aveva nel parchimetro e ha preso un biglietto con stampata su l’ora in cui tutto sarà finito in un fiotto di sangue. Rosso vivo. Chissà perché poi quel rosso si dice che è vivo. Lì non c’è più vita. Le viene da urlare ancora. Ros-so-mor-to, singhiozzando e battendo le mani sul volante, a tempo con le sillabe. 

Due suore grigie di passaggio si girano a guardarla. Gli occhi saettano imbarazzo e poi le viene una domanda per loro che forse riescono a parlare con dio. Se ‘per sempre ‘è uguale a ‘in eterno’ .

Non è eterno il suo dolore, lei è sicura che c’era un prima di desideri, c’è un adesso paralizzante e sa che ci sarà un poi piatto e vuoto. Come interrompere con due segni una linea retta , i due segni sono quelli del test su cui ha pisciato. 

Quindi se non è eterno vuol dire che sarà per sempre quel dolore, da adesso in poi, da qui all’infinito. Insopportabile. 

Un minuto. 

Pensa che preferirebbe morire, tanto a morire ci vuole un attimo. A bruciare di dolore, invece, ci vuole un coraggio da leoni.

È finito il tempo. 

Scende dalla macchina, si avvia ed entra. 

Fuori il cielo comincia a piovere. 

Un racconto di Elisabetta De Vincenzo

Illustrazione di Cartone

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