Ha voluto liberarsi di nostro figlio. Ha detto che a tutto c’era un limite e che lui l’aveva superato
da un pezzo. Non sopportava più che io perdessi le mattine a pulire la portafinestra dalle
impronte delle manine. D’altra parte non c’era modo di fermarlo, nostro figlio. In pochi mesi
aveva imparato a gattonare e bastava un attimo per perderlo di vista. Lui si nascondeva,
soprattutto agli occhi di suo padre. Toccava a me cercarlo e, una volta trovato, gli piaceva che
facessi finta di non vederlo.
«E Bubu Settete!»
Dava fastidio anche quello, a Maurizio.
«Smettila. Per l’amor del cielo, mi tiri giù la pelle dalle ossa», diceva.
Qualsiasi cosa avesse, forse solo gelosia verso nostro figlio, gli stava avvelenando il sangue.
Una domenica di maggio eravamo seduti a tavola per il pranzo. Alla TV una donna piangeva il
figlio annegato in mare. Noi facevamo finta di non ascoltare.
Gli allungai il piatto con le verdure e la pasta sminuzzate. Nostro figlio non aveva voluto saperne
di mangiare.
«Lo finisci tu?»
Mentre la disperazione della madre alla televisione aumentava di qualche decibel, Maurizio
scaraventò il piatto di cibo tagliato a pezzetti nel lavandino della cucina.
«Basta!»
«Basta, cosa?»
Cercai di girarmi nella direzione in cui doveva essere seduto nostro figlio, per controllare che
non si stesse spaventando, ma m’interruppe un altro urlo di Maurizio.
«Basta, cazzo, con questo bambino. Piantala!»
Anche nostro figlio, a quel punto, urlò. Lo stesso urlo che avevo sentito alla sua nascita e per
tutte le notti successive. Non mi era mai successo di sentirlo durante il giorno.
«Spaventi il bambino» dissi «Sss sss, papà sta giocando. Lo vedi? Bubu Settete!»
«Cristo, giuro, adesso la faccio finita».
I nomi che mi piacciono sono quelli con le doppie.
«Mauri, secondo te vuol dire qualcosa?»
«Niente, non vuol dire niente. Possibile che tu debba avere sempre idee strane, come quella
volta con i fuochi fatui?»
«I nomi che mi piacciono sono Achille, Matteo, Filippo, Tommaso. A te?»
«Giovanni».
«Giovanni, no».
«Perché? Ha le doppie, come piace a te».
«Perché tutti i Giovanni sono morti presto. Lo zio Giovanni, sei anni. Tuo cugino, quanti anni
aveva? Venti? Il mio compagno di scuola, Giovanni Arcati, te lo ricordi? Sedici anni, col
motorino. No, Giovanni, no».
Non è bastato pensare di chiamarlo Mattia.
In poco tempo non ce li saremmo nemmeno ricordati, il miscuglio di umori o il male che fa il
corpo quando si squarcia per liberarsi del peso che ha dentro. E adesso che è tutto finito, tra le
mani non mi è rimasto nulla di quello che mi ero immaginata, mentre montavamo la culla e
dipingevamo la sua stanza di verde.
Il dottore e Maurizio mi avevano guardata.
«Ha capito, signora?»
«Hai capito, tesoro?»
Avevo capito, mi dovevo fare forza. Avevo afferrato il catino per vomitarci dentro. In poco tempo,
non me lo sarei ricordato più.
Ho cercato molte volte di farmi venire in mente almeno l’odore. La puzza della sala parto, della
mia pelle, persino di quella del dottore. Maurizio, invece, non puzza mai. Ma Mattia? Mattia
piccolo, appena nato e raggrinzito come un frutto andato a male, che odore aveva? Non so dire
se profumasse di buono come tutti i bambini. Ho dimenticato persino il fetore del vomito, eppure
so che ci deve essere stato, come la paura. Come il dolore. Ho rimosso ogni male per istinto
materno. O forse era solo spirito di conservazione.
Mio figlio era nato di notte. Un parto a rischio, avvenuto d’urgenza; io ero ancora alla
ventottesima settimana e tutto era durato poco. Mattia non aveva pianto. Per un attimo c’era
stato solo silenzio, poi lo avevo sentito. Mio figlio si era presentato al mondo con un urlo che
sembrava un ruggito. Avevo alzato la testa dal lettino per controllare. Davanti a me c’era un
bambino ricoperto di sangue, che, lì per lì, mi aveva fatto paura.
Il dottore e Maurizio avevano intuito il mio spavento.
«Ha capito, signora?»
«Hai capito, tesoro?»
«Ho capito. Adesso lo portano via per pulirlo, poi torna bello».
«Tesoro, no».
Certe notti mi svegliava lo stesso urlo.
«Ssss, ssss, che svegli papà», gli sussurravo in un orecchio cercando di farlo calmare. Lo
cullavo con le tenebre intorno, non una luce, perché Maurizio non se ne accorgesse. Lui non lo
sapeva che mi alzavo la notte per smorzare l’urlo di Mattia.
«Dormito bene?», chiedeva alla mattina.
«Come un sasso».
Avrei voluto allattarlo, ma non avevo una goccia di latte. Ero una madre mancata.
«Marghe, forza. Non è colpa tua. Passerà, vedrai, passerà», diceva Maurizio, i primi giorni da
genitore.
«La faccio finita», aveva detto, e mentre lo diceva finiva del tutto pure la pazienza.
Ha ucciso mio figlio, una domenica di maggio. Non è stato un errore, nemmeno una fatalità. È
stato suo padre.
L’ha preso in braccio per la prima volta e gli ha detto Bubuuuu, poi si è voltato verso di me.
«Guarda bene, Margherita, stavolta».
E io l’ho fatto. Ho guardato bene mentre apriva la portafinestra e si affacciava alla ringhiera
della terrazza per fargli vedere, «e Settete!», quanto fossero in alto.
«Vieni, vieni a vedere», mi ha detto dopo un attimo Maurizio con voce nuovamente calma.
Sono andata alla ringhiera e ho avuto il coraggio di guardare giù. Ero pronta alla pozza di
sangue che lasciano i bambini quando nascono o quando muoiono. E invece al suo posto c’era
solo la faccia pallida di un vecchio, che mi scrutava dal basso.
«Hai capito, tesoro? Ora basta fantasmi!»
Capisco.
A pensarci bene, Maurizio non ha nessuna doppia.
Un racconto di Marta Pavesi
Illustrazione di Cartone


Un brivido, come un tuffo in apnea. Brava davvero.