L’urlo

0-0

Raccolgo la palla, la sento lanosa sotto i polpastrelli. Nel silenzio la lancio in aria. Il colpo è forte, la vedo rimpicciolire, veloce, e toccare il campo avversario.

15-0

Gli applausi scrosciano, il ragazzo ai lati del campo mi lancia altre palle che tasto e, quando decido che sono quelle giuste, infilo nella tasca. Ultimo set, ultimo game. Manca poco alla vittoria. Il silenzio scende come un velo sul campo. Palleggio, ma prima di sollevare la palla un urlo squarcia quel velo. Poi di nuovo silenzio. Mi tiro la maglia sul collo che prude. Batto.

30-0

La folla grida, c’è chi si alza dalle gradinate. Ci sono voluti anni per isolarmi, chiudermi dentro me stesso. Torna il silenzio, poi quell’urlo di nuovo, ancora più forte. Mi volto, gli spettatori sono fermi. Mi concentro sulla palla ma l’urlo riparte, è come un lamento rabbioso. Guardo l’arbitro che alza le spalle. Batto, la palla è lenta, un paio di scambi, scivolo sulla terra ma riesco a rizzarmi, dritto forte nell’angolo.

40-0

I tifosi sono macchie di colori che si muovono, mani che si toccano e creano frastuono. Manca solo un punto e sarò campione. Mi tiro la maglia che mi stringe al collo causandomi una fastidiosa irritazione. Il brusio scema e l’urlo drammatico, penoso, violento mi fa perdere l’equilibrio. Mi abbasso come se quel suono potesse ferirmi la testa al pari di un giavellotto scagliato nell’arena. Mi avvicino alle gradinate. Adesso la quiete è mossa solo dal battito d’ali di qualche uccello. Cerco l’urlo, la bocca che l’ha lanciato, le facce ferme dei tifosi piene di quell’imbarazzo che immobilizza. Studio la folla, poi le gambe iniziano a tremare e vedo il volto di lei in alto. Impallidisco, sento il battito del cuore dentro la testa, salgo sulla balaustra ma quando giro lo sguardo lei non c’è più. La voce metallica dell’arbitro risuona in un’eco lontana, mi avvisa di riprendere il gioco. Mi tiro la maglia al collo che brucia e riprendo a palleggiare. Batto, la palla torna nel mio campo e questo è un evento che davvero non aspettavo. 

40-15

Rivedo la faccia di lei su quella di ogni spettatore. Mille facce tutte uguali, alzano il dito indice fino a puntarmi. Poi una di loro scende dai gradini, mi si avvicina. L’ha scoperto. La sua mano sulla spalla, osservo il braccio, fino al corpo e infine al viso davanti a me.

– Lei è tornata.

– Lei chi?

– Lei, la madre.

– Ascolta, pensa solo alla prossima palla, poi sarà tutto finito. Ti godrai i soldi, le puttane, la megamacchina del cazzo. Su, una palla, ed è finita. – dice l’allenatore.

Il suo buffetto sul viso mi fa ritornare sul campo. Intorno tutti quegli sconosciuti che seguono i miei movimenti a ogni partita. Sulla riga di fondo, batto. Rete. Palleggio, alzo in aria la palla ma quando la racchetta, dopo aver toccato la schiena in un arco di perfezione, sta per colpirla l’urlo riprende. L’arco è solo lievemente variato ma quel mutamento tanto piccolo imprime un cambiamento enorme di traiettoria e la palla finisce di nuovo in rete. Doppio fallo.

40-30

Mi accascio tra il brusio delle persone, il busto chiuso sulle ginocchia piegate, le mani sulle tempie come se quell’urlo venisse da dentro il cranio.

– Tutto bene? 

Le parole arrivano da fuori di me. C’è l’avversario che mi guarda.

– Penso di avere la febbre. 

– Perché hai mentito a una madre.

– Cosa?

– Forse dovresti ritirarti. – L’avversario fa spallucce, non crede alle proprie parole, vincere contro di me, cose da farti rimanere allibito. Ma io sono impazzito, sapevo che sarebbe successo, è il vento. Anche quel giorno c’era questo vento e mi torna in mente quell’urlo aspro come il ferro piegato e straziato. Eppure non posso mollare proprio adesso. Torno verso il fondo, prendo la palla e batto. 

40-40

Tutto ruota e io torno su quel campo spoglio di periferia, le nuvole elettriche sulla testa e una palla in mano. L’allenatore che mi grida di battere ancora, anche se il braccio è tritato e io penso che è la milionesima battuta e non ce la faccio, voglio scappare. Colpisco forte, ma verso l’alto, l’ultimo gesto di ribellione che mi rimane. Così forte che la palla esce dal campo, supera le reti, scompare nel grigio del cielo fino a che non la vedo più, almeno lei libera di andarsene da qua, lontana da catene fatte di righe bianche e reti. E poi quell’urlo tremendo di acciaio piegato e noi che corriamo fuori dal campo. Scuoto la testa, la racchetta mi cade. In terra una moto come un giocattolo schiacciato, e un corpo fermo, il casco rosso come la pozza in cui giace. Accanto la mia palla gialla. Vedo arrivare i soccorsi, i poliziotti, vedo la carne straziata. E infine lei, con le lacrime agli occhi che viene da noi, si strappa i capelli, urla, ci chiede cosa sia successo, perché suo figlio sia steso, rigido sotto un lenzuolo bianco. E il mio allenatore spiega che non ne sappiamo nulla, siamo solo usciti a vedere. E io resto immobile anche quando la madre si piega sul telo e la palla gialla nella pozza non c’è più. La vedo nella tasca dell’allenatore, macchiata del liquido rosso. La madre si volta e io capisco che lei sa che faccio finta di non capire. Non ero colpevole o almeno così mi ha detto l’allenatore. Voleva le vittorie, lui. 

Raccolgo una palla, la metto in tasca, le lacrime agli occhi. Lei è tornata, vuole la sua parte, vuole la mia vita, vuole la sconfitta. Vincere o perdere, non importa, devo solo finire questa partita.

40-40

Un racconto di Federico Piacentini

Illustrazione di Isabella Grott

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