Ora muore qualcuno

Aveva i piedi lividi dal freddo. Quella sera aveva bussato ad ogni porta che aveva incontrato. Solo una si era aperta e lei era entrata. 

Lo chiamavano professore ma, per quanto ne sapesse, non aveva fatto nulla per guadagnarsi quel titolo. L’aveva visto fra le vie del mercato, aveva riconosciuto l’andatura claudicante, e non l’aveva più lasciato finché non era rientrato in casa.

Da dietro la porta lui aveva chiesto «cosa vuoi?» 

«Per favore, compri qualcosa.»

«Non mi serve niente.» 

«Per favore, oggi non ho venduto nulla» insistette. «La prego.»

Alla fine, l’aveva fatta entrare. Aveva un involto di stoffa fissato alle spalle con delle cinghie. Dentro portava cerini, polveri di zolfo e fosforo ma anche pettini d’osso, steli di ciniglia, lacci e limette. Mentre l’uomo, col respiro affannato, si lasciava cadere su una poltrona davanti al camino, si era tolta il cappotto e aveva iniziato a tirar fuori la merce.

«Lascia stare quella roba» le disse, «non hai altro da vendere oltre fiammiferi e pettinini?» Si era fermato a osservarla e lei sapeva cosa avrebbe notato. Aveva quindici anni ma appariva consumata come una madre di molti figli. La fame invecchiava in fretta. 

«Vieni più vicino» la spronò e lei non esitò a inginocchiarsi di fronte a lui.  

La stanza era pronta per il Natale. L’albero, alto fino al soffitto, aveva candele, sfere e stelle colorate legate ai rami con lenze trasparenti. Quando uno di quegli addobbi si staccò e cadde a terra il rumore del vetro che andava in frantumi si unì al crepitio del fuoco.

«Ora qualcuno muore.» 

«Che dici?»

«Quando cade una stella, un’anima buona sale al Signore me lo raccontava sempre la nonna.»

«Allora dev’essere vero, ma qui non ci sono anime buone, siamo al sicuro io e te» e le sorrise in un modo che faceva dimenticare il calore di ogni festa. «È per questo che te ne vai in giro in una sera così, non è vero?»

«Non sono più una bambina.» Lo disse come se volesse dare una spiegazione. «Mi occupo di me stessa, da sempre.»

Era entrata in casa in punta di piedi, pallida e infreddolita. 

«Vieni, non hai nulla da temere.» Con una mano fra le scapole l’aveva spinta in salotto, davanti al camino. Nevicava da ore, eppure lei indossava un vestito leggero, senza scarpe ne cappello. Le aveva offerto biscotti, un bicchiere di latte, poi le aveva chiesto «Come ti chiami?» 

«Lucia.»

«Puoi fidarti di me, Lucia» le aveva detto, «puoi restare quanto vuoi. Ti insegnerò anche un gioco, saremo amici.» 

La ragazza prese un cerino dalla tasca. L’accese e glielo mise davanti. Muoveva il polso, morbido, come se lo stelo di legno che aveva iniziato a bruciare continuasse lungo il suo braccio. 

«Che vuoi fare?» le chiese mentre fissava la fiamma.

«Guarda qui, professore.»

Con il fuoco l’avrebbe portato dove voleva. All’inizio avrebbe visto appena qualche immagine, i capelli, le spalle, forse i piedi, ma sarebbero bastate a tenerlo fermo sulla poltrona, a fargli accelerare i battiti. 

Un cerino come quello durava appena qualche minuto. Ne aveva sistemati altri due di fianco a lei. Col secondo, l’uomo avrebbe visto meglio, percepito ogni sensazione. Si sarebbe rivisto in quella stanza. L’avrebbe toccata e poi baciata. 

Intanto, le gambe di lui iniziavano a diventare pesanti, le braccia impossibili da sollevare e le parole lente ad arrivare.

«Che diavolo…»

«Che c’è professore, hai paura?»

Quando accese il terzo fiammifero lo fece senza alcuna fretta. I movimenti che prima erano stati rapidi adesso erano moderati, consapevoli che il torpore dell’uomo si sarebbe amplificato facendolo sprofondare nella paralisi. Non restava che tagliare l’ultimo filo perché oltre il corpo perdesse anche la testa. 

«Puoi mangiarli, se vuoi.» 

La bambina era rimasta in silenzio anche quando aveva preso uno di quei dolci. Dopo l’aveva fatta andare in bagno, aveva riempito la vasca. Le aveva detto che per giocare avrebbe dovuto essere pulita. Le aveva preparato anche un vestitino. «Ti va di indossarlo, Lucia?» 

Era stata fortunata, pensava. Quell’uomo era gentile con lei, aveva detto che le avrebbe anche preparato un letto per la notte. Sì, era stata fortunata. 

«Saremo amici» le aveva ripetuto prima di prenderla per mano. Era una mano grande, sudata. Il contatto l’aveva fatta tremare. «Non avere paura, Lucia.» L’aveva portata giù per le scale, un gradino per volta. Lì sotto faceva freddo, quasi quanto in strada.

«Ora giochiamo. Ti va di giocare, Lucia?»

Il gioco era semplice. Doveva restar ferma e zitta. E sopportare, ogni cosa.

Adesso a bruciare non era più solo il fuoco del camino. La ragazza aveva usato i cerini sul tappeto, sulla tappezzeria, sulla coperta che gli copriva le gambe. Non aveva dimenticato l’odore dell’uomo ma lo stesso si era avvicinata per dargli un bacio. La bocca era muta, i lineamenti deformati. 

«Ora qualcuno muore» gli ripeté. 

L’incendio consumava la stanza, l’albero e tutte le stelle. Cadevano, una a una, e liberavano le anime buone che adesso potevano salire al Signore. 

Un racconto di Sabrina Tosto

Illustrazione di Cartone

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