La giovinezza

“Ti tenta, la giovinezza?”

Il ragazzo, Annie Ernaux 

 

Cammino nel buio, alla fine della città, allontanandomi da casa mia. Creature silenziose sedute sui bordi dei marciapiedi, impalate agli angoli delle strade. Gigantesche prostitute nere che rilucono di strass, treccine e minigonne dai colori abbacinanti, in un campo senza erba, tutto terra e polvere. Dai palazzoni intorno, fatiscenti e privi di forme, arrivano grida indistinte, bagliori intermittenti che rischiarano questo scenario di periferia povero e immondo. 

Penso alla ragazza che ho conosciuto in un locale del centro dove mi sono fermato a bere, prima di decidermi a venire quaggiù. Aveva gli occhi neri e taglienti, i capelli biondi raccolti in un codino perfetto, un piccolo neo sulla tempia sinistra, un seno minuscolo e teso intravisto sotto la canottiera. Aveva venticinque anni, e un corpo leggero – bellissimo – che non conteneva niente, nessun impegno, nessun dovere, e che mi ha dato l’illusione di poter stare bene e alleviare tutta la stanchezza e il dolore che sentivo. Come se nella certezza innocente e disarmante della sua giovinezza, nella luce e nel calore in cui mi è apparsa quando si è seduta accanto a me per bere, mi avesse veramente compreso – avesse compreso tutto, e non avessi più bisogno di altro: stare male ancora, continuare a tradire ancora. Adesso, dopo averla lasciata da sola – “hai gli occhi taglienti”, “cosa vuol dire avere gli occhi taglienti?”, “significa che non posso più fare a meno di te”, “non ti conosco”, “nemmeno io”, “voglio stare con te stanotte”, “non posso portarti con me” – vago senza meta nell’oscurità più profonda, con l’immagine di lei addosso, dentro il corpo, a farmi da monito o da guida. 

Sotto un cavalcavia, accasciata su una sedia di plastica accanto a un cespuglio secco, una piccola prostituta fa segno di avvicinarmi. Mi guarda senza espressione. Nella solitudine violenta che mi circonda, sento per la prima volta come una minaccia trasparente, mescolata a un’attrazione traboccante e misteriosa verso quel mondo, quella vita. Come se il corpo devastato di quella ragazzina, mi venisse offerto da un inferno lucente per lenire finalmente tutte le mie ossessioni, le mie paure.

Senza dire niente, si alza e mi prende per mano, conducendomi lentamente verso uno di quei palazzoni sgraziati che dominano l’orizzonte. Ci sono donne seminude e uomini con gli occhi gialli sparpagliati per le strade. Provano ad avvicinarsi, a chiedermi dei soldi, a minacciarmi – non riesco ad avere pietà di loro – mentre lei continua a tenermi per mano, accanto a sé, senza mai lasciarmi accompagnandomi su per delle scale mal illuminate, attraverso pianerottoli e porte chiuse, dietro le quali risuonano versi ambigui, bambini che piangono, donne che soffrono. 

È seduta sul divano con le braccia conserte, la testa reclinata sul petto, gli occhi quasi chiusi. Dopo avere scopato rimaniamo in quella posizione a guardare la parete di fronte a noi. La osservo meglio: la sua pelle è nera, nerissima, ha denti corti e un po’ giallastri, gli occhi bianchi ed enormi; un aspetto osseo, il viso butterato, le labbra mangiucchiate.

È strano: mi sento finalmente libero, come non mi ero mai sentito prima. Capisco che quaggiù tutto può essere vissuto e contemplato senza sfumature, senza margini: un ambiente libero e rovinoso dove la verità finisce per coincidere con il bisogno della carne. 

Le dico: “Mio padre era malato e non me l’ha mai detto”.

Il suo viso è scarno e inespressivo. Comincio a parlare nel buio, nel silenzio. 

“Una notte, mentre dormivo, ho sentito come il grido di un gatto investito da un’auto. Ho aperto gli occhi e ho capito che erano i conati di vomito di mio padre. Versi rauchi, forzati.”

Si lascia sfuggire dai denti un sibilo. Prima di farsi pagare mi ha rivelato di avere sedici anni.

 “Mi sono alzato e ho bussato alla porta del bagno. ‘Babbo, che succede?’ gli ho chiesto. ‘Niente, ho mal di pancia, stasera non ho digerito’. ‘Hai bisogno di aiuto? Posso entrare?’ ho insistito io. ‘No, non c’è bisogno, torna a letto.’ Mi sono affacciato alla porta della sua camera e mia madre dormiva come se nulla fosse, serena, il corpo ben nascosto sotto la coperta.”

La parete davanti a noi è nera e spoglia. Mi sforzo di guardare fuori dalla finestra. 

“Così sono tornato a letto. Ho provato a chiudere gli occhi ma non riuscivo a riaddormentarmi. Sentivo mio padre, dal bagno, graffiarsi la gola e non riuscire a smettere di vomitare.”

Mi tocca il dorso della mano con la punta delle dita. Le sue unghie sono sporche.

“Va’ avanti” mi dice. È sincera nel suo incitamento. La sincerità è avvinghiata al suo corpo, al suo silenzio. Scuoto la testa, chiudo gli occhi.

Di colpo, mi infastidisce aver condiviso con lei questo ricordo oscuro e confuso della mia infanzia.

“Vuoi uscire?” mi chiede. 

Non rispondo e lei nasconde il corpo dentro uno straccio logoro che assomiglia a vecchissima camicia da notte. 

“È buio, fuori”, dico. 

Siedo ancora con il sesso umido e gli occhi chiusi.

“Allora era già morto” dice lei fissando il muro davanti a sé.

“Come dici?”.

Di là, nella camera dove abbiamo scopato ormai più di un’ora fa, c’è un letto con le lenzuola umide che resterà per sempre macchiato del suo sangue e del mio sperma. È una camera senza finestre. Di notte, con la luce spenta, la camera diventa completamente nera. 

Penso: non posso farlo di nuovo, non posso continuare a essere così.

Allungo la mano, trovo il suo corpo. Scorgo un ingenuo desiderio d’affetto nei suoi occhi. Rido piano e le scosto la camicia da notte. Sappiamo entrambi di essere stanchi, malati, lontani dalle nostre vite vere – qualunque esse siano. Sappiamo entrambi, però, che in questo momento, solo in questo momento, stiamo bene. 

“Vorrei leccarti la fica” le dico. 

“Cos’è una fica?” mi chiede, ridendo.

La sua camicia da notte mi appare sempre più lacerata e sporca.

“Fuori” dice lei, con un debole bagliore dagli occhi, senza fiamme, “c’è la morte”. Poi scoppia in una risata e posa la sua mano gracile sul mio sesso. Il suo volto è impenetrabile. 

Io vorrei solo dirle la verità: “La verità è che la mia ragazza vuole un figlio da me.” Lo dico sussurrando e resto senza fiato, come se fosse un pensiero improvvisamente emerso dal buio, dal nero. Ma lei continua a ridere, come se non mi avesse sentito. Si china giù e me lo prende in bocca. 

Penso che è bellissima e orribile nello stesso momento. 

Mi chiedo perché dovrei costringermi a farne a meno. 

È mattina presto. Nel cielo, solo nuvole fredde. Per strada portoni divelti, cancelli arrugginiti, marciapiedi interrotti. Le creature della notte sono scomparse.

Penso: un giorno anche io morirò. Il primo è stato mio padre, è lui il colpevole: è stato lui il primo ad andarsene, a morire. 

In questo momento, mi sento come composto da due esseri, umani entrambi. Uno cerca di appartenere alla vita, l’altro di dissociarsene.

Torno indietro, verso il centro della città, diretto a casa. Passo davanti al locale dove ieri sera ho incontrato quella ragazza. Per il tempo breve e stupendo che siamo stati insieme, sono esistiti solo i suoi occhi, il suo corpo. È esistita solo la sua giovinezza. 

A casa trovo lei, con il suo pigiama azzurro, sotto la vestaglia pulita. Sta facendo colazione. Per un attimo, sembra mia madre nel ricordo che ho evocato questa notte: addormentata e immobile nel letto, mentre mio padre, nella stanza accanto, vomitava la sua morte. 

Non chiede niente. Mi guarda solo con un amore disperato e una delusione profonda dagli occhi. Le passo accanto sfiorandola appena. 

Penso: dov’è finita la mia giovinezza? 

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