«Che stai disegnando, Annù?»
«Non lo vedi che è un ventilatore, Pà!» rispose Anna senza staccare mano e occhi dal foglio.
«Lo sai a che serve?»
«Certo che lo so! A fare sentire meno caldo.»
«Questo è quello che sanno tutti. C’è un’altra cosa che fa e che sanno in pochi…»
«Cosa?» chiese Anna abbandonando la matita sul tavolo e inclinando la testa di lato, lo sguardo all’insù a fissare la bocca del padre.
«È un microfono speciale! Fa arrivare messaggi e canzoni lontano, più lontano degli aerei», le svelò disegnando chilometri e chilometri a mezz’aria.
«Che dici?»
«Vieni! Ti faccio vedere».
Affaccia bedda e senti sta canzuni
La canto sulu a tia cocciu d’amuri
Salvatore Aiello pigiò il tasto con il numero uno e cominciò a cantare davanti al ventilatore a piantana che la moglie spostava in cucina, quando preparava da mangiare.
«Papà, che fai?»
«Non lo vedi che sto cantando, Annù?»
«Ti devi mettere qua, davanti alla cosa che gira», disse la bambina arrampicandosi sulla sedia che aveva strisciato dinanzi al ventilatore.
«Questo è come lo fanno tutti. Se ti metti dietro, la ventola girando fa arrivare la canzone ancora più lontano. È questo il segreto.»
«Se vabbè!»
«Vero è! Proviamo!»
Anna si mise in piedi sulla sedia, vicino al padre. Piegarono la testa in avanti e iniziarono a cantare, insieme.
***
«Mamma mamma, vieni subito!»
«Che c’è? Perché butti voci?»
«Papà si è fatto la cacca di sopra. Ha sporcato tutto il divano!»
«Turi Turi che hai? Che ti senti? Annù, scendi! Vai a chiamare lo zio Peppe veloce», le implorò la madre mentre teneva il viso del padre al petto, accarezzandolo, coprendogli le gocce di sudore e di vergogna.
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Anna si rifugiò nella sua camera, mentre sua madre e suo zio ripulivano il padre, in attesa dell’ambulanza. I grandi potevano vedere il corpo dei piccoli, ma i piccoli no: non quello di sesso diverso. Anna tornò in soggiorno quando tutti erano andati via. A terra, montagne franate di carta cucina e vestiti sporchi. Dappertutto, l’odore di merda fresca.
«Annù, vieni qua, aiutami a piegare il copridivano così lo buttiamo», sua zia le fece segno di avvicinarsi mentre spalancava la bocca di un sacchetto di plastica, nero.
«Mi fa schifo toccare la cacca!» rispose Anna, indietreggiando.
«Ormai sei grande e devi fare pure le cose che non ti piacciono», ordinò sua zia.
«Chiudiamolo bene così non esce puzza», continuò.
Anna la puzza l’avvertiva ancora; quella di cacca e candeggina sul pavimento, quella di cacca e muschio sulle mani che continuava a sentire sporche.
***
«Mamma, cos’è questa?» chiese Anna indicando la borsa che dal braccio metallico, in alto, andava verso quello di suo padre, disteso.
«La sacca di cibo», rispose sua madre schiacciando i grani della corona del rosario.
«E dov’è il cibo? È trasparente!»
«Papà non può mangiare le cose normali perché ha un problema all’intestino.»
«Non aveva un problema ai pomoni?» domandò ancora ,poggiando entrambe le mani sul petto.
«Polmoni, si dice polmoni», la riprese la zia seduta accanto alla madre con in mano la stessa corona.
«E comunque, basta con tutte queste domande! Siediti e prega pure tu!» continuò.
Anna prese posto sulla sedia di fronte al letto, lo schienale sfiorava l’armadio chiuso. Agganciato a uno dei pomoli la gruccia con il vestito incellofanato di suo padre, quello che indossava ai matrimoni.
Si sedette e cominciò a contare le gocce che dalla sacca scendevano – una a una – a un tubo più grande ,poi lungo uno più piccolo, come all’acquapark. Le gocce non finivano in piscina, ma dentro la mano di suo padre, macchiata di rosso scuro viola. Anche le piante dei piedi erano viola.
Voleva dirlo a sua madre, ma l’avrebbe rimproverata se l’avesse interrotta mentre pregava.
Rimase in silenzio a fissargli le estremità che si coloravano di scuro.
***
«Mamma, ti piace?» chiese Anna poggiando il foglio colorato sulle gambe di sua madre, vestite di nero.
«Cos’è? Un ventilatore?»
«Lo sai a che serve?»
«Certo che lo so! A fare sentire meno caldo.»
«Questo è quello che sanno tutti. C’è un’altra cosa che fa e che sanno in pochi. Vieni! Ti faccio vedere».
Anna strisciò il ventilatore, da vicino al divano ancora nudo a davanti la finestra.
Fece lo stesso con la sedia a capotavola, quella che usava suo padre per mangiare, giocare al solitario, fare i conti a mano.
«Annù, che stai facendo?»
«Il ventilatore è un microfono speciale! Fa arrivare messaggi e canzoni lontano, più lontano degli aerei», le svelò disegnando chilometri e chilometri a mezz’aria.
«Finiscila con queste cretinate!»
«Vero è! Mettiti qua dietro, la ventola girando li fa arrivare ancora più lontano. È questo il segreto.»
«Basta, Annù!»
«Proviamo! Cantiamo una canzone per papà».
Anna si mise in piedi sulla sedia. Fece segno alla madre di avvicinarsi.
Affaccia Beddu e senti sta canzuni
La canto sulu a tia cocciu d’amuri
Inclinò la testa in avanti e iniziò a cantare. Sua madre le strinse la mano, con l’altra, si avvolse il viso, per coprire le gocce di sudore e di tristezza.
Un racconto di Cosima Ticali
Illustrazione di Francesco Paci

