E la chiamano estate

È che alcuni hanno il condizionatore, altri il ventilatore. 

Ho sempre creduto che l’estate fosse difettosa: ipotensione, zanzare, impossibilità di trovare rimedio al caldo se non per il tempo di un bagno o di una doccia fredda, ma soprattutto è la stagione dell’anno in cui fare l’amore diventa un’attività estrema a rischio collasso – astenersi i deboli di cuore. Per non parlare poi del sudore, a volte così copioso da mischiarsi con tutti gli altri liquidi. E ancora, la sabbia che non si toglie mai del tutto dai piedi e che finisce tra le pieghe delle lenzuola, la pelle sporca di salsedine che crea quell’attrito fastidioso con qualsiasi altro tipo di tessuto o il pendolo schopenhaueriano tra l’uscire a visitare il luogo di villeggiatura – per il cui raggiungimento si è spesa una certa cifretta – o lo stare a letto a godersi la compagnia dell’altro, mentre fuori l’estate scorre. Insomma, l’inferno esiste e dura tre mesi l’anno, soprattutto per chi non è disposto a rinunciare alla propria vita sessuale. Per questo risulta molto importante trovare qualcuno che sia in grado di sopperire alla prima necessità che si fa strada nel cuore di chi vuole amare senza rischiare l’iperidrosi: l’aria. Le possibilità, come anticipavo, sono principalmente due – a meno che tu non sia amante dell’en plein air, ma in quel caso si tratta di darsi a complessi calcoli riguardo all’inclinazione del sole, alla traiettoria dell’ombra e all’altezza dei cespugli necessari a nascondervi da occhi indiscreti. 

L’uomo con l’aria condizionata è l’uomo che non deve chiedere mai, sicuro di sé e dei propri mezzi – che solitamente non sono proprio suoi suoi, ma di chi si occupa di affitto e bollette. Si inoltra nei lidi con un costume a pantaloncino dalla lunghezza ben calibrata – sopra il ginocchio, ma che non superi mai la metà della coscia – e a tinta unita, a cui abbina una camicia a maniche lunghe risvoltate secondo l’etichetta. Porta i mocassini anche se va in spiaggia e infatti, Dio lo abbia in gloria, si pulisce sempre perfettamente dalla sabbia prima di indossarli di nuovo. Gli uomini condizionatore hanno coraggio da vendere e infatti ti approcciano da soli perché non hanno bisogno di una spalla e abbassano le aspettative offrendoti una birra – ovviamente artigianale. Sanno dove colpire e così, dopo due IPA, sei in camera loro. Lo scenario è sempre lo stesso: una stanza asettica, un letto matrimoniale dalle lenzuola color pastello, una cassapanca beige o sui toni del bianco e le pareti completamente intonse. Così, non solo ti girerà la testa, ma ti sentirai confusa perché non capirai se ti trovi in un Airbnb o a casa di uno che hai appena conosciuto. Ma ecco che arriva il bello: vi spogliate, mentre pomiciate vi gettate sul letto e, rullo di tamburi, lui si infila sotto il lenzuolo – che, bada bene, tu non hai notato perché era piegato e tirato al limite della sua elasticità. Già, perché l’uomo con il condizionatore lascia la sua arma sempre accesa, anche e soprattutto quando non è in casa, ed è talmente abituato alla temperatura autunnale che il lenzuolo non se lo toglie mai di dosso. Il condizionatore non ti farà versare una lacrima di sudore, ma preparati a perdere la voce e, se soffri di cervicale, ad avere il collo bloccato per almeno due giorni – niente che abbia a che vedere con le abilità amatorie del suddetto, ahimè. 

L’uomo con il ventilatore invece è senza pretese. Quando esce non si aspetta davvero di portare a casa qualcuna così, se il suo costume a fantasia, la t-shirt over-size e le espadrillas faranno breccia nel tuo cuore, ti ritroverai presto a bere un gin tonic assemblato con delle proporzioni dubbie nel suo appartamento disordinato. Ebbene, non lo diresti mai, ma l’uomo ventilatore vive da solo, al massimo con qualche coinquilino, lontano dal centro ma non tanto da farti sentire vittima di un rapimento. Ha un gran cuore, ma lo stesso non si può dire del portafogli, così la sua casa rimane sempre calda e infatti, appena entrati, il sudore si fa strada sotto i vestiti. Solo dopo la decima passata del dorso della mano sulle tempie, lui si renderà conto che la situazione è insostenibile e accenderà il ventilatore, di solito ereditato dalla nonna ormai trapassata, pieno di polvere e dal rumore simile a quello di un Airbus. Una volta finito il gin tonic, che ti avrà fatto venire più caldo di prima, l’uomo ventilatore attaccherà in maniera un po’ impacciata, ovunque vi troviate. Alcuni decidono di rimanere sul divano, con il tessuto pizzicante che ti irrita tutta la schiena, perché sanno che in camera da letto la situazione caldo non accennerà a diminuire; altri invece risultano più razionali e ti portano nella loro stanza, che solitamente è la trasposizione dei loro sedici anni. Poster alle pareti, bottiglie vuote, libri di Hesse, Kerouac e Kundera e, soprattutto, il letto con le lenzuola dell’Ikea, sempre che siano visibili: infatti, il giaciglio dell’uomo ventilatore è quasi sempre sfatto, con le coperte raggomitolate ai piedi del letto o addirittura per terra. È impossibile biasimarlo: d’altronde, non si aspettava visite. Che si tratti di divano o di letto, l’amplesso con il ventilatore è sempre caldo e umido, una vera e propria escursione in Amazzonia, ma nulla a cui il suo doccino traballante non possa porre rimedio. 

Che sia aria condizionata o ventilatore, la regola d’oro è solo una: non dimenticare mai il Polase.

Un racconto di Giorgia Levy

Illustrazione di Francesco Paci

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