Never Mint

Ciao a tutti, mi chiamo Mint, sono un ghiacciolo alla menta e nessuno mi ama.

Visto che questa è una seduta di gruppo, cercherò di raccontarvi la mia storia, anche se so che non frega niente a nessuno.

Sin da quando sono stato prodotto, in una fabbrica sita in un piccolo paese del Nord Italia, con notevoli problematiche di sicurezza e persino di agibilità, sperduta nel bel mezzo delle campagne, non facevo che udire gli operai addetti alla mia preparazione commentare, perplessi:

«Chissà perché continuano a inserire nella scatola questi ghiaccioli alla menta, visto che poi non li mangia nessuno».

«Preferirei digiunare piuttosto che mangiare uno di questi orrori».

«Secondo me li mettono lì solo per occupare spazio».

La mia intera esistenza è stata condotta nella vergogna, nel rifiuto, nella solitudine e nell’isolamento sociale.

Quando ero piccolo, i popolari ghiaccioli al limone, commerciati in ogni formato immaginabile, e bramati ardentemente da tutti i bambini, mi prendevano in giro per il mio strano colorito, per l’odore pungente e per la mia scarsa capacità di attrarre persino i palati meno esigenti.

Nemmeno gli obesi gravi, candidati all’intervento bariatrico, volevano saperne di me; neppure i soggetti affetti da bulimia o da disturbo da alimentazione incontrollata mi consideravano: erano capaci, in preda a una crisi, di ingurgitare perfino minestrone ancora surgelato, ma mai, mai e poi mai avrebbero mangiato me.

Anche i ghiaccioli alla fragola e all’arancia, che non se la passavano certo male, mi snobbavano, organizzandosi per uscire in gruppo senza di me; ringalluzzendosi a vicenda nel constatare quanto la loro categoria fosse richiesta e al pensiero che presto, molto presto sarebbe arrivato per loro il giorno tanto atteso: quello in cui qualcuno, dopo aver aperto il congelatore e scandagliato le sue profondità e i suoi anfratti, li avrebbe scelti per mangiarli; e sapevano benissimo che quel giorno sarebbe arrivato di sicuro.

Io, dal canto mio, ero piuttosto consapevole, anche per via degli studi approfonditi che avevo condotto sulla storia dei ghiaccioli, di quale sarebbe stato il mio destino: relegato per sempre nell’angolo di un congelatore non del tutto funzionante, che gradualmente, producendo quantità considerevoli di ghiaccio, mi avrebbe fagocitato, sino a rendermi parte di sé per l’eternità.

Tuttavia, questo destino proprio non mi andava giù e, nel poco tempo che mi rimaneva, all’interno del bancone del mio supermercato, prima di essere condotto a casa di qualche consumatore, continuavo a rimuginare senza sosta, alla ricerca di una possibile soluzione.

Se tentavo di infilarmi in una scatola di ghiaccioli al limone, sperando di essere scambiato per un ghiacciolo al lime un po’ troppo scuro, e dunque mangiato per errore, venivo aspramente scacciato:

«Ma sei matto? Ci vuoi rovinare il mercato?».

«Non ci compreranno mai se ci sei anche tu! Va’ via!».

I ghiaccioli della mia scatola multigusto di sottomarca già tentavano di prevedere l’ordine in cui sarebbero stati scelti: prima tu, no io, no lui, tu sarai il terzo, tu il sesto, etc.; di me nessuno parlava, a dire il vero non ero incluso in quell’elenco neppure come ultima scelta, poiché tutti sapevano che non sarei stato scelto mai.

Ma un bel giorno, la mia vita cambiò: dal mio bancone vidi quella signora sciatta, trasandata, paffuta, zoppa, ricoperta di peli di gatto avvicinarsi dapprima al bancone degli alcolici e poi delle patatine poi, con passo incerto, dritta verso di noi.

I ghiaccioli al limone, alla fragola e all’arancia già esultavano, striduli: 

«Sìi! È venuta a prenderci!».

Io, mesto, mi rassegnavo a un’eternità inglobato in un pezzo di ghiaccio; finché, aperta l’anta del congelatore, dopo aver appestato l’aria gelida col suo alito di fumo e di sambuca, la donna sciatta, osservando accuratamente la nostra scatola, esclamò:

«Oh, menta! Finalmente potrò farmi un bel Mojito!».

E fu così, che fra gli sguardi increduli dei ghiaccioli che mi circondavano, divenni un felice alcolista.

Ed oggi sono qui con voi per disintossic… Anzi no!

Fine.

Un racconto di Giulia Luppino

Illustrazione di Francesco Paci

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