Sono bravo, ho promesso

Gliel’ho promesso, dottore, quindi non toccherò il binocolo. Lo lascerò nella custodia, chiuso nell’armadio, a chiave. Non lo toccherò, davvero. Sono bravo, ho promesso.

Però

Insomma, c’è questa ragazza, nel palazzo di fronte. È bellissima. Giovane, sì, molto giovane. Ma non è minorenne, no, non è come quella volta, quando sono finito in ospedale. No, questa volta è molto diverso. Ecco, da qui avrei proprio la visuale perfetta. Ma non la guardo, dottore, ho promesso.

Chiave, armadio, custodia, binocolo. È un modello professionale, l’ho preso su Amazon, mai visto niente di così potente. Da questa distanza si distingue anche il colore dello smalto sulle dita dei piedi. No, dottore, non le sto guardando i piedi. Intendevo dire che, se avesse lo smalto sulle dita dei piedi, da qui lo vedrei bene. Ma non l’ho guardata, non la sto guardando, davvero, sono bravo, ho promesso. E poi no, dottore, non è ancora l’ora delle pastiglie, le prenderò più tardi. Ho messo la sveglia, mi ricordo. Lo so che le devo prendere, ho capito che mi fanno bene, che mi aiutano a non pensare più a quelle brutte cose. Infatti non ci penso e non le farò più, dottore, perché non voglio tornare in ospedale, voglio restare qui, a casa mia. E non guardo le finestre del palazzo di fronte, no, non lo faccio. Sto qui buono, ho il binocolo sulle ginocchia, ma non lo sollevo, non lo punto. Se lo facessi, vedrei la ragazza che si sta spogliando. Eccola, sì, è rimasta in mutande e reggiseno e sta ballando davanti allo specchio. È davvero bella. Ma smetto subito, dottore, non guardo più. L’ho promesso.

Sta scartando un ghiacciolo. Con questo caldo è un’ottima idea. Ne vorrei uno anch’io, ma non posso mangiare i ghiaccioli, lo sa, vero, dottore? Gliel’ho raccontato, se lo ricorda? È perché non sopporto di addentare lo stecco di legno. Io odio quando i denti sfregano contro il bastoncino del ghiacciolo, perché mi sfrigolano i nervi, mi viene la pelle d’oca e sento i brividi lungo la schiena. Ho sempre cercato di resistere, ma non ci riesco, non tollero nemmeno chi lo fa davanti a me, perché subito sento quel rumore, lo sento nelle orecchie, nella bocca, nei denti, mi arriva dritto al cervello e non capisco più niente. Mi viene voglia di uccidere tutti quelli che lo fanno. Lo so che è sbagliato, lo capisco, e so anche che non dovevo fare quella brutta cosa all’infermiera Lucia, però lei aveva morso lo stecco proprio per farmi arrabbiare, lo aveva fatto apposta, perché mi odiava. Ma ho capito di aver sbagliato, dottore, e non lo farò più. Ho promesso. È tutto a posto, adesso, sto bene, sono tornato a casa e sono bravo. Davvero, dottore, sono proprio bravo. Prendo sempre le pastiglie all’ora giusta e non guardo la ragazza del palazzo di fronte. Non la guardo più.

Adesso sta per finire il ghiacciolo. Non che l’abbia mangiato nel modo giusto, intendiamoci. Il ghiacciolo si mangia a piccoli morsi, non si deve succhiare, altrimenti si consuma tutto lo sciroppo e resta solo il pezzo di ghiaccio che non sa di niente. Lo sanno tutti, dottore, come si mangia un ghiacciolo, no? Che poi è come farei io, se solo potessi mangiare un ghiacciolo senza correre il rischio di arrivare allo stecco con i denti. Lei, invece, l’ha succhiato e adesso, attaccato allo stecco, le è rimasto solo ghiaccio. E se si staccasse e cadesse nel reggiseno? Non vorrei mai perdermi la scena. Ma non la guarderò, ho promesso.

Sta mordendo lo stecco. Oddio, non dovevo guardare, ma ormai l’ho vista. E lo sta facendo di nuovo, morde il legnetto, continua a morderlo, e ride. Non lo sopporto, ho la pelle d’oca e i brividi lungo la schiena. Non dovevo guardare, dottore, lo so, ho sbagliato. Adesso metterò via il binocolo, lo chiuderò nell’armadio e butterò via la chiave, così non avrò più la tentazione di usarlo.

Lo prometto, dottore, lo prometto, non guarderò più. Tanto la ragazza del palazzo di fronte non mi piace nemmeno. Cioè, prima mi piaceva, ma adesso non riuscirò più a pensare a lei senza ricordare che ha morso il legnetto del ghiacciolo. No, basta, smetto di guardarla e prendo le pastiglie, che è quasi ora. Le pastiglie mi fanno stare meglio, mi calmano, riescono anche a farmi dimenticare quel rumore terribile dei denti sullo stecco di legno. Un bel bicchiere d’acqua e le mie pastiglie, ecco di cosa ho bisogno.

In cortile è appena scesa la figlia di quelli nuovi che abitano nella scala B. È così carina, con quei codini e il vestitino corto con le spalline sottili. Avrà caldo anche lei. Abbiamo tutti caldo, non si era mai sentito un caldo così. No, non assomiglia a quell’altra, dottore, è molto diversa. No, non la sto guardando perché mi ricorda quell’altra, dottore. E poi non la sto nemmeno guardando, è solo che mi è scappato l’occhio mentre andavo a prendere il bicchiere d’acqua per le pastiglie. Ma non la guardo, dottore. E non la inviterò a salire a casa mia. L’altra volta mi è bastata, non voglio tornare in ospedale. Adesso è l’ora delle pastiglie. Sono bravo, ho promesso.

Però

Un racconto di Elisabetta Tocchetti

Illustrazione di Francesco Paci

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