Una goccia di sudore entra nell’occhio destro e brucia. Aristide si sfrega l’occhio, ma peggiora solo la situazione: adesso il bruciore è più forte, ma lui non può fermarsi. Quello che sta facendo è un lavoro certosino, ci vogliono entrambe le pupille per guardare dentro gli ingranaggi e far funzionare la radiolina. Quando smanetta per un po’ con le manopole e i fili incastrati dietro, nella centralina, la radio si accende. Manda musica, preghiere, programmi di cultura e altre cose meno interessanti. Ci vuole un po’, ma quando poi becca la frequenza giusta, Aristide può fermarsi a contemplare il sole e ascoltare le canzoni. Musica sempre diversa, non trova mai la stessa stazione due volte, ma ciò che conta è che ci siano suoni. Non gli interessano le parole, Aristide non è un bambino loquace e non gli piace che gli altri lo riempiano di discorsi inutili. La musica, invece, gli interessa; come se la studiasse, quando finalmente riesce a raggiungere la stazione giusta si mette steso sull’erba e fissa il cielo, sta analizzando passo per passo ogni piccolo movimento armonico, cerca di indovinare gli strumenti, si estranea dal testo e cerca di tenere il ritmo con le dita.
Finalmente!, Aristide è riuscito a trovare una stazione che mandi musica. Oggi tocca alla musica classica: un concerto di archi e pianoforte invade l’area isolata – fatta solo di erba bruciata e formiche – dove Aristide si trova. Solo un’antenna, una gigantesca antenna posta al centro del campo, sembra spuntare da sotto al terreno e crescere in altezza: un totem. Aristide ha capito col tempo che più si avvicina all’antenna, più suoni usciranno dalla radio. All’inizio, la prima volta che l’aveva vista, si teneva a distanza, ma la radio graffiava i suoni e non lasciava apprezzare la musica. Così nei mesi ha preso coraggio, ora quasi arriva a toccarla, ma non la sfiora mai davvero. Ha paura di prendere la scossa, così il suo coraggio arriva fin dove non sente il caldo bollente del metallo ustionato dal sole.
La scoperta era arrivata pochi mesi prima. Mauro – il papà di Aristide, anche se lui lo chiama così perché si sente più forte a mettere una distanza tra sé e quell’uomo grande e grosso che torna a casa sempre quando lui è già a dormire – aveva lasciato questa radio sul tavolo della cucina. Aveva detto alla mamma di Aristide: Buttala, è scassata. Ma Aristide era arrivato in tempo per salvarla, l’aveva presa dal cassonetto dove l’avevano abbandonata e aveva pensato: Posso salvarla. Quello che Mauro rompeva, lui poteva aggiustarlo. Così aveva iniziato a lavorarci: passava le sere sotto le coperte a cercare di intravedere nel buio i fili e gli ingranaggi arrugginiti di quel piccolo oggetto, poco più grande di un pulcino. Niente, quella matassa di fili e latta non ingranava più, forse era davvero morta. Aristide però aveva una bicicletta, una piccola mountain bike che mamma gli aveva regalato per il compleanno, passandogli di nascosto i soldi. Mauro non voleva che il bambino avesse un oggetto così pericoloso: Chissà dove se ne va poi, lo sai che è strano ’sto bambino. Per fortuna la mamma sapeva come fingere di dare ragione a Mauro senza credergli nemmeno per un istante, così alla fine Aristide era riuscito a comprarsi una bella bici usata, la teneva nascosta nel garage di un’amica di mamma. La prendeva tutti i pomeriggi per andarsene fuori al paese, dove c’era la grande antenna che dava la rete a tutto il circondario. Aveva pensato, se quell’antenna può funzionare per la televisione, forse sarebbe tornata utile anche per una radio come quella. Così, un giorno – durante la controra, quando Mauro dormiva prima di tornare a lavorare – aveva preso la bicicletta senza svegliare nessuno e, nel caldo lacerante dell’estate alle tre del pomeriggio, aveva fatto correre le ruote fin quasi a non sentirsi più le ginocchia. Aveva buttato la bici sul prato ed era corso verso l’antenna, con la speranza di chi si inginocchia al crocefisso in chiesa. Si era posizionato a distanza di sicurezza – quell’oggetto gli dava l’impressione di un fulmine che si era andato a conficcare dentro al suolo e non s’era più riuscito a liberare – e aveva aperto il cuore della radio. Aveva portato con sé una pinza e una forbicina per le unghie, anche se non sapeva come usarle. L’inesperienza però aveva ceduto il posto alla testardaggine e, nel giro di qualche ora, mentre il caldo scemava un po’ e veniva sostituito da una leggera brezza, Aristide aveva sentito dei suoni. All’inizio era solo il gracchiare di qualche voce sconnessa, un fruscio indistinto che interferiva col silenzio dei campi; ogni tanto poteva carpire qualche parola, avvicinando l’orecchio gli sembrava di poter per capire meglio. Neanche il tempo di sperare di poter ascoltare qualche frase per intero, che la radio tornava a balbettare versi. Ancora, la speranza lasciava il posto alla delusione a un ritmo quasi stabile. Poi, dopo qualche giorno, Aristide aveva capito di doversi avvicinare all’antenna; si era accostato ancora, poi un altro po’, e infine era arrivato ad ascoltare una canzone intera senza interruzioni né interferenze. La felicità che aveva provato in quei minuti gloriosi non era paragonabile a nulla, nemmeno alla contentezza dell’ultima campanella prima dell’uscita da scuola.
È una giornata di fine agosto, le giornate si accorciano di nuovo, il caldo è ancora torrido ma ormai le nuvole di pioggia cominciano di nuovo a palesarsi. Mentre la musica prosegue, qualche goccia bagna gli occhi arrossati di Aristide. Prima che possa alzarsi, una pioggia torrenziale oscura il campo di erba secca. Aristide prende la radio ancora accesa e scappa via dall’antenna; acchiappa la bici, infilza i piedi sui pedali e comincia a correre. L’estate è finita, Aristide pedala con la radio che spruzza suoni a caso. Il tragitto verso casa è veloce, ma a lui pare di non arrivare mai. Ha paura di Mauro, di quello che dirà quando lo vedrà così bagnato e sporco di terreno. Spera che la mamma sia a casa, che non sia andata a fare visita alla signora di fianco per il caffè. Da un po’ di tempo mamma è sempre dalla signora: prima ne parlava male, ma quando Mauro prende le ferie estive, improvvisamente la vicina le diventa più simpatica.
Aristide frena la bici senza guardare lo scalino del marciapiede e cade sulle ginocchia: si graffia, ma ha fretta quindi non ci pensa; parcheggia la bici in velocità e la nasconde al solito posto. La pioggia è più forte di prima, addirittura non vede casa sua in lontananza, ma conosce il paese quindi corre a memoria. Arriva di fronte al portone quando un lampo illumina il cielo, Aristide pensa all’antenna lasciata da sola nel campo, gli pare che voglia dirgli qualcosa. Apre la porta del palazzo e trova Mauro seduto sulle scale del pianerottolo, a fumare una sigaretta: Sei tutto bagnato. La voce è stanca, frustrata. Quando Mauro si alza, Aristide di istinto porta le braccia vicino al volto, per paura che arrivi un ceffone. Mauro invece lo acchiappa per il collo della polo e lo trascina fino in casa. Dove sei stato?, gli chiede alzando la voce, ora che la porta è chiusa. Giocavo verso la fattoria di Don Vittorio; è la prima bugia che gli viene in mente, ma non funziona. Stupido, sono andato lì a cercarti un’ora fa, tu non c’eri. Aristide sa che in questi casi ammettere la bugia è peggio che negare, quindi ci prova: Forse hai cercato male. Il ceffone infine arriva, potente come se lo aspettava, forte come tutti quelli che ha ricevuto da Mauro. Le lacrime cominciano a scorrere involontarie, Aristide stringe le nocche per frenare il pianto ma non ci riesce. In quel momento, entra la mamma: Che succede? Mauro si gira, e Aristide in quel momento non ce la fa, vuole andarsene lontano, via dal padre e dalla vergogna stessa di aver ceduto al dolore. Mentre mamma e Mauro discutono: Non devi menarlo, è un bambino; Non ha disciplina!
Aristide prende la via della porta ancora aperta e scompare. Ritorna alla bici e la inforca, fa la strada a ritrovo mentre la pioggia si calma. Corre talmente forte che le ginocchia gli fanno male, si accorge solo in quel momento che sanguina dal graffio che era fatto poco prima: Mauro non se ne era nemmeno accorto. Il cielo ora è scuro e non si vede neanche più se ci sono le nuvole o se è tornata la calma. Si sente il vento, e nel campo sterminato dove sorge l’antenna è ancora più forte, è libero da ogni limitazione. Aristide non riesce a distinguere nemmeno l’orizzonte, non sa dove finisce la strada e cominciano le nuvole, non sa nemmeno dove termina il campo. L’unica cosa che vede è l’antenna: appena ferma la bici, si accorge di avere ancora la radiolina in tasca. Fa per andare verso l’antenna mentre ancora qualche goccia di pioggia gli casca in fronte, ma la paura sembra svanita: è più forte la solitudine. Riprende la radio in mano e la apre dal retro, ma il buio non gli lascia vedere né i cavi né le manopole. Non escono suoni, la radio è morta davvero o forse ha solo deciso di riposarsi. In un tempo che sembra non trascorrere mai, Aristide guarda il cielo alla ricerca di un suono che gli tenga compagnia, ma solo il silenzio risponde alla sua chiamata. Aristide è stanco, la guancia gli fa ancora male per lo schiaffo, vorrebbe tornare a casa ma non può cedere. Non ha via d’uscita, resterà in questo campo fino a quando la notte non passerà: ma quanto dura la notte? Il pensiero di un buio infinito lo atterrisce; tira d’istinto un pugno all’antenna che riposa al suo fianco, e mentre lo fa teme di morire fulminato. Non accade niente, ma il dolore alle nocche è troppo forte e l’urlo di dolore esce spontaneo. Alza gli occhi pieni di lacrime al cielo, e finalmente vede le stelle: non era mai uscito di notte, non aveva mai visto tutte quelle luci accumulate nel buio. Non esiste una cosa come una notte infinita, pensa, è tutto un eterno ritorno oggetti, suoni, persone. Aristide accarezza l’antenna che ora gli pare così docile e gentile, mentre da lontano sente la voce della mamma: Aristide! Urla, è disperata.
È arrivato il momento di tornare a casa.
Un racconto di Clelia Attanasio
Illustrazione di Francesco Paci

