Prima del buio

Crolla il sole, i rami restano sfregati di rosso, subiscono il vento. Gli ulivi sono alberi pazienti, lenti a crescere e a crepare; hanno come foglie pescetti d’argento e li potano per lasciare al centro un varco: la chioma è corona di un’assenza. Zio Remo dice che se lanci il cappello, deve passarci attraverso e ricaderti ai piedi.
Non sono un cappello, non ho provato a lanciarne uno, ma sono in equilibrio sul vuoto tra due bracci spalancati dal tronco. Impugnata tra i rami, attendo.
«Scenni Bea, t’ammazzi!»
Zia Delia arranca in salita. Una gamba di plastica dal ginocchio in giù e il piede della sinistra: la gonna incarnata alle cosce, terza protesi. Eppur si muove, svelta, come doveva aver tentato di scappare dalla falciatrice. Mi aveva raccontato di una zingara che le aveva letto la tragedia nella mano, da bambina; era corsa tra le braccia dei suoi genitori in lacrime e le avevano ordinato di smettere. Era quella bella, in famiglia. Sfortunata nei campi e in amore. Mi ripeteva dalla nascita quanto le somigliassi, crogiolandosi nell’orgoglio della fisionomista, dietro a lenti ombrate mi confrontava con fotografie che sbiadivano in volti di cera e si affannava a ospitarmi nei giorni di vacanza, sgomitando con nonni, genitori, amiche. Quando sentiva approssimarsi la sconfitta, aumentava le mance. Si preoccupava che zio Remo passasse tutto il tempo possibile al bar, che tornasse quando dormivo e lei fingeva, vittima d’insonnia apprensiva.
Mi raggiunge in cima e mi allunga questa giacca che in paese guardano strano, ci ho cucito toppe, borchie, la fenomenologia della ribellione per ragazze oscure. Zia Delia non mi giudica. Dice che di come si vive in città quassù non capiscono niente. Lei, mangia la granita col cucchiaio: la cannuccia non è per signore. Ho imparato a imitarla in certe pose d’altri tempi.
Eppure, chiusa in un albero al tramonto, sto valutando un pene a bassa definizione, arrivato azzannando brandelli di segnale, slanciando il braccio verso l’alto: annegata nell’isolamento reatino. Nella sfocatura non distinguo la cappella dal fusto, il boxer dai jeans e quel cazzo che volevo sembra la foto presa in corsa di un desiderio mancato, che mi delude e mi appassisce tra le mani e così torno a sentire il vento sibilare tra i pescetti appesi ai rami. Infilo la giacca, tenendomi a stento in piedi.
«Selfi?»
«No, macché.»
Guarda le mie dita richiuse sullo schermo nero. La incanta qualcosa di quel mutismo o del mio: contava sulla mia vanità. Le era sembrato di vederla e le era salita agli occhi in uno sfrigolio, esaurendosi nell’azzardo, nel sorriso cospiratorio che mi rivolge.
Apro la telecamera frontale e mi specchio. La compiaccio. Rasoiate di foglie mi si innestano tra i ricci. La luce decade, l’ombra è livida intorno agli occhi e rimane una traccia dello scazzo, della noia per la foto sfocata. Verranno altre sere passate a implorare una traccia di connessione e giorni di pose sensuali davanti a testiere di letti abbandonati, sgonfiati di polvere per ospitarmi. Mi rimando un’occhiata desolata. Zia Delia la scambia per un cruccio estetico. Vede il mio riflesso digitale e mi stringe forte il polso.
«L’hai salvato?»
Si è vista mordere in un angolo dell’immagine, passare e scomparire nella ripresa; tornare a quando di lei collezionavano ritratti, prima che i campi la mettessero in ginocchio nel sangue e lo zio facesse il resto, costringendola alle lenti scure.
Il sole si nasconde, sulle nostre teste preme un bacio incendiario, crepitante tra capelli e rami. Ci sigilla nell’intrigo degli ulivi, dove io attendo e Zia Delia contempla, calpestando il terreno della sua tragedia, sorridendo nel tornare a memorie intatte, prima del dolore, prima della mutilazione, a quando era quella bella e non poteva piangere. Su di noi, ogni cosa è illuminata.
Abbraccio il suo collo e il tronco d’ulivo.
«No. Vieni, ce ne spariamo uno.»
«Poi scenni. Giura che scenni.»
«Sta’ ferma, che esci mossa.»
Resta in posa finché la foto non compare e per qualche secondo fissa il buchino siderale della telecamera. Trattiene il respiro, sbatte le palpebre. Le sue labbra cedono a una piega lasca, mi struscia una carezza sul braccio, mi piastra una ciocca tra le dita, la perde e torna rivolta in avanti, all’avvallo che racchiude la casa, il recinto, le finestre bianche che tradiscono la presenza di suo marito. Parla alla sua ombra tra camera e cucina, sbozzata nera su fondo tremulo. E a me, lenta e ricondotta al tempo delle favole.
«Che bella sei. Come quando ero giovane io. Che tutti me guardavano. Un avvocato aveva la foto mia nel taschino, pure da sposato. Non lo raccontà in giro, Bea, so cose tra donne.»
Trattiene il fiato. Gli occhi chiusi all’istante dello scatto che la fermava per sempre con l’abito lungo e la collana di perle; nella stessa memoria, la mia e del cloud, gli scambi di corpi nudi sospesi. Siamo in equilibrio tra una sponda e l’altra, a un passo dal presente, nel vuoto di un albero sopra l’erba morta. Penso che potrei confessarlo, che qualcuno ha le mie foto ed è sposato, che siamo simili come voleva. Ma abbasso gli occhi al suo piede sinistro e mi si consuma la voce. La sento sussurrare, la sento raddrizzare la schiena e stendere il collo, la sua fronte contro la mia.
«Famone n’artra, che poi fa buio.»

Un racconto di Nicole Trevisan

Illustrazione di Elisa Inverardi

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