Agli spiriti i cuori piacciono giovani

Ci sono le tue infradito accanto al telo da mare, quello con su Pocahontas. A te fa schifo ma tua mamma te lo ha messo in valigia lo stesso. Che se era la mia le avevo sbroccato. Una ciabatta è sottosopra. Su quella all’insù si vede la forma del tuo piede. Sei tutta più piccola di me. Io sono un comodino, mentre tu sei minuta e graziosa come dice mia madre. La verità è che sei più bella di me. 

In braccio a Pocahontas, ci sono i tuoi vestiti, gli shorts e quella maglietta col collo che hai tagliato con le forbici. È al contrario ma io so che sul davanti c’è scritto Nirvana e sotto c’è quella faccia con gli occhi a forma di x. A me non piace, sembra disegnata da un bambino scemo. E poi la tua borsetta di vimini con dentro quel libro che non leggi mai ma che ti porti sempre appresso, un po’ come faccio io con il cuscino della mia culla. Nessuno sa che ci dormo ancora, tranne te e i miei. Non voglio che mi prendano in giro pure per quello.

Ci eravamo messe a letto dopo pranzo, ma quando mi sono svegliata non eri lì vicino a me. Sono uscita a cercarti. Il caldo mi preme addosso. Non dovresti essere venuta qui a quest’ora. Sulla spiaggia non c’è nessuno. Qualche ombrellone chiuso, i teli bloccati con i sassi. E nel frattempo la luce si sta mangiando tutto. Quella luce cattiva che graffia gli occhi, no che vuole proprio cavarteli. È la luce della controra. È la peggiore, lo dice sempre mia nonna e lo dice in quel modo là, con gli occhi stretti stretti che paiono due fessure, avvolta nel nero del lutto come ormai è da quarant’anni, prima per il marito, poi per il figlio, il fratello di mamma che io non ho conosciuto e di cui non si parla mai. 

“Agli spiriti della controra i cuori piacciono giovani”. Lo ripete da quando sono piccola. E io non ci credo più a queste cose ma a star in piedi qui mentre la luce cerca di succhiarmi le ossa mi viene da pensarci. 

La sabbia va a fuoco, infilo i piedi nell’acqua, ma il sollievo dura poco. Non mi allontano dalla riva che qui il mare dopo pochi passi diventa subito fondo. Mica come quel mare insipido lassù a Rimini, dove mia madre ha avuto la bella idea di spiantarci qualche anno dopo il divorzio. Quella brodaglia è l’unico mare che conoscevi visto che lassù ci sei nata.

Strizzo gli occhi ma non ti trovo. Dovrei vedere i tuoi capelli biondi, quelle braccine secche che hai. Dovresti ridere e dirmi di raggiungerti. Com’è solare Michela. Dovresti essere più come lei, dice sempre quella scema di mia mamma, ma questo tu non lo sai. Ci manca solo che te lo vengo a dire così ti monti la testa.

Poi mi prende una sensazione strana, come se all’improvviso qualcosa striscia e risale da sotto la sabbia, su per le mie gambe fino al cuore e me lo morde. E allora mi metto a urlare. Grido forte il tuo nome.  Non ti ho mai chiamato così, le lettere che quasi non mi entrano in bocca. M-i-c-h-e-l-a. Chi sto chiamando? Non sei tu, giusto? Tu dovresti essere qui con me a farti amare e odiare e tutta quella cosa impacchettata insieme che mi preme dentro quando ti sto vicino. Ma non ci sei e il sole mi scava un buco nella testa e mi succhia via il cervello e il mare si allarga. Mi sembra di avere solo luce dentro e non posso nascondermi. E brucia, brucia, brucia.

Non so quanto tempo passa, a un certo punto esco dall’acqua, cerco il telefono nel mio zaino. Chiamo papà. Risponde subito ma la luce mi ha rubato le parole, apro la bocca e la lingua mi è diventata enorme. È possibile? “Amore che succede, tutto bene?”. Il mare sembra ridere. Mi sta prendendo per il culo. Anche tu ti stai facendo una bella risata, Michi? Biascico un “vieni” e poi rimango ferma. Il tuo nome mi gira in testa ma non lo urlo più fuori. Che succede se la luce si ruba pure quello? Poi le mani di papà sulle spalle, non capisco cosa dice, indico il mare, guardo il mucchietto delle tue cose abbandonate su Pocahontas. Lo vedo, lo sguardo di papà. Mi trascina via, mi mette all’ombra di un alberello tutto storto, per togliermi dalla luce. Parla con qualcuno al telefono. Io riesco solo a guardare il mare, la pelle mi bolle. Penso agli spiriti e ai cuori giovani. Penso che il tuo lo era. Vomito tutto il pranzo sulle radici dell’alberello storpio.

Mio padre mi porta di peso in casa, mi fa stendere sul letto. La luce mi è rimasta dentro e illumina tutto e vorrei che smettesse. Non voglio vedere le cose brutte che ho pensato. Sì ti ho invidiato, ti ho augurato di andar male alle verifiche, che Marco non ti filasse. Ho voluto essere te. Chiedo dove sono le tue cose, mia madre dice di là. Mio padre le dice di andarle a prendere. Non li vedo nello stesso posto da anni ma non me ne frega nulla adesso. La tua maglietta sa di crema solare. Prendo il libro dalla tua borsetta. “Narciso e Boccadoro”, ecco come si chiamava. Sulla prima pagina c’è una firma che non leggo, Alfredo qualcosa, forse il tuo papà? Sotto hai scritto il tuo nome e cognome in quella grafia tutta storta. Lo infilo sotto il mio cuscino. Chiudo gli occhi. Ecco così ti posso vedere, la bruciatura sulla tua coscia sinistra, il braccialetto fatto con quello spazzolino che hai scaldato con l’accendino di tuo fratello fino a che non sei riuscita a piegarlo. Sollevo lo sguardo sulle tue scapole piccole, i tuoi capelli. Michela, dico, e tu ti giri ma la luce è troppo forte. Non riesco a vederti la faccia. 

Gli spiriti si sono presi anche quella.

Un racconto di Caterina Villa

Illustrazione di Elisa Invy Inverardi

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