Carne viva

Ogni mattina mi stupisco che sulla mia faccia sia ancora tutto al suo posto. I primi tempi dopo l’incidente mi svegliavo di soprassalto, anche due o tre volte a notte, con il terrore che qualcosa sul mio volto si fosse spostato, che si stesse disfacendo mentre dormivo. Allora mi alzavo di scatto e correvo verso lo specchio. Una volta lì davanti, però, mi venivano le vertigini. Vedevo me stessa dall’alto, come da un aereo o da un satellite, una figurina microscopica a piedi nudi sul pavimento del bagno, l’appartamento di un condominio piuttosto signorile, vedevo Porta Ticinese, vedevo Milano. Di solito era a questo punto che tutto cominciava a restringersi. I palazzi e le strade si chiudevano su sé stessi, come se qualcuno stesse piegando una mappa per riporla in un cassetto. Erano sempre più vicini, e si sarebbero abbattuti sulla mia testa come un gigantesco tsunami di cemento se non mi fossi spostata. Quindi davo uno sguardo veloce all’immagine riflessa e mi rinfilavo sotto le coperte.

È passato un anno da quel pomeriggio in cui trovai Marco ad aspettarmi in fondo al pianerottolo. Io ero in ritardo, stranamente. Mi avevano presa come vetrinista da Dior, non era nemmeno un mese, e cercavo di presentarmi ogni giorno con almeno qualche minuto di anticipo. Avevo reagito con più fastidio rispetto all’ultima volta. Lui se ne stava lì, in fondo alle scale, con l’espressione vuota e un bicchiere di Starbucks in mano. Cosa voleva, stavolta? L’ennesimo resoconto sul perché lo avevo mollato, piangere un altro po’? Era da parecchio che non stavamo più insieme, Cristo, perché non si faceva una vita? Fu quando mi tirò addosso il contenuto del bicchiere e mi sentii bruciare la faccia, non per il calore ma per qualcos’altro, che mi resi conto che quello non era affatto caffè.

È passato un anno ma per me potrebbero essere anche dieci o cinquanta. Il tempo si è infiltrato nello spazio che una volta mi separava dagli altri e si è aperto un varco sempre più grande, si è fatto strada come una tarma che, mangiando, allarga il buco in un vecchio maglione. Anche il mio corpo potrebbe benissimo appartenere a qualcun altro. L’odore della carne bruciata, il torpore al risveglio da ogni operazione, il dolore pulsante delle cicatrici non sono altro che un ricordo sfocato. Dall’occhio sinistro non vedo quasi nulla, ma poteva andare peggio. Oggi dormo con una maschera per tenere ferma la faccia, e la cosa più simile a una sensazione che mi capita di provare è quella della pelle intorno alla bocca che tira, tira, come se l’avessi cosparsa con la cera sciolta di una candela che si sta raffreddando. Dicono che più tocchi una ferita, più le impedisci di rimarginarsi, più diventi sensibile a tutto. Io credo funzioni esattamente al contrario: più i nervi sono lasciati allo scoperto, esposti, tanto più velocemente muoiono, finché arriva il giorno in cui non riesci a sentire nulla. E da un certo punto di vista è una bella fortuna.  Non ho più visto Marco. A quanto pare, dopo essere corso via dal pianerottolo, ha deciso di costituirsi. Non ha mai avuto le palle per andare fino in fondo a una cosa che fosse una, quel perdente. Il processo dovrebbe iniziare a breve, ma in realtà non mi interessa nemmeno un po’. Mi tengo a galla quel tanto che basta per riuscire ad aggrapparmi a ciò che passa, quando passa, così da poter smettere di annaspare almeno per qualche minuto.

Siamo in ottobre e a Milano comincia già a fare freddo. Ho una sciarpa avvolta intorno alla testa, mentre aspetto l’autobus per tornare a casa. Lavoro ancora da Dior, solo con mansioni di inventario, da quando mi hanno dimesso. Non mi sento certo di biasimarli, quelli delle risorse umane. Con me sulla banchina ci sono poche persone. Alcuni mi guardano un po’ troppo a lungo, altri si sforzano di far finta di nulla. I secondi pensano di farmi una gentilezza, e finiscono per essere ancora più ridicoli dei primi. Seduta accanto ho una signora con un cagnolino in braccio. Non farei nemmeno caso a loro, se non fosse che il cane continua a mugolare e a divincolarsi. Prima che lei possa immobilizzarlo o almeno metterlo a terra, si sporge verso di me, mi annusa un po’ e poi mi dà una bella leccata umidiccia su tutta la faccia. La padrona borbotta delle scuse e io non faccio nemmeno in tempo a guardarla, figuriamoci a dire qualcosa, che quella è già salita sull’autobus, portandosi dietro il cucciolo. Attraverso il fazzoletto con cui mi sto asciugando posso sentire ogni crepa, ogni irregolarità, ogni cicatrice. Non fanno più male ormai da molto tempo, in fondo. Resta solo la pelle intorno alla bocca che tira, tira sempre più forte.

Un racconto di Vanessa Cammarota

Illustrazione di Artista Senza Nome

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