Esco di casa. Chiudo la porta e scendo le scale. Saluto il portiere con un cenno della testa. Lui ricambia con un semplice sguardo. Accendo una sigaretta già rollata con un piccolo Bic rosso. Vado verso il parco. Nello zaino ho un libro di Pynchon. Non so se sarò in grado di leggerlo. Entro nel parco. Gente in bici. Gente in gruppo. Gente seduta sulle panchine. Gente che fa un gioco simile alla dama. Gente che fuma. Gente che spaccia. Gente stesa a guardare il cielo. Gente che gioca con il pallone. Gente che cammina su corde sottilissime. Gente che non fa nulla. Mi siedo sulla prima panchina libera che vedo. Tiro fuori il libro. La copertina è un fumetto. Tanti personaggi che formano una storia. Sono consapevole di non riuscire a restare concentrato. So già che leggerò le prime righe e poi la testa andrà altrove. Apro. Comincio.
Il bordo della piscina mi spaventa. Sotto non c’è acqua, solo una caduta di qualche metro. Siedo, con le gambe che penzolano, e fumo una Rais. C’è un Bic rosso di fianco a me. Dietro non riesco a distinguere nulla. Solo nebbia nera che mi confonde. Dall’altro lato della piscina c’è una ragazza. Anche lei siede con le gambe a penzoloni. Anche lei fuma. La guardo. Per un istante anche lei mi guarda. Poi passa oltre. Non guarda me. Guarda qualcosa nella nebbia che non riesco a distinguere. Dopo un po’ parla. Sono sola, dice. Io tiro dalla Rais. Dove sei? Chiedo alla ragazza. Lei mi guarda. Per la prima volta sembra accorgersi della mia presenza. Ci guardiamo per un po’. Poi, con la mano, indica giù. Abbasso lo sguardo. Mentre rialzo la testa vedo passare un corpo in caduta. Non c’è più nulla. Ci sono solo io.
Il fuoco nel caminetto brucia. Fuori fa freddo. Io siedo davanti alle fiamme. Bevo una tisana che non sa di nulla. Sul bordo del caminetto un portacenere con dentro mezza canna. La prendo. Infilo il filtro tra le labbra. Mi tocco in tasca per abitudine e trovo un piccolo Bic rosso. Fa fuoco. Il fumo della canna si alza. Cerco di convogliarlo all’interno del caminetto. Sul tavolo dietro di me c’è un computer acceso. Dalle stanze che non vedo arrivano rumori. Chi c’è? Sono rigido e non provo sentimenti. Sono freddo e malato. Continuo a guardare il fuoco. Indosso un maglione che sa di Natale. Sento dei passi. Mi giro. Una ragazza entra nella stanza. Mi ricorda qualcuno, ma non so chi. Si siede al tavolo e comincia a usare il computer. Io la guardo. É normale, per lei, essere qui con me. Nella stessa casa. Sono io il problema, mi ripeto. Come essere fisico sto svanendo. Finisco la canna. Butto la cicca nel fuoco. La ragazza ha i capelli neri. Occhiali tondi. Dove siamo? Penso. In quale vortice sono finito? Mi fa male la pancia. Mi alzo. Percorro il corridoio. Vado verso il bagno e mi stupisco della sicurezza con cui giro e apro porte. La casa è grande. Il bagno è tutto rossastro. Anche la ceramica del water, il lavandino. Mi impressiona. Sembra ricoperto da un sottile strato di sangue rappreso. Se iniziassi a graffiare, come si fa con lo smalto, verrebbe tutto via e ci sarebbe solo bianco. Ho un’inspiegabile voglia di piangere. Mi siedo sulla tazza. Continuo a sentirmi oppresso da questa oscurità. La pancia mi fa ancora male, ma tutto quello che riesco a fare è pisciare. Mi alzo. Noto un movimento davanti a me. A tentoni cerco l’interruttore della luce sulla parete. Mi chiedo perché non l’ho fatto prima. Forse il buio non mi dispiace come pensavo. La luce mi acceca. Mi accorgo che davanti a me c’è uno specchio. Io sono il movimento di cui ho paura, penso. Ma è una stronzata. Sembra che il mio profilo stia galleggiando nel nulla. Non ci sono pareti. Non c’è pavimento. Mi lavo le mani. Poi esco.
La gente è massa in cui mi trovo schiacciato. C’è musica forte. Cerco di scappare. Di farmi spazio. Non riesco. La gente è troppa, e superato un gruppo ce n’è un altro dietro. Sempre più cattivi. Più animaleschi. La musica diventa tribale. Un ballo intorno al fuoco. Sento di non riuscire a respirare. Non ci sono confini. Il mio occhio vede solo folla. Gente che si muove senza coscienza. Gente senza nome, senza vita, senza passato o ricordi. Gente come me. Gente svanita. Gente che balla e basta, perché cos’altro c’è oltre al ballo? Al movimento irrefrenabile che ci tiene in vita, che ci permette di essere belli, di piacere e sentirci amati da chi ci circonda? Ho ancora una mente, penso. Vedo un pacco di sigarette cadere dalla tasca di qualcuno. Mi ci getto sopra con tutta la forza che mi resta. Nelle mie tasche c’è un Bic, rosso. Prendo una sigaretta e provo a fumare in mezzo a quella folla che mi stritola. Cos’è che spaventa la vita? Anche quella più elementare, anche quella meno ragionata, quella brutale? Una parte di me, forse, sa cosa fare. Solo che non intendo ascoltarla. Finisco la sigaretta e gusto anche le ultime scosse che ricevo dagli altri. Poi chiudo l’accendino nel palmo della mano e lo lancio a terra. Esplode. Urla. Urla sempre più forti. Sempre più animalesche. Scappo.
Un racconto di Giuseppe Fiore
Illustrazione di Valallart

