Le persone che non si conoscono

E io l’avevo detto subito a Laura. Ero entrato in casa sua sfiorando il gatto fermo sulla soglia e gliel’avevo detto: aiutami, da solo non ce la faccio a scrivere di Barbara.

Laura aveva fatto il solito sorriso stanco, aveva tolto dal fornello il bricco con il latte e un po’ stizzita aveva detto: ce la devi fare tu, la conoscevi meglio di me, la Barbara, veniva solo da un anno, lo devi sapere tu cosa scrivere.

Volevo evitare di infilarmi in discussioni senza uscita: la conoscevi più tu, no tu, tu la conoscevi da più tempo, sì ma tu la vedevi più spesso. Volevo semplificarmi le cose.

Era brava? Le avevo chiesto dopo un po’.

Certo che era brava, se non era brava ti chiedevo di mandarmene un’altra, mi conosci. Lei non la conoscevi, ma me mi conosci, no?

A quel punto avevo sorriso, mentre il gatto saltava sul tavolo.

Come fai a dire che era brava? Cos’è che sapeva fare bene?

Laura si era stizzita anche per quella domanda.

Ma che domande mi fai? Era brava, la Barbara. Era brava sempre. Non come quell’altra che mi hai mandato una volta, come si chiama? Quella che fumava delle strane sigarette. Come si chiama quella lì? Alba?

Non mi ricordo, avevo detto io. Non mi ricordo niente.

Laura aveva versato il latte in una tazza blu, aveva preso a bere lunghi sorsi a occhi chiusi, carezzando la schiena del gatto.

Anche secondo me era brava. Non so molto di lei, ma questo lo so. Era brava. Da una come te bisogna per forza mandare una brava, sennò è un macello.

Avevo detto così per suscitare una sua reazione, non so perché. Ma Laura non aveva colto.

Data la situazione aveva preferito sorvolare, oppure aveva frainteso, o forse aveva preso le mie parole come una conferma delle sue. Comunque, non era importante.

Per un po’ non avevamo più parlato, poi Laura aveva aperto gli occhi e con un’espressione quasi spiritata aveva detto: lo sai? Mancano anche le persone che non si conoscono. Le persone che si conoscono poco, mancano anche quelle, lo sai?

Sì, è così, le avevo detto. Poi avevo ripetuto: è così.

Non servivano altre parole. Il gatto si era nascosto nel bagno, da cui ogni tanto usciva un miagolio.

Come fate adesso? Mi aveva chiesto mentre ero distratto a fissare i fornelli. Cosa? Le avevo detto io. Ce la fate senza di lei, ce la fate? Aveva continuato a chiedere.

Non sapevo cosa rispondere. Non sapevo nemmeno cosa significasse farcela senza Barbara. In quel momento non sapevo quasi niente.

Perché sei venuto qui? Mi aveva chiesto dopo un altro po’. Poi aveva aggiunto: e

non mi dire che non lo sai. Io avevo sorriso di nuovo e le avevo detto: per Barbara.

Laura aveva sbuffato e si era girata a controllare se il gatto usciva o no dal bagno.

Questo l’ho capito, ma potevi andare da qualcun altro. Da Nello, o da Caterina. Perché non sei andato da Caterina? Barbara da Caterina c’è andata per tre anni, non ti ricordi?

Io avevo alzato le spalle. Come per dire: eh, non saprei. Invece lo sapevo.

Perché hai un caratteraccio, avrei voluto dirle. Perché venire qui è una specie di espiazione. Perché non ero al funerale. Perché quel lunedì ero in ferie, il primo giorno al mare, dalle bimbe, andavo in canoa, mi bruciavo le spalle. Perché mentre pagaiavo piano mi sentivo in colpa e non sapevo se facevo bene a sentirmi così. Perché anche i giorni dopo continuavo a chiedermi se avevo sbagliato a non rimandare le ferie, non riuscivo a trovare una risposta alla domanda, oppure ne trovavo due opposte. Perché non ho mai detto a Barbara: sei brava, neppure una volta, neppure quando era facile, neppure quando era giusto, neppure quando era necessario. Perché quando penso a Barbara, e a Barbara penso molto, mi rimane addosso un’impressione di passo falso. E nonostante questo, o forse proprio per questo, quando penso a lei, e a lei ci penso molto, mi viene in mente che era forte anche quando era debole, e la malattia per cui avrebbe avuto tutti i motivi di lamentarsi era solo un fastidio, un inconveniente momentaneo, una cosa che adesso è qui, ma tra un po’ vedrete che se ne va da qualche altra parte, nel corpo di qualcuno che se la merita di più, andrà così, non preoccupatevi per me, io sto bene, davvero. Invece la malattia non se n’è andata nel corpo di nessun altro, è rimasta lì nel suo, si è nascosta, poi è tornata fuori.

La montagna.

Eh?

Le piaceva andare in montagna, aveva detto Laura mentre il gatto tornava in cucina.

Un racconto di Guido Casamichiela

Illustrazione di Valallart

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