La verità è che le cose si mettono l’una sopra all’altra fino a quando è impossibile farne una grammatica o, semplicemente, una cronaca.
Così pensava Rogério Bahia, signore di Porto, disertore del suo paese per vivere una vita più ariosa. E dire che là c’è il vento dell’oceano… Ma chissà, ognuno ha le proprie stranezze. Bologna era una città non più piccola, però senza porto appunto, e dunque forse più intima, di certo più puttana di Porto. Rogério aveva poco più di quarant’anni e la notte controllava ancora che nessuno gli tirasse i piedi da sotto il letto; per questo dormiva con il lenzuolo anche in piena canicola. Rogério non si sentiva bene quasi ogni giorno, ma percepiva, per così dire, la pienezza della vita in quel dolore. Erano cose di poco conto: un capogiro, un mal di gola passeggero, un calo di pressione. Allora decideva di farsi due passi, una sortita in libreria, un’escursione fino alla Madonna di via Oberdan ripensando alla sua gioventù universitaria. Porto aveva tutto il suo cuore, Bologna le sue speranze.
Gli era bastato, circa un’era addietro, un fine settimana trascorso lì con Florinda, cinque anni e un mondo congeniato assieme, per capire che in Emilia sarebbe tornato. Amore tra i mattoni, amore tra le urla della gente, amore sulle dita sporche di gelato. Aveva già compreso – si dice Rogério nei momenti d’inevitabile imbarazzo nel ricordare quella storia – che Bologna sarebbe stata sua e soltanto sua, uno spazio proprio. Florinda lo aveva appreso un giorno, quando, tornata dal lavoro, Rogério stava impacchettando il proprio spazzolino. «Se penso a noi, Flo, non ho più voglia di vivere». Null’altro e Rogério se n’era andato con una vita intera da smaltire. Florinda non disse niente, versò le lacrime di un secolo in una giornata sola e capì che non c’era nulla di sbagliato.
Quando salì per la prima volta al santuario di San Luca, Rogério accese un cero per i suoi cari defunti, anche se non si portava nel cuore Dio perché, sosteneva, Dio per primo non l’aveva mai avuto a cuore. Un’altra volta entrò nel cortile di Palazzo d’Accursio e rivisse l’esistenza di qualcun altro, si sentì un contadino della provincia arrivato in città per vendere l’unico terreno rimastogli con la necessità di far sposare la figlia e l’obbligo di una dote sostanziosa. S’immaginò il sorriso amaro di quel signore, le lacrime trattenute a far traballare lo sguardo in attesa dell’ufficio catasto, il fazzoletto di seta a carezzare virilmente le ciglia umide. Rogério non fuggiva la tristezza, piuttosto la cercava per darsi una cadenza. Sapeva che la vita procedeva a cicli e che senza fermarsi si rischia di roteare all’impazzata come quella fisarmonica dell’universo, che un giorno s’espande e l’altro ammazza qualche stella. Il privilegio di noi piccoli coriandoli quaggiù, si diceva Rogério ascoltando con il dorso della mano il fresco delle colonne del Palazzo, è quello di poter far le cose con calma, ragionare, addirittura dormire quando ci va.
Rogério vedeva negli italiani quello che i portoghesi – e dunque anche egli stesso – non riuscivano ad essere. Disperati e vivi fino alla nausea, pensava, è questo che mi ha fatto innamorare. Sono commoventi, si sussurrava, brulicano in ogni istante, hanno una fede rivoltante per il futuro e ridono nella e della morte. Che strana gente…
Rogério era contento in qualche modo, ma aveva i muscoli delle tempie ipertrofici per il troppo pianto trattenuto. Cercava in tutti i modi di procurarselo. Qualche volta ripensava a Florinda e quello che otteneva erano lacrime liquorose che restavano ancorate al passato. Altre volte si faceva commuovere da una coppia di anziani che si tenevano la mano come il primo giorno – allora però si trovava troppo ancorato al futuro, quello remoto ed incontrovertibile. Non gli riusciva mai di piangere bene, anche se sapeva che quel pianto buono da qualche parte doveva stare. Il signor Bahia non temeva la gente e anche in quei giorni di giugno, in cui il cielo sembrava annegato nella polvere, riusciva a coccolare un po’ di speranza.
Un mattino di luglio Rogério, proprio mentre si stava rassegnando ai fiacchi e frenetici ingranaggi del secolo, sentì un’emersione al petto. Sul momento ebbe paura, non riuscendo a dare un nome a quella strana indigestione d’animo. Poco dopo avvertì un formicolio alle gote, poi un fremito alle sopracciglia. Allora comprese. Il giornale che teneva impugnato con ferma gentilezza stava offrendo nel più remoto angolo visivo un’immagine ancora non codificata. Il signor Bahia poggiò lo sguardo su di essa, vivida della cremosità macchiaiola delle fotografie stampate sulla carta sottile dei quotidiani, ed iniziò a piangere di quel pianto buono che attendeva da mesi. Ecco una donna, giovane e sicura, sorridere d’avorio tra certi ricci dolci da infondere come tè nero. La fotografia diceva: “Florinda Leão in concerto, sabato 17 luglio ore 21.30, Giardini Margherita”.
Si sentì affondare nella caverna primigenia dei suoi nervi. Sorrise. Rogério pensò alla Regina Margherita, al marito, all’amore assassinato dalla Storia, e pianse bene. Avrebbe voluto ridarle Umberto, il signor Bahia, per poi salutarla con una carezza sui nobili capelli.Non si propose, Rogério, di andare al concerto. Gli bastò capire finalmente d’esser già morto – e di avere dei morti il savoir faire – per vivere davvero.
Un racconto di Pierfrancesco Trocchi
Illustrazione di Elisa Inverardi

