Attraversare

La finestra trema. Succede quando atterra un aereo. Dalle sei del mattino alle undici di sera, ogni dieci minuti, anche nei fine settimana, la casa pare sul punto di crollare – Taimoor non sa come faccia il condominio a rimanere in piedi. È uno degli inconvenienti dell’abitare alla Pescarola. C’è chi dice che, alla lunga, al frastuono ci si abitui. Taimor non è d’accordo – come si può essere avvezzi ai terremoti? Spesso, il rumore è così totalizzante che lui, il fratello minore e il padre, quelle poche volte che parlano, non si capiscono. Sono costretti, come le maestre e gli alunni della scuola primaria limitrofa, ad aspettare che passi.

Taimoor, il fratello minore e il padre abitano in un trilocale, stanno lì da due anni e sei mesi, in affitto, pagano poco, in quella zona non ci vuole vivere più nessuno. Taimoor condivide una delle due camere da letto con Iftikhar; nell’altra c’è Mustafa, l’uomo a cui non assomigliano per nulla. Bushra, la madre, gli manca da morire: presidia una casupola in un sobborgo di Lahore; cresce le sorelline coi soldi che le inviano via Money Transfer. 

Mustafa è magazziniere all’interporto: carico scarico merci per un egiziano. Anchilosato, intristito, vive un blues che si rinnova a ogni sveglia: paga da fame, andirivieni spezza-schiena; in turno dalle sei del mattino alle undici di sera, ogni giorno, anche nei fine settimana. Taimoor non sa come faccia a rimanere in piedi. Il padre e i figli si vedono di rado, ogni tanto la mattina prima di prendere l’autobus per andare al lavoro, a scuola. Taimoor frequenta un ente di formazione professionale, due anni e si ottiene la qualifica di operatore meccanico – non c’è tempo per lo studio, deve imparare un mestiere al più presto; nel mentre, visto che ha compiuto da poco quindici anni, Mustafa ha deciso che avrebbe iniziato a lavoricchiare in nero. Un amico di famiglia si è aperto un profilo sull’app dell’azienda di consegne, poi ha passato i dati a Taimoor, stabilendo una provvigione del 20% sui guadagni.

La finestra non trema più. Taimoor l’osserva, sdraiato a letto. Gli sembra che vibri ancora. Trilla una notifica sullo smartphone. Una consegna: partenza dal ristorante siriano vicino casa, arrivo a quasi nove chilometri di distanza, dall’altra parte di Bologna. Taimoor accetta, si mette la giacca, indossa la borsa-zaino, scende in strada, slega la bici umida, prende l’ordinazione dal siriano, parte.

Lungo il Navile, fino a un centinaio d’anni fa, c’erano filatoi che lavoravano la seta; altiforni per la cottura dei mattoni; ville a due piani tra campi coltivati a canapa, mais, vite. Ora, via Marco Polo assomiglia a qualsiasi altra strada di periferia di una cittadina italiana: è decadente come potrebbe essere altrimenti. Taimoor arriva a Porta Lame: la prof di storia gli ha detto che le due statue attorno al cassero sono dei partigiani – Taimoor, i gomiti poggiati sul banco, ha pensato che fosse bello morire per la pace. Dei giovani bighellonano in via Riva di Reno e al Pratello. Vanno a bere nei dehor della movida o in Piazza San Francesco, all’ombra della grande facciata gotica. Anche a lui piacerebbe ubriacarsi, almeno una volta; suonare la chitarra in cerchio, almeno una volta; passeggiare senza fretta, ballare in discoteca, assistere a un concerto di musica classica, almeno una volta.

Tra i palazzi del centro storico hanno appena installato le luminarie natalizie. Taimoor presume che le consegne, in quei giorni, aumenteranno: molte famiglie useranno la tredicesima per divorare cibi etnici in cucine e salotti dove le finestre non tremano. 

Sopra la Torre degli Asinelli, Taimoor avvista le luci di segnalazione di un aereo. Non lo prende da otto anni, da quando è venuto in Italia col padre e il fratello; da quando non rivede la madre. Le ruote della bici incappano in buche e increspature del selciato, ma gli pare che il telaio non tremi e gli sembra strano, adesso gli pare addirittura di decollare, si sente leggero, è come se non portasse la borsa-zaino sulla schiena, è come se non avesse già percorso cinque chilometri ai trenta all’ora, è come se, davanti al manubrio, una lunga discesa morbida finisse in un luogo di Bologna più bello degli scorci di via Piella, più antico dell’Archiginnasio, più sacro della Basilica di San Petronio, più brillo dei bar in via Mascarella; un luogo dove nessuna finestra trema perché di finestre non ce n’è.

Ai giornalisti, il ragazzo che guidava lo Scrambler disse che il coetaneo non aveva rispettato la precedenza all’incrocio, ché stava guardando il cielo, ché sembrava non accorgersi dei fari delle urla che gli piovevano addosso.

I colleghi di Taimoor, supportati dalle associazioni di categoria, dai sindacati di base e dai collettivi di alcuni centri sociali bolognesi, il sabato successivo, indissero uno sciopero di quattro ore. Il Comune, per lo stesso giorno, autorizzò un presidio in piazza Maggiore. Alla manifestazione – una fiaccolata laica – parteciparono anche Mustafa e Iftikhar. Padre e figlio rimasero tutto il tempo in disparte, ai lati del Crescentone, sordi alle domande di giornalisti e blogger; commossi, non versarono una lacrima.

A sera inoltrata, un rider col volto mezzo coperto da una spessa sciarpa rosso-blu appese la sua borsa-zaino al braccio levato del Nettuno. La foto-simbolo che gli scattarono non è virale da un po’.

Un racconto di Andrea Gasparini

Illustrazione di Elisa Invy Inverardi

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