Croccantini Gran Bontà

Nella casa della dirimpettaia vivono due gatte. Una grande, bianca, col pelo lungo; una piccola, nera e tutta spelacchiata. La grande si chiama Mimì. Lo so perché ogni volta che torna a casa, la dirimpettaia, è la prima parola che dice: ‹‹Mimì, i croccantini, Mimì››. La piccola si chiama Gargamella, come quello dei Puffi. Lo so grazie a Giancarlo, l’altro dirimpettaio. Giancarlo sa tutto. Giancarlo è estroverso e parla con tutti. A Giancarlo le parole escono spontanee e tutte intere. A me no. Io non parlo con nessuno, nemmeno con Mamma. Io me le mangio, le parole. Tutte le volte che parlo me le mangio. Esiste un modo per non mangiarle? 

Giancarlo me lo dice sempre: ‹‹Quando non sai cosa dire, non dire niente››. Io però le vorrei dire che mi piace tanto, che è bellissima, che tutte le volte la penso e la sogno e la guardo da dietro la ringhiera che entra in casa, accende la luce, tira via le scarpe, si lava le mani, prende i croccantini Gran Bontà e accarezza Mimì. La terrazza e la finestra sono vicine, vicinissime, una di fronte all’altra, perché nel centro di Bologna le persone vivono così, appiccicate. Certe volte, poi, spalanca tutto e gira per casa mezza nuda, con le mutandine grigie con le righe rosse e sottili e una maglietta bianca e larga che le copre appena appena da dove sbucano fuori due piccoli e perfetti semicerchi a forma di cuore rovesciato. Quando la vedo che si allunga per prendere i croccantini dall’armadietto, quello sopra il lavandino, mi si appannano tutti gli occhiali. Sembra la ballerina dell’Operà.

Giovedì pioveva fortissimo, pareva il diluvio universale. «Nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono» ripeteva Mamma, genuflessa davanti al comodino, come se fosse l’ultima preghiera dell’ultima speranza dell’ultima notte felice al mondo. Mamma è devota. Mamma tutte le domeniche mattina va a Santa Maria dei Servi e prega. Mamma è convinta che prima o poi tutti quanti faremo i conti davanti al signore e al giorno del giudizio ci crede per davvero. Io, a sentirla e risentirla, ho pensato che se veramente finivamo nell’abisso, quella era l’ultima occasione. Così ho preso l’ombrello, sono uscito e l’ho aspettata.

Il vento spostava tutta l’acqua e l’ombrello è volato via, come quello di Mary Poppins però senza Mary Poppins. A me allora sono venute in mente le cateratte aperte e le sorgenti del grande abisso, non volevo finirci dentro. Non prima di averle parlato. Lo sapevo, dovevo scegliere. O lei o l’abisso. Poi ho visto Gargamella e Mimì volare sopra ai tetti, tutte inzuppate, con le zampette di davanti appese al manico ricurvo dell’ombrello e la coda in mezzo a quelle di dietro. Diventavano sempre più piccole, un puntino bianco e nero, e volavano, volavano. ‹‹Mimì! Mimì!›› urlava lei dalla finestra, disperata, ‹‹Gargamella! Gargamella!››. Urlava fortissimo, e piangeva, e urlava, e piangeva, forse perché le vedeva andare via ancora vive, come quando vedi andare via ancora viva la cosa più bella che hai, cioè quando ti lascia la fidanzata. Era la fine del mondo. La luce dei lampi illuminava il cielo e i rami degli alberi si muovevano sopra e sotto, come i tergicristalli delle macchine alla massima potenza. Sembrava di stare a Venezia, mica a Bologna. Via Fondazza era diventata il Canale della Giudecca. Mamma aveva ragione, dovevamo fare i conti.

Io invece mi ero sbagliato, forse l’acqua mi aveva annacquato la vista. Stavano tutte e tre sulla poltrona, rannicchiate a chiocciola. Gargamella e Mimì guardavano la pioggia, lei leggeva un libro con la copertina che diceva che le camere erano separate. Leggeva e sottolineava, come una dama aristocratica, poi si rimetteva la matita tra le dita e ricominciava a leggere, tutta assorta nelle parole dello scrittore. Era quello il momento, lo so. Ma che ci posso fare?

Le ho guardate, come si guardano le cose troppo belle, senza fare niente. Solo che non ho fatto in tempo a nascondermi e alla fine è successo. Mi ha visto. Mi ha guardato. Mi ha sorriso. Era bellissima. Io ho fatto finta di guardare la pioggia e addolorarmi per le intemperie e la strada allagata. Lei allora ha posato la matita tra le pagine, mi ha sorriso un’altra volta e si è stretta i capelli attorno alla testa. Poi si è alzata e ha chiuso la finestra. Forse si stava bagnando.

Un racconto di Giovanni Di Prizito

Illustrazione di Elisa Invy Inverardi

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