Più Catania di così

“Caruso, peggio dei turisti sei diventato. La colazione da Savia, solo i tedeschi la fanno.”

Mi giro e lo vedo avvicinarsi lento. Nonostante i quaranta minuti di ritardo, Tano non fa nemmeno finta di affrettarsi. 

“Vieni, ho perso un picciriddu.” 

“Ho ordinato la granita.”

“Futtitìnni della granita, ce la pigliamo dopo da Scardaci, è più buona.”

“Venire dove? E che picciriddu hai perso?”

Le mie sono domande tanto per, non mi aspetto veramente una risposta. Tano non è uno che risponde. 

Usciamo dal bar, traversiamo via Etnea, saliamo alla Villa. 

“Questa non è Catania,” dice Tano col fiatone. Aveva garantito che avrebbe smesso di fumare, tempo fa. Ha continuato.

“Questa non è Catania,” gli faccio eco io in automatico. Per me, più catanese di Villa Bellini non c’è niente: l’orologio e il calendario fatti con le piante, la vasca coi cigni, l’elefante morto quando avevo dieci anni. Più Catania di così è impossibile.

“Non è Catania, è il salotto di Catania.”

“Ca cettu,” dico io dopo qualche secondo.

Mi torna in mente il gioco che io e Tano facevamo da piccoli. Se non capivo una cosa che diceva, ribattevo “ca cettu”. E poi lui mi pigliava per il culo perché io, emigrato in Lombardia a tre anni, già alle elementari avevo uno schifo di cadenza mezza sicula e mezza comasca. Non se lo ricorda più, lui, quel gioco. 

“Via Etnea, Villa Bellini, Corso Italia: gli spacchio di salotti di Catania.”

Tano sputa, non so se per la fatica o perché vuole dare un significato simbolico alle sue parole.

“Sì, ma anche il salotto è parte di casa, no? O solo il cesso è casa secondo te?” gli chiedo io sentendomi intelligentissimo. Lui alza le spalle senza dire niente. Lo vedo stanco.

Ci fermiamo sotto al chiostro. Tano si asciuga la fronte col braccio. Inspira ed espira pesantemente. 

“Ma quindi? Come stai?” gli chiedo.

Mi fissa con gli occhi tristi, ma è un attimo. Poi riprende l’espressione beffarda di sempre.

“Tu che parli di cessi, lo sai qual è il cesso più cesso di questa città?”

“San Berillo?” 

“Ca quale.” 

“Monte Po?”

“Librino.”

Anche se torno tutte le estati, io a Librino non ci sono mai stato. Ci passo accanto quando vado all’aeroporto. Due volte ogni estate, andata e ritorno da Fontanarossa. Quattro volte, se mi capita di andare a prendere qualcuno che viene a trovarmi. La mia conoscenza di Librino, praticamente, è tangenziale. 

So che è un quartiere tremendo. Una città nella città, più che un quartiere. Ma visto dalla macchina, in velocità, sembra un posto come un altro. Una periferia qualsiasi. 

“Che poi, manco tutta Librino. Io dico la Librino attorno al palazzo di cemento grande. Vicino alla scuola mia.”

Mi ero dimenticato che Tano insegna a Librino. Mi ero dimenticato perché non ne parla mai. Un altro, al posto suo, starebbe sempre a lamentarsi, a chiedere trasferimenti, oppure a vantarsi. Tano no. Per lui è solo un’altra cosa che gli è successa nella vita professionale. Un paio di righe su un curriculum, dopo i dati anagrafici e prima della buona conoscenza dell’inglese scritto e parlato.

“Fa così schifo, Librino? Non ne so niente, io.”

Tano fa una faccia che non capisco.

“No, schifo schifo no.”

“Ma come, dici che è un cesso.”

“E allora, a te non ti piacciono i cessi?” mi chiede ridendo.

“Ca cettu.”

“Appunto, pure a me. I cessi, se sono cessi, devono essere cessi.”

“Figa che logica stringente, a te Aristotele t’a suca.”

Pensavo Tano ridesse ancora più forte, invece ridiventa serio. Guarda lontano, la zona della fiera, e poi ancora più in là, verso il mare. Ma dura niente la sua serietà.

“Tutti, bisognerebbe eliminare là dentro. Tutti. Lasciare solo spore e batteri per qualche venticinque anni. E poi ripopolare, con gente di fuori. Quelli che ci sono, c’hanno il DNA guasto. Per forza, tutti tra loro si accoppiano. Non sai che spacchio di tare genetiche. Manco in India, cazzo.”

“Stai esagerando, ti conosco.”

“Ma quale esagerando, è così. Nessuno si salva là dentro. Nessuno.”

Restiamo zitti per un po’, riprendiamo a passeggiare. Mi godo la Villa Bellini, il vialetto con le statue dei catanesi illustri, il profumo di non so che albero che io sento solo qua. Tano si fuma una sigaretta. Non lo ammetterebbe mai, ma anche a lui piace questo posto. Mi viene voglia di dirgli qualcosa come “dopo il cesso, un giretto in salotto ci sta bene, ah?”, ma so che mi piglierebbe per il culo. E forse farebbe bene.

“Una cosa che mi sono sempre chiesto,” dico quando siamo tornati al punto di partenza, tra il chiostro e le palme. 

“Cosa?”

“Ma la data fatta con le piantine qua sotto, sto spacchio di calendario, i giardinieri la cambiano proprio a mezzanotte secondo te? Precisi precisi?”

Tano scuote la testa e ride. Questa volta la risata dura un po’ di più. Poi cambia faccia di nuovo.

“Minchia, Turi.”

“Chi?”

“Il picciriddu. Di nuovo nella grotta si è azziccato, quello. Vuoi vedere?”

Tano prende il vialetto a sinistra con una specie di corsetta goffa. Tossisce, ciondola, inciampa. Io lo seguo a distanza. 

Vorrei urlargli dietro che anche se lui non me l’ha detto io l’ho capito lo stesso, il bambino azziccato nella grotta è un suo studente, uno difficile ma dotato, uno che smentisce la teoria batteriologica, uno che da solo dimostra che Librino non è un cesso, uno che per merito suo diventerà molto più di una spora e per questo gli sarà grato per sempre, grazie prufissuri, grazie, grazie, grazie assai.

Vorrei urlargli così ma non lo faccio, lo guardo mentre avanza storto verso la grotta e me ne resto zitto.

Un racconto di Guido Casamichiela

Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

Lascia un commento