Fausto e Isa

Castel San Pietro. 

Se vuoi provarci con una ragazza che conosci da poco, è lì che la dovresti portare. Fausto lo sapeva e rispettò la tradizione, invitando Isa fuori per un aperitivo. Prima, fecero tappa in una delle osterie in Sottoriva – guardarla mentre ordina, scoprire cosa le piace bere, sentirsi più sciolti con un bicchiere in corpo – e proseguirono costeggiando l’Adige verso ponte Pietra, in quell’angolo in cui Verona si ammorbidisce e a lui ricordava Parigi – ma questo non dirglielo ancora. All’imbocco del ponte, quasi per scaramanzia, Fausto passò un dito in uno dei solchi incisi sulle colonne di pietra: gli avevano spiegato che erano state le corde con cui un tempo ancoravano le barche sul fiume, e a lui sembrava una cosa che avesse a che fare con il tempo e con la costanza. Quindi, fatto ancora qualche passo, si sporsero dal parapetto a guardare le acque dell’Adige che in quel tratto sembrano sempre correre e ribollire di schiuma. Di là della strada ecco il Teatro Romano e i primi gradini della scalinata per Castel San Pietro. 

“Saliamo?” chiese Fausto. Isa disse sì e lui sapeva che, una volta in cima, avrebbero avuto già qualcosa da condividere – quella piccola fatica. Era fine aprile, la temperatura perfetta: si sedettero sul bordo della terrazza panoramica, le gambe a penzoloni nel vuoto, e a Fausto sembrò sul serio di essere in una di quelle cartoline che vendevano nelle tabaccherie del centro e che immaginava si spedissero gli innamorati: c’era la luce arancione del tramonto, la curva dell’Adige che brillava di riflessi e, da quella prospettiva ridisegnata dall’alto, i tetti apparivano color pastello, i campanili svettanti. Il rumore del traffico quasi non si avvertiva, e tutta la città sembrava come sospesa, fatta di finestre aperte e cortili nascosti. Isa provò a individuare i punti della città che, da fuorisede, conosceva meglio; Fausto prese la bottiglia che aveva nascosto nello zaino – se ride così è perfetto – e brindarono davanti a quel panorama. E mentre bevevano arrivò questo tizio strano che li guardò per qualche secondo senza dire niente; si tolse gli occhiali, con uno scatto del braccio li gettò al di là del parapetto e se ne andò come era venuto. 

“Ma sono tutti matti, qui?” chiese Isa. 

“Tutti chi?” rispose Fausto. Isa rise e gli appoggiò la testa sulla spalla; Fausto sentì i capelli biondi di lei solleticargli il naso e, dopo qualche secondo – ecco, finalmente – il modo in cui stava alzando la testa verso di lui, cercando un bacio. 

Veronetta. 

Il bilocale in zona università era umido d’inverno e un forno d’estate, ma questo lo scoprirono solo più tardi. Mentre la padrona di casa mostrava gli spazi, Fausto sentì Isa stringergli la mano nello stesso momento in cui avrebbe voluto farlo lui. 

Comprarono una libreria e un divano, impilarono libri e cd, appesero stampe alle pareti. Se lasciavano le finestre aperte sentivano le urla e le risate dei ragazzi che restavano a bere fuori dai bar, il profumo che saliva dai kebabbari e dai ristoranti etnici. Qualche sera rimanevano a letto a guardare un film, gelando sotto due piumoni, oppure sudavano sulle pagine dei libri preparando l’esame dei giorni successivi. Più spesso uscivano, insieme agli altri, nei locali della zona, dove sembrava sempre succedere qualcosa. A un certo punto si guardavano e dicevano: Torniamo a casa; e Fausto sentiva che lo era, casa, anche quando lo stendino ingombrava il corridoio, quando doveva coprire le macchie d’umidità sui muri o si mettevano con gli stracci ad asciugare il pavimento perché la lavatrice aveva perso acqua di nuovo. 

Piazza Bra. 

Sotto l’orologio c’è un busto di Shakespeare e una targa con una frase da Romeo e Giulietta: Non c’è mondo fuori dalle mura di Verona. La verità è che c’è, eccome. E chiama. 

Fausto e Isa fecero richiesta per l’Erasmus, entrambi a Parigi, fantasticando su come potesse essere trascorrere un anno, insieme, a un passo dalla torre Eiffel. Ma, proprio come in Romeo e Giulietta, ci si misero di mezzo uno sgambetto del destino e tempistiche sbagliate: finì che accettarono la domanda di Isa e bocciarono quella di Fausto. 

Isa partì a settembre. Furono mesi di lunghe mail con foto allegate (Qui ci andremo insieme, scriveva, sotto le immagini di bistrot e librerie e ristoranti) e di frustranti chiamate su Skype in cui la linea andava e veniva. Tornò per Natale: due settimane tiratissime, durante le quali si divise tra famiglia e amici e il tempo nel loro appartamento sembrò strappato a fatica a quelle visite. Fausto la vide distaccata – non pensarci ora – provò a non preoccuparsi e attese marzo, quand’era già previsto che andasse a trovarla. E lì scoprì che Isa aveva intenzione di prolungare la sua permanenza a Parigi, di continuare con un progetto da quelle parti. Poteva riprovare con l’Erasmus anche l’anno successivo, no? Sarebbero stati di nuovo insieme, a Parigi, come avevano desiderato. 

Casa di Giulietta. 

Fausto si mise in fila con i turisti ed entrò nel cortile. Guardò i nomi di centinaia di coppie scarabocchiate sui muri e si chiese quante, in quel momento, fossero ancora insieme. Non badò al balcone, arrivò davanti alla statua di Giulietta e le poggiò una mano sul seno. Leggenda vuole che porti fortuna e Fausto sentiva di averne bisogno, dopo che era venuta a galla la storia di Francois –Francois!, suonava come una presa in giro –, dopo che aveva liberato l’appartamento e consegnato le chiavi ai nuovi inquilini; e dopo che era risultato idoneo all’Erasmus e aveva chiesto di cambiare la sua meta, scegliendo quella che pensava non avrebbe mai preso in considerazione: Goteborg.  

Rimase undici mesi, in tempo per vedere il lunghissimo inverno svedese, il buio, la neve e le ore infinite di luce estiva. A Isa pensò spesso. Raccontò tutto anche a Steffan, un compagno di corso con cui aveva stretto amicizia. Lui ascoltò e disse: “Ti faccio vedere un posto”. Camminarono con gli anfibi che affondavano nella neve per un po’, poi Steffan si fermò e disse: “Hai capito dove siamo?”. Fausto si guardò intorno, ma vedeva solo bianco. “È un lago. Siamo sopra su un lago ghiacciato” disse Steffan. 

Ci tornarono, sulla riva di quel lago, insieme agli altri amici, a luglio, per la sua festa d’addio. L’acqua era limpida, tutto intorno sembrava rinato e i colori erano caldi e commoventi come quelli fissati nella foto di gruppo scattata quel giorno. 

Tornò che Verona era rovente. Si stabilì dai suoi a studiare per gli ultimi esami, in quella fine estate che somigliava a un limbo. Una sera uscì di casa con gli occhi che gli bruciavano: da quel quartiere al centro c’era almeno un’ora di strada a piedi. Iniziò a camminare. Il caldo gli incollava la maglietta alla schiena. Fece il percorso che avrebbe fatto un turista – l’Arena, via Mazzini – e decise di proseguire fino a Castel San Pietro: arrivò in cima che era fradicio. Si sedette sul bordo della terrazza panoramica a riprendere fiato. Gli tornò in mente quel matto che aveva guardato lui e Isa, quella sera, e scoprì che non si erano mai chiesti perché avesse gettato via gli occhiali. Allora Fausto si tolse i suoi e restò a guardare Verona dall’alto con il suo sguardo da miope. Il primo buio e le luci confondevano strade e riferimenti – in quel momento poteva essere una città qualsiasi. 

Fausto ne fu in qualche modo consolato: e, strizzando gli occhi, pensò che, da qualche parte, c’era un posto che avrebbe chiamato di nuovo casa. 

Un racconto di Massimiliano Maestrello

Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

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