«Signor Serra, lei è licenziato» sibila serpentesco il Demone, piantando gli occhi neri e fermi nella gola del soggetto licenziando. Scarabocchia firme affilate sul dorso di bianche carte, le porge assassinate al signor Serra, gli fa gentilmente cenno di andarsene a casa, e subito, imboccando la porta sul retro. Il signor Serra non sembra impressionato.
«Mi piace il suo ufficio, sa? C’è una bella vista, da qui».
«Se ne vada. Non se lo faccia ripetere due volte».
«Si vede tutta Piazza Statuto. Il monumento del Traforo del Fréjus. Secondo lei, che cosa rappresenta?».
«Signor Serra, per cortesia…».
«C’è chi dice che sia un omaggio ai caduti durante i lavori di costruzione, ma io non ne sono sicuro».
«M’importa poco, niente, di quello che pensa».
«Secondo me le statue grigie, in basso, sono anime dannate vomitate dagli inferi; e l’angelo nero, in alto, è il loro padrone Lucifero. Secondo lei?».
Secondo Luisa, 56 anni, miracolosamente scampata all’eccidio dei consulenti esterni verificatosi nell’ottobre del 2016, il Demone ha 43 anni. È del segno del Capricorno. A oggi, 3 novembre 2017, Luisa risulta stabilmente assunta per mezzo di un contratto a tempo indeterminato; si potrebbe quindi pensare che Luisa non tema più il Demone, che la consolante indeterminatezza temporale degli accordi intercorrenti tra lei e l’Azienda sia sufficiente a farla sentire al sicuro, altrettanto sufficientemente lontana dall’elemento più sanguinario e infido del reparto Risorse Umane, ma non è così. La scure del Demone piomba ovunque lui voglia calarla, e nessuno riesce a comprendere se e come sia possibile sfuggire all’imminente mattanza.
«Il Demone ha 27 anni. È del segno del Cancro» precisa piccata Rossella, 24 anni, aggrappata con le unghie e con i denti a un misero contratto semestrale che la qualifica come “Sventurata Stagista”. «Probabilmente, tra sei mesi, lei non sarà più tra noi» ha vaticinato il Demone all’atto della sottoscrizione, diagnosticando a colpo d’occhio a Rossella un’incurabile precarietà lavorativa. «Solo un Cancro farebbe una cosa del genere. Solo un Cancro può sbatterti fuori ancor prima di averti assunto, perché il segno del Cancro è cattivo, infingardo, passivo-aggressivo ai massimi storici, e insomma non riesco a capire come facciano i colleghi del Demone a sentirsi al sicuro con l’ufficio piazzato a due passi dal suo». L’ufficio del Demone è piccolo e nero, proprio come i suoi occhi. C’è chi dice che il Demone non ne venga mai fuori, che ci dorma dondolando a testa in giù dal soffitto; altri sostengono che il Demone abbia una bara infilata poco dietro alla scrivania, un comodo feretro rivestito in pelle in cui coricarsi per schiacciare un pisolino. «Il De-Demone non do-dorme ma-mai» balbetta Goffredo, 36 anni, fortunato vincitore dell’unico contratto a tempo determinato messo in palio dall’Azienda nel semestre gennaio-giugno 2017. Durata: 1 (uno) (singolo) anno; eventualmente rinnovabile. Il Demone ha avuto cura di sottolineare l’avverbio con l’evidenziatore giallo, ricordando a Goffredo che l’Azienda si riserva il diritto inalienabile di sbatterlo fuori a calci alla prima occasione. Quella parola – eventualmente – tormenta Goffredo da giorni, settimane, mesi, Goffredo che ha smesso di mangiare, di allontanarsi dalla postazione, Goffredo che non dorme, esattamente come il Demone, lascia solo riposare gli occhi; se il Demone si stanca non chiude gli occhi, oh no!, lui li strappa via dalle orbite per infilarsene un paio nuovo; c’è chi dice di aver visto il Demone cavarsi via la pelle di dosso, che sotto alla pelle di uomo si nasconda un corpo raggrinzito e marcio; c’è chi dice che il corpo del Demone non sia decomposto, solamente mostruoso, orribilmente provvisto di tentacoli e altri arti addizionali, altre teste. Il Demone non ha una testa, ne possiede tre. Il Demone possiede otto, dieci, centodieci teste, certamente per ogni testa amputata ne ricrescono due, certo il Demone è un’Idra mitologica che batte la Terra sotto mentite spoglie, creatura fetida e oscena, germinata dai recessi dell’abisso, che dell’abisso ha conservato la più livida ombra.
«Sa da dove viene la parola “licenziare”?».
Il Demone è andato ad affacciarsi alla finestra.
Il signor Serra è rimasto al suo posto. Osserva la schiena del padrone; le lunghe ali brune dell’angelo svettante in cima al monumento del Traforo del Fréjus.
«“Licenziare” deriva dal latino medievale, precisamente da: licentiare, a sua volta da: licentia, vedi: licenza. Io licènzio, tu licènzi, egli licènzia».
«Lei ha famiglia? Io sì. Ho una moglie, due figli e tre gratti. Mi costano, i gatti. Quasi più di mia moglie».
«Anticamente, dare licenza significava “permettere di, concedere qualcosa a qualcuno”; anche oggi il predicato verbale di cui sopra, seguito da opportuno complemento oggetto, può significare: “elargire, accordare”, dare il fatidico permesso a qualcuno di fare un fatidico qualcosa, permesso in cui sarebbero impliciti, vieppiù, il caloroso invito o la ferma ingiunzione di mettere effettivamente in pratica quel qualcosa. Andarsene a casa, per esempio. E farlo subito, prima che io perda la pazienza».
«Ho anche un nipote. Suo padre è morto di meningite fulminante. Un vero peccato – soprattutto per me, che devo pagare a Giorgio il mangiare e la scuola».
«Se ne vada, signor Serra. Rispetti la veneranda etimologia della parola che ho usato per sbatterla fuori!» intima iracondo il Demone, esplodendo in uno stormo di stridenti pipistrelli.
È questo che racconta uno stravolto Luca Serra ai colleghi intervenuti a domandargli come stia, cosa mai sia capitato nell’ufficio del Demone, che diamine fosse quel rumore sgradevole che ha graffiato i timpani di tutta l’Azienda. Non ci credeva, il buon Luca; non credeva che lui fosse davvero così. «Così come?». «Non si può dire».
C’è chi dice che il Demone non fosse fatto di pipistrelli, che fosse in realtà un nauseabondo ectoplasma; c’è chi dice che il suo corpo fosse un sordido ammasso di cera, colla, calcestruzzo, carcasse canute, caliginose cartilagini di crassi, cangianti canguri. L’anima del Demone è balzata via, in cima al monumento del Traforo del Fréjus, è un angelo fosco ad ali spiegate, adesso, occhieggiante minaccioso su Torino. C’è chi dice che l’angelo rappresenti la ragione e la scienza, che il monumento sia un omaggio alla luce trionfante sull’ombra; ma chi ha conosciuto il Demone, chi lo ha visto da vicino coi suoi occhi, è sempre pronto a raccontare un’altra nera, discontinua verità.
Un racconto di Claudia Grande
Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

