Le avevano detto che si sarebbe trattato di un paio d’ore, tre al massimo. L’avrebbero pagata piuttosto bene. Unica regola: niente troupe, niente assistenti, solo lei.
Caricò l’attrezzatura nel bagagliaio della Ford Ka, impostò il navigatore e partì. La Salaria in direzione centro era trafficata a quell’ora del pomeriggio. Questo le diede tutto il tempo di stare al telefono e organizzarsi per la serata. Per le dieci contava di essere in quel locale sulla Casilina. Quando i campi e la ferrovia lasciarono spazio ai palazzi, Ester vide la città cambiare nell’architettura e nei costumi. Roma è grande e ci vive molta gente, e arrivata nei pressi di Villa Borghese le sembrò d’essere da un’altra parte. Quella zona non somigliava affatto a Settebagni, una zona vecchia, più defilata, nella quale era riuscita a trovare un bilocale appena ristrutturato a seicento euro al mese. Qui tutto era invece votato al decoro, le facciate dei palazzi pitturate di fresco, le strade in ordine, e il quartiere restituiva una luce diafana che permeava ogni cosa. Da quando era arrivata, poche settimane prima, non era mai stata ai Parioli, ma le era bastato poco per capire che Roma è una città costosa e che si può far fatica a viverci.
Il luogo d’incontro era un bell’edificio in stile liberty, riparato dal chiasso in una traversa di via Tagliamento. Non le fu facile trovare parcheggio, così fu costretta a telefonare al contatto per avvertirlo del ritardo. Con lui aveva soltanto scambiato messaggi, ed Ester se ne rese conto solo quando rispose, perché pensò che non aveva mai sentito la sua voce. Era bassa, pacata, e un che di rassicurante albergava nel suo modo di pronunciare la t. Lui le disse di non perdere tempo e avvicinarsi al cancello, ché l’avrebbe fatta parcheggiare nei garage. Ester obbedì e lasciò che l’auto scivolasse lungo la discesa di cemento che andava avvitandosi nelle fondamenta. Si ritrovò in un ambiente bianco, quasi del tutto vuoto, soltanto un paio d’automobili di lusso vi stazionavano. L’uomo le fece cenno di parcheggiare di fronte all’ascensore. Ester lo osservò attraverso lo specchietto: indossava una camicia celeste e dei pantaloni bianchi, al di sotto dei quali spuntavano due mocassini di pelle marrone. Sull’orologio che aveva al polso si rifletté il bagliore dei fari, che poi si spensero e portarono finalmente il silenzio nel locale.
Si presentò come Amedeo. «Carica quello che ti serve in ascensore» le disse, spingendo il tasto rotondo. Ester prese in spalla due borsoni e li poggiò sul pavimento rosso dell’ampio ascensore, rivestito di specchi e ornato di sfarzose cornici in legno bianco. Aveva intenzione di portare le cose un po’ per volta, ma l’abitacolo era talmente grande che bastò un viaggio. Non aveva portato chissà quante cose, in fondo era sola e non avrebbe potuto gestire tutto come una piccola troupe – di questo lo aveva avvertito, ma lui aveva detto che andava bene lo stesso – così Amedeo premette il pulsante con il 2 inciso sopra, l’ascensore si chiuse e salirono. Nel breve tragitto, nessuno dei due disse niente. Si ritrovarono su un pianerottolo di marmo bianco, ben illuminato. Amedeo si avviò verso quella che era l’unica porta presente, poi l’aprì e le fece cenno di entrare. Poggiato sull’uscio con le braccia incrociate, la guardò sollevare due borse dal mucchio e portarle in casa. Quando varcò la soglia, Ester rimase per un attimo a guardarsi attorno. Anche qui, il pavimento era in marmo bianco, l’arredo antico, ricco, probabilmente di due secoli fa, ma inserito tra elementi moderni come divani, vasi e sgabelli d’acciaio. In fondo alla grande sala, un pianoforte bianco spiccava su una parete-libreria piena di tomi dall’aspetto antico.
«Dove devo portarle?» chiese Ester.
Amedeo lanciò un’occhiata all’ascensore, c’erano ancora un paio di borse e cavalletti. «Intanto qui, poi ci beviamo un caffè».
Ester obbedì, e cominciò a pensare che forse ci sarebbero volute ben più di due ore. Quando ebbe portato tutto nella sala, Amedeo chiuse la porta e la invitò ad accomodarsi sul divano, un bel sofà di pelle. Ester si sedette, lui sparì in corridoio. Quando tornò aveva con sé un vassoio d’argento, sul quale c’erano due tazzine e una piccola zuccheriera. Ester lo guardò posarlo sul tavolino e sedersi accanto a lei.
«Zucchero?» disse lui.
«No, grazie».
Amedeo sorrise. «Ti invidio, io non riuscirei mai» aggiunse, mettendone due cucchiaini. Poi mescolò, e alzò gli occhi verso Ester.
«Grazie di essere qui».
Ester annuì e bevve un sorso, guardandosi attorno. Si stupì di quanto fosse buono quel caffè rispetto a quello che aveva bevuto qualche ora prima, appena sveglia, in piedi, poggiata all’angolo cottura del suo bilocale.
«Quindi, di che si tratta?».
Amedeo si poggiò allo schienale, e il colletto della camicia scoprì in parte il suo petto villoso.
«Fiducia» disse lui.
Ester bevve un altro sorso. «Non ho capito».
«Ci fidiamo di te».
«Mi scusi, proprio non capisco».
«Abbiamo osservato vari annunci, e il tuo ci è sembrato il più onesto».
«Vi ringrazio, ma non capisco quale sia il punto».
Amedeo sorrise, e guardò di sfuggita l’orologio. «Va bene la cifra che ti abbiamo offerto?».
Ester posò la tazzina sul vassoio d’argento. «Certo, ma-».
«Dev’essere il più professionale possibile. Come un film».
«Di cosa si tratta?».
«Io e la mia compagna».
Ester lo guardò negli occhi, e lui non spostò le pupille neppure di un millimetro. «Scusi?» disse.
Lui non smise di fissarla, sulle labbra un sorriso accennato.
Ester si guardò attorno, tutto le sembrava rassicurante, ma la voce di sua madre nella testa le diceva di andarsene. Allora si alzò.
«Non credo di essere la persona giusta» disse.
«Posso darti il doppio se vuoi» fece lui.
«Non è una questione di soldi» aggiunse, mentre prendeva un borsone per il manico.
«Allora cosa?».
Ester restò in silenzio, e vide la città esistere tranquilla oltre i vetri della grande finestra che illuminava la sala.
«Perché no?» aggiunse lui, alzandosi, camminando verso di lei.
«Non ho mai fatto queste cose».
«Neanche noi. Per questo parlo di fiducia».
Ester lo guardò, e di colpo le sembrò più alto di prima.
«Noi ci fidiamo di te, ma se non vuoi farlo non lo farai».
Ester si guardò attorno, poi ritrovò i suoi occhi. «Il doppio?».
Lui annuì.
«Va bene» disse lei.
Amedeo si avviò verso una porta doppia, su un lato della stanza che Ester non aveva ancora osservato . La aprì, e svelò un’altra sala, altrettanto grande, al centro esatto della quale era contenuta un’altra stanza con una porta nera. Amedeo si fermò proprio di fronte alla porta, e si voltò verso Ester.
«Se decidi di farlo, dovrai continuare a riprendere, qualsiasi cosa accada. Credi di poterlo fare?».
«Sì» disse, quasi senza pensarci.
«Sei sicura?».
Sentì i polpastrelli scivolosi quasi perdere la presa sul manico del borsone. Non si mosse. Pensò al prezzo del caffè, agli uccelli migratori, alla Cina, alle storie d’amore. E poi ripeté: «Sì».
Amedeo aprì la porta. La stanza era buia, non molto grande, un anello di neon campeggiava in alto come un’aureola, non c’erano finestre, e nel mezzo del pavimento un futon matrimoniale, sul quale era stesa una ragazza bionda, con i capelli sciolti, che indossava una camicia da notte bianca.
«Mi raccomando» fece lui entrando, «non smettere di riprendere». Ed Ester lo seguì.
Il vecchio motore della Ka arrancò sulla salita di quel garage, che ora sembrava più ripida. Il cancello si aprì e lei tornò sulla strada. Nel frattempo si era fatto buio, e i lampioni curvi ai lati della strada sembravano anziani signori con le mani in tasca. Il chiarore dei palazzi era svanito, ora apparivano grigiastri e poco ospitali. Nessun traffico per tornare a casa, ma nella corsia opposta che andava verso il cuore della città, si era formata una certa coda, e le luci rosse delle automobili si ripetevano identiche all’orizzonte. Quando svoltò per Settebagni tutto le sembrò familiare, tranquillo, e sebbene le case adiacenti alla ferrovia non si potessero definire decorose, ebbe la sensazione di sentirsi al sicuro.
Ripeté tre volte la manovra per parcheggiare, poi si caricò le borse in spalla e un po’ per volta, a fatica, le portò su per le scale. Una volta in casa il cellulare le vibrò nella tasca. Ester lo posò sul tavolo senza guardarlo e recuperò la memory card dalla borsa. Si sistemò alla scrivania, la inserì nel computer e visionò la cartella. Selezionò tutte le clip e le fece partire in ordine cronologico, poi indossò le cuffie e si poggiò allo schienale della sedia. Non disse niente.
Il cellulare non smise di squillare per giorni.
Un racconto di Jacopo Milani
Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

