L’anello che ho rubato a mio padre quando è morto si sfila almeno una volta al giorno. Ho dita troppo sottili, così lo indosso al pollice della mano sinistra, che ho imparato a tenere sempre un po’ piegato, per evitare che l’anello mi sfugga. Se ancora non l’ho perduto è perché ho imparato a distinguere il tintinnio che fa quando tocca terra e prova a rotolare via. È un esercizio continuo all’ascolto di quello che c’è ma non si vede: ogni volta che accade, sembra allontanarsi un po’ di più. Ho provato a portarlo al collo con una catenina, ma non fa per me.
L’altro ieri Marta mi ha regalato una specie di fedina da portare insieme, per tenerlo fermo senza obbligare il pollice a un perenne indolenzimento.
«Così sabato, quando andiamo al Circolo, evitiamo la solita scena di te buttata per terra a cercare quel cazzo di anello.»
Le ho detto che non mi serve, che tanto lo ritrovo sempre.
«Tu sei pazza» ha risposto. «Mettila e basta.»
Dopo innumerevoli giri, parcheggiamo il pandino in una traversa verso il Mandrione e risaliamo lungo la Casilina Vecchia. Quando arriviamo lì davanti, prima ancora di superare il pesante cancello di metallo, la musica del giardino ci investe mescolandosi al vociare della gente seduta ai tavoli e alle urla e ai “noooo” di chi occupa i biliardini.
Marta si ferma a salutare Pietro, un compagno di università con cui c’è stato qualche bacio. È per vederlo, se siamo venute stasera. Lo accompagna un amico con denti dritti e molto bianchi, quando sorride il labbro superiore si tende fino a scoprire una generosa striscia di carne rosa. Strattono Marta per un braccio e le indico la porta della sala grande.
«Vai» dice «ti raggiungo tra poco.»
Il tipo tutto denti e gengive fa cenno di volermi accompagnare: fingo di non capire, mi volto ed entro.
Mio padre è morto un anno fa esatto. In ospedale ci siamo ritrovati da soli io e mio fratello: l’infermiera ha fatto firmare a lui le carte e a me ha messo in mano un numero delle pompe funebri. Ha detto che l’ospedale metteva a disposizione una camera ardente e che l’impresa avrebbe pensato a tutto, noi avremmo dovuto soltanto portare un vestito e prenotare la chiesa, e così abbiamo fatto. Giacomo è andato a casa a prendere l’abito, quello che papà si era fatto fare su misura per la sua laurea.
Prima che lo portassero via sono sgattaiolata nella stanza e gli ho sfilato la fede che ancora portava all’anulare sinistro. Non l’aveva tolta mai, nemmeno quando nostra madre se n’era ormai andata da un pezzo.
Dentro la sala grande la musica è altissima. Faccio un salto al bagno e mentre sono in fila controllo il telefono per vedere se mio fratello mi ha cercato, anche se lui non chiama mai. Gli scrivo per chiedergli come sta, dirgli dove sono. Prima di premere invio, aggiungo: Certo che avremmo almeno potuto passare questa giornata di merda insieme. Risponde dopo poco: Smettila. Divertiti. Ti voglio bene.
Esco dal bagno e mi avvicino al bar. Ordino un gin tonic e resto un po’ lì a guardarmi intorno, la testa che si muove a tempo e i capelli che seguono il movimento, sfiorano le spalle. Stanno ricrescendo. Il mignolo gioca con l’anello facendolo girare, è il tic con cui controllo che sia ancora lì al suo posto. Mi faccio spazio fra la marea di corpi illuminata a squarci dalle luci del soffitto, braccia al cielo e sorrisi sudati, teste gettate all’indietro, bocche umide di birra, negroni e baci dati contro il muro. Raggiungo la parte opposta della sala, un po’ bevo e un po’ ballo, come so ballare io e cioè tenendo i piedi ben piantati a terra e muovendo meglio che posso fianchi e braccia. Quando riapro gli occhi, incrocio lo sguardo con un ragazzo, sorrido e poi gli volto le spalle. Si avvicina e iniziamo a ballare senza dirci una parola. L’ultimo sorso di gin tonic è acqua e ghiaccio, vorrei buttare il bicchiere ma non vedo il secchio, così lo infilo per metà nella tasca della giacca di pelle.
Lo sconosciuto si chiama Lorenzo e mi urla qualcosa all’orecchio.
«Vuoi un po’ di whisky?»
Annuisco con il suo naso ancora infilato fra i miei capelli, faccio per avviarmi verso il bar ma lui mi blocca, tirando fuori dalla giacca una fiaschetta. Gli offro il bicchiere vuoto e brindiamo plastica contro metallo. Bagno appena le labbra e sento subito la borsa vibrare: è semiaperta e sullo schermo intravedo il nome di Marta, non riesco a tirar fuori il telefono così stringo il bicchiere fra i denti, in modo da avere le mani libere, ma alla fine – nel rispondere – il bicchiere cade a terra.
«Ehi! Che fine hai fatto?!»
«Sono dentro a ballare, te?»
«In sala rossa con Pietro. Ci raggiungi?»
«Ok, fra un po’ arrivo.»
Attacco, osservo il whisky versato e guardo mortificata Lorenzo, che invece sorride e mi porge direttamente la fiaschetta. Nel prenderla l’occhio cade sulla mia mano nuda, la pelle del pollice interamente visibile, i muscoli finalmente morbidi e non contratti, per la prima volta dopo un anno. Butto giù un sorso, il liquido brucia in gola mentre l’odore leggermente affumicato mi pizzica il naso. Ne bevo ancora prima di restituire la fiaschetta; anche lui prende un goccio, poi riavvita il tappo. Si avvicina ancora, mi chiede: «Posso?»
Le nostre lingue sanno di legno e caramello, si cercano e si sfuggono e si ritrovano, le sue mani mi prendono il viso e mi stringono a sé. Ce ne stiamo così, uno contro l’altra, respiro contro respiro, la musica si ammutolisce mentre ascolto il suo battito rimbombarmi nel petto, fino a confonderlo con il mio. Infilo le braccia sotto la giacca e mi aggrappo alla sua camicia, come se da un momento all’altro potessi cadere giù.
Un racconto di Giulia Mazza
Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

