elena g mirabelli

Che tempo fa a Napoli

L’appartamento è in via Plinio, ed è il sesto della giornata. I precedenti sono stati francamente deludenti, nessuno di loro ha tenuto fede allo stato buono/abitabile segnalato sul sito web. Questo, invece, considerati la vicinanza alla ferrovia, il parquet martoriato e gli ambienti “mal disposti”, come ha appena finito di sottolineare mio padre, è tutto sommato un affare. Se non proprio un affare, almeno decente, che a Milano vuol dire la stessa cosa.

Faccio toc-toc con le nocche sulla parete. È come urtare il lato di uno scatolone.

“A Milano le pareti sono sottili”, risponde l’agente immobiliare, anche se non ho fatto nessuna domanda. Il suo sorriso affabile scopre l’apparecchio ai denti. Ha l’aspetto di un dodicenne ingrandito su Paint.

“Sì, giusto”, dico io. Trenta minuti dopo firmo il contratto.

Ai rumori ci faccio presto l’abitudine. Il treno passa una volta ogni dieci minuti, ma “i doppi infissi reggono bene”, e quasi non me ne accorgo. Al piano di sopra abita una coppia giovane, sembrano simpatici, sono gli unici all’interno del condominio che mi rispondono “ciao” se gli dico “ciao”. Sento il suono dello sciacquone quando vanno in bagno e delle loro urla quando litigano – l’ultimo scontro feroce riguardava un golf azzurro lasciato fuori posto. Sono eventi che si verificano piuttosto spesso, e sempre attorno alle sette del pomeriggio. Me lo ricordo perché a quell’ora inizio la terapia online. Parlo a voce molto bassa, almeno all’inizio, non voglio che i miei vicini mi sentano mentre piagnucolo sul fatto che mi sento sola, che perfino quaranta metri quadri di casa sono troppi per me, che preferirei vivere in un posto più piccolo, una tana con le pareti che mi si accartocciano attorno e mi fanno sparire.

La sento per la prima volta dopo una settimana. Sono le sei del mattino, sto sognando di acquistare una televisione. La voce arriva dalla parete di fronte al letto, a dieci centimetri dalla mia testa, e mi sveglia.

“Alexa”, chiama. “Che tempo fa a Napoli?”

A parlare è una donna anziana e assonnata, posso dirlo con certezza dalle parole impastate. Un suono melodico anticipa la risposta del robot – a Napoli c’è il sole.

“Grazie, Alexa”.

Mi riaddormento senza accorgermene.

La mattina dopo, e tutte quelle a seguire, iniziano allo stesso modo.

“Alexa, che tempo fa a Napoli?”, emana, puntuale, la mia parete.

Prendo seriamente in considerazione l’idea di urlare e chiedere alla vecchia se può almeno parlare a voce più bassa. Il pensiero di una nonnina che, nella mia immaginazione, ha assunto le sembianze della mia vera nonna, mi fa desistere ogni volta.

“Non dormo bene, c’è la vecchia che abita qua affianco che ogni mattina parla con Alexa”, mi lamento al telefono con mia madre.

“Con chi?”

“Alexa, il robot”.

“Mi fanno paura quei cosi”.

“Le chiede il meteo di Napoli. Alle sei del mattino. Infatti so che oggi lì piove con possibilità di schiarite nel primo pomeriggio”.

“Ah, schiarisce? Speriamo, per ora è tutto coperto”.

Penso che Napoli coperta sia bella lo stesso.

Di sera andiamo a letto contemporaneamente, io e la vecchia. Me ne accorgo perché la sento tossire, di quella tosse secca tipica degli anziani, che li sconquassa da dentro. Sento le molle del letto cigolare sotto il suo peso, e poi le sue parole gracchianti. Dice, “buonanotte Alexa”, e la voce armonica di Alexa le risponde sempre, “buonanotte”. Mi scopro a pensare che mi piacerebbe se salutasse me, al posto di Alexa. E se io sapessi come si chiama, potrei augurarle la buonanotte anche io. Sono sicura che farebbe bene a entrambe.

Luca lo conosco da circa due ore e quaranta. Se qualcuno me lo chiedesse, non saprei dire che ci fa a casa mia, o perché ce l’ho portato. Ci spogliamo, ci mettiamo sotto le coperte, ci baciamo e tocchiamo con i nostri corpi che vanno ognuno per conto suo. Gli chiedo di fare piano, proprio in termini di volume. Io non faccio fatica a trattenermi. Penso alla vecchia dall’altro lato della parete, ci penso così tanto che è come se stessi facendo sesso con lei presente nella stanza. Mi chiedo se sia già andata a dormire, se possa sentirci. La sola ipotesi è sufficiente per fingere svogliatamente un orgasmo.

“Se vuoi puoi restare”, dico. Luca accetta, ma prima deve andare un attimo in bagno. Ha appena lasciato la stanza quando arriva la buonanotte ad Alexa, e Alexa risponde, e io rispondo con lei, “buonanotte”.

I miei genitori mi hanno inviato un pacco. Non è la prima volta, ma è la prima volta che ci trovo dentro qualcos’altro oltre a confezioni di assorbenti (giù costano meno), scarpe da ginnastica, maglioni che ho dimenticato, cavi per la televisione che non ho ancora comprato. Sollevo la busta di taralli sugna e pepe. Ne addento uno mentre guardo fuori dalla finestra. 

A Napoli oggi c’è il sole, ha detto Alexa. Fa anche caldo, siamo a dicembre ma si può fare il bagno – questo non l’ha specificato, l’ho aggiunto io. Sono sicura che ci sia molto rumore, a Napoli, in questo momento. Che qualcuno stia cantando, perché qualcuno che canta lo trovi sempre. Penso che la vecchia sarebbe molto contenta di essere lì. Sarebbe carino se potessimo andarci insieme. I nostri appartamenti sono molto silenziosi, oggi.

Prendo coraggio e suono il campanello – non so perché non l’ho fatto prima, forse perché ho paura di scoprire che la vecchia in realtà non mi sopporta, soprattutto quando faccio terapia, dico sempre le stesse cose, che mi sento sola, tanto per cominciare, e che proprio non mi sta bene che laggiù, a casa mia, ci sia sempre il sole mentre qua è un grigio perpetuo. Fossi io la vecchia, non mi vorrei come vicina di casa. Una che si lamenta sempre, come se qualcuno l’avesse obbligata, ad andarsene da Napoli. Ci tornasse, lei che può, penserà.

Perché, nella mia immaginazione, la vecchia vorrebbe tornare a Napoli e non può.

Per fare ammenda, comunque, le ho portato tre taralli.

Non mi apre nessuno. Ritento più tardi, nel pomeriggio. Poi la sera, ma niente. Mi metto a letto, ed ecco la buonanotte ad Alexa.

Mi sento tradita.

Oggi a Napoli è parzialmente soleggiato, pare. A Milano invece diluvia.

Nell’androne del palazzo hanno posizionato un banchetto con uno sproporzionato drappo viola. Si annuncia la scomparsa di tale Rossella Giordano, morta a novantatré anni. Firmo il libro delle condoglianze, mentre cerco di scacciare il dubbio – non può essere lei, era viva fino a stamattina. Rossella Giordano, comunque, non ho idea di chi sia. In effetti non conosco nessuno degli inquilini del palazzo. A Napoli quand’ero bambina pranzavo dai vicini di casa perché i miei erano al lavoro. Mi fa strano, adesso, non avere nessuno da cui poter pranzare, volendo.

Il pensiero di aver perso anche la vecchia mi spinge a ricorrere al portiere, che non è felice di vedermi. Mi risponde, anche piuttosto seccato, che no, Rossella Giordano non è l’inquilina dell’appartamento accanto al mio, ovviamente, visto che quell’appartamento è vuoto da mesi.

Io penso si sia sbagliato, ma ho paura a contraddirlo, quindi torno a casa.

“Alexa, che tempo fa a Napoli?”

Sono sveglia da un po’, ascolto le previsioni.

“Grazie, Alexa”, dico, tanto per essere gentile.

Un racconto di Sara Canfailla

Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

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