Oggi è il giorno in cui saliremo sulla ruota.
Che le cose si metteranno male lo posso intuire già dalle prime ore del mattino quando Petra mi ha detto: «Simone, puoi tu, per favore, colmare tutti i miei vuoti interiori?»
Io le ho risposto che non credevo di essere in grado.
Lei allora ha detto: «E dunque io come farò?»
Ma la risposta vera era: Allora vuoi dirmi a che diavolo mi servi?
Ci sono giorni che iniziano così, con questi dialoghi che sembrano scritti per una commedia brillante francese, ma siamo nel quartiere Novoli di Firenze e non c’è nessuno splendore: questo semmai è un cinepanettone o un video amatoriale ripreso sul telefonino da una persona anziana, in orizzontale, quando avrebbe dovuto tenere la camera in verticale.
Ci sono giorni tipo questo, in cui non riesco a pronunciare bene il nome della mia compagna, non so il motivo. Dev’essere qualcosa legato all’umidità presente nell’aria, o forse difficile lo è intrinsecamente, pronunciare il nome P – e – t – r – a, la mia lingua s’impappina e la chiamo semplicemente Pedra, con la “d”, cosa che la fa indiavolare a morte.
Il nome “Petra” è l’unica cosa davvero chic che c’è in questo quartiere decisamente non chic di Firenze, e pertanto lei ne è molto orgogliosa. Se mi sente dire Pedra mi guarda con una faccia da killer come a dire “Questo è il giorno in cui ti ucciderò”. Quindi, se la cosa successiva che dice è “oggi andremo alla ruota panoramica”, io credo che probabilmente mi getterà di sotto cercando di far passare la cosa per un incidente, perché è così che funziona la mente umana: per induzione e deduzione. L’ho letto su internet.
In tutto questo il bambino non ha mai smesso di piangere.
Fuori fa freddo, il tempo è bruttissimo, piove ininterrottamente da giorni e io mi domando se sia una buona idea salire sulla ruota panoramica che è stata inaugurata pochi giorni fa. Ho come il sospetto che ci sarà molta gente in fila, che Petra non sarà contenta di aspettare al freddo, che mi costerà molti soldi, che una volta saliti e scesi le cose tra noi non saranno migliorate.
I dubbi che mi pongo sono una specie di esercizio mentale, simile a sbattere gli occhi o far caso al respiro o leggere una pagina Wikipedia su internet: non cambiano la sostanza, la decisione è già stata presa ai piani alti.
Quindi eccoci in auto sui viali di circonvallazione della città in direzione di questa grande ruota panoramica, “una delle più grandi d’Europa” ha detto Petra, “o d’Italia”, non ricordava bene, tuttavia lei ama questo genere di notazioni stile Guinnes dei primati.
La ruota in effetti è decisamente alta, la si vede da parecchi chilometri di distanza, si staglia psichedelica nel cielo di dicembre. Cerco un parcheggio, ma quei geni maligni della mobilità cittadina ne hanno architettato uno a pagamento molto vicino alla ruota, sempre per quel concetto di induzione e deduzione, ma io conosco il meccanismo ed evito con una rapida sterzata e mi metto alla ricerca di un posto auto sulle strisce blu o meglio ancora bianche, per non pagare nulla.
Petra sclera per il traffico, la lunga fila di auto procede lentissima, quasi immobile, e naturalmente non c’è un parcheggio libero da nessuna parte. Il bambino sul sedile posteriore piange a un volume molto più alto del solito, o almeno così sembrerebbe. Io sudo freddo e guardo le luci colorate sulla ruota panoramica, la mia mente è vuota come quella di un monaco zen.
So che siamo a un punto di svolta.
Lo so perché ho visto su youtube dei video di mindfulness che spiegano perfettamente la situazione, che gli eventi circostanti concorrono a farci perdere il nostro centro, ma noi dobbiamo essere come dei surfisti e cavalcare il mutamento. Per questo guardo Petra e le sorrido. Sì, ho capito amore mio, siamo decisamente a un punto di svolta.
Lei mi sta parlando di qualcosa, ma di cosa? Non ora, devo trovare un parcheggio, la ruota panoramica mi guiderà. Dopo molto tempo e decisamente lontano dalla nostra destinazione trovo un buco di parcheggio. Scendiamo. Se fossimo nel bel mezzo di un attacco zombi saremmo i primi a essere mangiati vivi, mi dico. Con tutte le carrozzine e oggetti che ci portiamo dietro, siamo un bersaglio facilissimo, l’esatto opposto di quello che suggeriscono nei video di sopravvivenza post-apocalisse. Ci dirigiamo verso la ruota, attraversando il sottopassaggio di viale Rosselli, con accanto a noi le macchine incolonnate che suonano i clacson e il bambino che piange.
Per lo meno qui sotto non piove, penso io.
Trascino la carrozzina e sorrido a Petra, con un sorriso che potrebbe voler dire qualsiasi cosa, e in un certo senso è proprio così.
E poi ci siamo.
La ruota è davanti a noi, gira più veloce di quanto mi aspettassi, le luci colorate risplendono nel cielo terso. E in un momento mi sento quasi bene, in perfetta sintonia con Petra, la mia Pedra. E il bambino nella carrozzina per un secondo smette di piangere. E per un attimo smette di piovere.
E per un attimo mi sembra quasi che non ci sia fila per salire, e che andrà tutto bene.
Ma la verità è che la fila è talmente lunga che non ritenevo plausibile che quella cosa fosse una fila, e quindi in un attimo l’estasi è passata, e ritorno a vedere tutto con gli stessi occhi di Neo nel primo Matrix quando sceglie la pillola blu, oppure rossa, adesso non ricordo bene.
E così quella roba di fronte a me torna a essere in modo inequivocabile una merda assoluta, il villaggio degli elfi, le casette prefabbricate in stile nord Europa, riaffiora la consapevolezza che quel giardino sia solo una grande aiuola spartitraffico, che il livello di inquinamento nell’aria sia davvero troppo alto, che tra qualche mese o massimo anno io e Petra divorzieremo, che di questa giornata sulla ruota tutto sommato felice il bambino nella carrozzina non avrà nessun tipo di ricordo, che alla fine dell’attesa, quando riusciremo a salire sulla ruota, a causa della nebbia non si vedrà un bel niente, neanche il rassicurante materno cupolone, che in questo preciso momento un carroattrezzi sta portando via la mia macchina per sosta vietata, che il futuro prossimo che mi attende, con l’assegno di mantenimento per Petra e gli alimenti per il bambino, sarà ancora peggio di questo presente attuale.
La ruota immensa luminosa di fronte a me, nel suo perpetuo girare, mi ricorda tuttavia che anche quel futuro oscuro passerà. Anche quelle difficoltà o presunte tali si perderanno nel tempo, nel pulviscolo atmosferico, e non rimarrà nient’altro che la ruota e il suo eterno fluire.
«Bella ‘sta ruota, Simone»
«Bella davvero» rispondo a Petra, con il mio solito sorriso.
Un racconto di Simone Lisi
Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

