Complessione d’una piazza in Oltrarno

“Il lume di luna è tutto alla guerra

Non ci siam più che noi a cantare

Di disperazione”

Ardengo Soffici, Firenze


La meglio è sbucarvi da via delle Caldaie, allorché il trapezio un poco scaleno rompe l’assedio dei palazzi e una fuciacca di cielo tesa ai cornicioni pavesa la piazza a festa; o anche dalla callaia de’ Coverelli, sfilando poi tra furgoncini SUV utilitarie e le gazzarre dei ciclomotori. Ci si tuffa come in una piscina, oppure: un acquario. Accapigliate, du’ bestiacce s’azzuffano in un canto. Par che installino un recinto laser a ingabbiare Santo Spirito. Un oratore paonazzo tiene una specie di comizio sul palco davanti al Volume: rammenta una Beretta calibro 22 serie 70, rammenta la Festa dei Cacciatori di Montefiridolfi, rammenta la piazzola degli Scopeti. L’aere s’annera, staffilate di luce erompono dai lampioni. Pensa al Maghreb, pensa al Punjab. Arrischiàti a una finestra, due si baciano ignudi. Di lontano grida avvampano, cori forse, berci d’alticci, growl. Stop a bolge, bivacchi e botellón: ingabbiano la chiesa, dice, il sagrato, gli scalini, una griglia fosforescente che sfarfalla. Mi sento freddo, paralizzato: praticamente incatenato. Un folksinger allampanato, ghigno d’accoltellatore, coverizza antichità. Pensa all’Amazzonia, pensa ai Carpazi. Siedo alla mia tavola e fumo e guardo. Il Barzilli pontifica, c’ha come l’antenne ritte in testa, assorbe tutto. Gaddo punta le nostre birre come un giocatore di rubamazzo. Il cianotico snocciola Pia Rontini, Susanna Cambi, Nadine Mauriot. Un labrador che pare una foca piscia ettolitri sul pavé. Aligere fanciulle dondolano sull’altalene delle loro risate. Indomita avanza l’inflazione dei gelati. La facciata l’hanno ritinta di fresco. Uno casca e batte una ginocchiata, il Cuba arrovesciato, la cannuccia sempre in bocca. Occhi come bersagli del tirassegno. Un sedano spunta incongruo da una borsa di pelle. Fluttua, questa lunaccia appena sorta dai colmigni. Pensa all’Eufrate, pensa al Dnepr. La spalletta della fontana accoglie certuni stravaccati, cert’altri in arcioni. Un uscio vomita quattro-cinque transatlantiche. Il marchese Cosimo Pietro Gaetano Gregorio Melchiorre Ridolfi Cavaliere di Gran Croce insignito del Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro inventore del Termolampo a Legno volta sdegnoso le spalle al bailamme. Lo sfregio, l’hanno chiamato, lo sfregio della facciata. S’accuccia uno a raccattare qualcosa fra le cacate di piccione. Strilli d’infante ruzzolano da un terzopiano. Una qualche conventicola d’engagés pilucca noci pecan da un ciottolino, ci beve su la minerale. Fra canti d’Osanna atterra il Vero Scrittore col suo paracadute. Skizzen Brunnen, asta guidamolla, Sogno di Fatascienza delira il fanatico. I miei capelli sono sinistri. Neri tarantolato sbandiera due bracci lunghi come stellefilanti. Lapo sbadiglia d’ennui. Pensa all’Arabia, pensa al Rajasthan. Un barbuto s’assopisce in uno scatolone. Ragazzine s’ancorano ai sandalini per non volare. Un babbo sgomento inanella un’epica sequela di moccoli. Passa pure un gatto. Uno screanzato, forse più, nottetempo: c’hanno disegnato sopra con le bombolette. Strisciano conflati i fidanzati colle loro scie luminose, le bave di lumaca dell’amore. Torme di rider s’arrischiano all’ordalia del delivery. Sbatacchiano persiane ossute, cigolando implodono mondi. Certi tangheri recano su minimi vassoietti versicolori aggeggi con ricarica USB. Frammezzo alle chiome frulla qualche rapace. Sono l’eco del fischio dei più alti uccelli. Un randagiotto impillaccherato sniffa l’orina di foca, ce ne fa un po’ della sua, zoppica via. santo spirito toilet declamano lampade tubiformi. Il sagrato ora vibra – eran forse scintille poc’anzi? Ci saranno mille tavolini e ancor più seggiole, una selva di gambette scheletrite. Tappezza la piazza uno spicinio di robe: vetri cocci carte stracci bucce ortaggi bici a pezzi. Un salame ammezzato arremba una soglia rotolando. PucciVanniLotti PucciVanniLotti sputa a raffica l’ossesso. Han fatto tutto alla svelta, eluse le guardie, eluso il pretame, qualcuno s’è pure calato di certo con la fune: la goccia proverbiale, ora vi beccate il gabbione, i divieti, la ronda armata – e se stappi la Peroni del paki, guai! Con le bombolette c’hanno disegnato l’eresia massima, un colossale

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poi si son dileguati. Un ronzio sale, sparati dal basso fasci di luce arancione transennano il Santo Spirito. Facinorosi scagliano una gragnuola di bottiglie e bicchieri contro le sbarre che rimbalzano tutto indietro sfrigolando. Diavola, tubercolosa, puttanaccia strilla ora l’invasato. A mezz’aria piomba un’aeropattuglia dal raggio traente calano due quattro sei otto dieci in divisa scudati e manganelluti s’aprono un varco circondano il palco chiappano l’oratore per la collottola lo tiran giù di forza e strida dagli altoparlanti che si chetano in un BUM. Qualcheduno s’assiepa, collutta, contende il sequestrato a strattoni, piglia manganellate nelle reni, ma nulla: dal caòsso l’aeropattuglia ridecolla col paonazzo, l’isterico che rantola ingiurie a bordo. Lapo sbadiglia, Neri smanacca, Gaddo tracanna, il Barzilli salmodia. Sono un vecchio affogato nella primavera. Capitasse, diobòno, qualcosa.

Un racconto di Diego Rossi

Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

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