Garibaldi

Mentre pago il conto sento fisicamente ogni euro speso colarmi giù dal sangue alla fine delle mie scarpe, che son di zara, ma nessuno lo sa.

E sento in me, nel profondo, come fosse la sostanza stessa delle cellule che mi compongono la fine e la rovina, di una ragazza che non cavalca il mio cazzo e le lenzuola che lo ricoprono.

Sandra è simpatica. Gentile. Forse anche dolce.

Ma quando prende il quarto vodka sour, capisco che forse, in questa cloaca che mi racchiude, che forse, Sandra, la bella Sandra, non è che un baluginio sul fondo del mio drink. E penso, perché è gratis, perché è tutto quello che posso regalarmi, che Sandra non mi ama.

E io che sono schiavo di tutto quello che posso dare, le dico Ok, Sandra, ultimo giro e poi a nanna. 

E so che la sua bocca sul mio cazzo è il massimo che posso avere, per oggi.

E per oggi, lo giuro davanti al signore, oggi il mio cazzo nella sua bocca è perfetto, così perfetto che pare l’estasi di santa teresa.

Ma poi Sandra, che si chiama Alessandra, che ama i gatti e i segni zodiacali, chiede, un altro giorno, il quinto vodka sour, e io mi chiedo se la sua bocca valga tanto.
Bocche da 35€ sono poche. Molto poche se paragonate ai 30€, senza la fila dal barman, sulla salaria.

E io, allora, io che ho gli spicci solo per contarmi i pensieri, mi chiedo: ma tutta questa fine dove va?

Sulla salaria per un pompino sono al massimo 30€.

Lo dico a Sandra. Col cuore nelle dita frementi che girano drummini storti, glielo dico alla bella Sandra, dalle labbra felpate, ma ‘na curiosità, se avessi il cazzo, un pompino quanto lo pagheresti, al massimo, te? E per il massimo intendo co la lingua girarella che accarezza e morde e co le labbra che si consumano a furia di tirar su e giù la pelle squallida del mio cazzo, tu, Sandra, cara e dolce e bella e succhiarella, tu, Sandra, bella, un pompino quanto lo pagheresti?

Massimo ‘na trentina de euro. Dice lei con la deigum in bocca stanca de morire.

E io sospiro, le pago il caffè, che vale meno di una mano pigra sul pacco e le dico, forse hai ragione, cara e bella Sandra, forse la tua bocca e il mio cazzo valgono meno. Forse, semplicemente, Sandra, cara Sandra, non siamo fatti per stare insieme.

Lei, dopo aver bevuto il caffè, mi guarda e mi dice, Mi sa che hai ragione Claudio.

 Lo capisco, sì, anche perché mi chiamo Aurelio. 

Ma non mollo, me l’ha insegnato mio padre: Se quel coglione di Garibaldi ce l’ha fatta perché tu non dovresti?
Conquista l’italia, Aurelio.
Conquista la fregna.

A dirlo è mio padre. In accappatoio alle sette di mattina, col cappuccino fatta in casa in mano. Aurè, conquista l’italia, nun ave’ paura che i morti morono lo stesso.

Ho cinque anni.

Sono le sette del mattino, mentre mio padre, con la sagoma della palla destra che sporge dall’accappatoio, prende il telecomando e mette canale cinque.

L’italia l’ho vista solo ‘na volta da quel discorso.

E non era Sandra, no, mai, Lei, quella che non era Sandra, che era spettrale come le madonne nelle edicole spente e parevo, e parevamo, in mille a volerla.

Ha preso una peroni al callisto.

Si è accesa una sigaretta.

La piazza sembrava l’ombra nei giorni di festa.

Attenta, bramosa.

E io che l’ho vista per primo, che quasi cadevo al suono dell’accendino che le apriva la birra, penso Eccomi, sono io, garibaldi.

Sarò io, garibaldi.

Ho i mille e più cuori da darti, eccomi sono io, le ho detto.

Lei ha riso che quasi tremava il mondo e roma e il cuppolone.

E, poi, quasi in silenzio, quasi fossimo solo io e lei, lì, le ho detto Mi chiamo Aurelio.

Dalla prima sera ho capito che la bocca di italia valeva più di 30€.

Così come le sue mani. Che una pippa, sulla salaria, a quindici la puoi trovare.

E come tutte quelle cose a cui un innamorato abbondonato va cercando, io le avevo.

Non sentivo più i soldi scivolarmi tra i globuli rossi. Le monete rimbalzare negli incavi delle dita dei piedi.

Ci amavamo nella notte, nel nero che separa i lampioni.

Italia, italia mia, tutto quello che ho è per te, le dicevo tra le lenzuola.

Lei rideva e sorrideva.

Dentro quei piumoni, quando, dopo dieci anni rifacevamo ancora il letto insieme, dentro, dentro quei piumoni, neri, fondi e infiniti, le dicevo, italia, italia mia, tutto quello che sono lo dedico a te.

Illustrazione di Melissa Brusati

Giulio Fenelli

Romano DOC. Da piccolo ha frequentato corsi di equitazione circense, golf, tennis, sci alpino e appenninico, e nel tempo libero scriveva poesie. Poi ha conosciuto il whiskey e le sigarette, e alle poesie non ci ha più pensato. Sogna in piccolo: gli basterebbe scrivere il nuovo Notturno Cileno e timonare il suo Pequod.

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