Nettuno

La città, quel che ne resta, mi assedia.

Da dietro le veneziane osservo la nebbia procedere, inghiottire il palazzo di fronte. Sento che devo andarmene, anche se è buio pesto là fuori, anche se l’umidità si appropria delle auto, dei muri, delle ossa degli arti degli sfortunati che si avventurano fra le sue strade.

Girando in mano il portachiavi scendo le scale di fretta, come se avessi un luogo sensato da raggiungere. Queste ore maledette non sono fatte per noi. C’è qualcosa di inumano nel muoversi nel mondo sul confine tra tenebre e alba, qualcosa che rende indigesto qualsiasi stimolo.

Accelero per cancellare tutto, tra i semafori sbiaditi che lampeggiano per nessuno. Chissà come fanno a restare attivi.

La città si allarga, i rettilinei si fanno salite.

Scavalco la periferia, imbocco strade desolate e conquistando le colline ritrovo i contorni delle cose. Vecchie case, marciapiedi inutilizzati, cespugli, cartacce, fantasmi di quelle che un tempo dovevano essere persone: supero tutte le sfortunate prede di quel mantello che cattura e non lascia più. Non diventerò una di loro, non ancora.

Più salgo, più la nebbia allenta la presa, finché si accorge che non può raggiungermi e lascia che curva dopo curva il mondo si riveli per come è: definito, desolato, quindi non meno minaccioso di prima.

Il buio cambia ogni minuto, diventa malato quando ci si allontana sempre più dalla notte fonda, quando la notte si snatura e sfuma in qualcosa di incerto che fa male al fegato, rovina l’esistenza. È un soffocante oceano blu, che un cielo senza stelle prova a ravvivare.

Sono arrivato in cima per respirare. In città di aria, dell’ossigeno come lo conoscevamo, non ce n’è più. C’è un ammasso di ciò che le persone hanno lasciato dietro di sé prima di abbandonarsi alla foschia. Niente di quanto serve a me.

Scendo dall’auto, assaggio l’aria ormai rarefatta, livida e gelata della notte.

La città è lontana, silenziosa, soffocata.

Ogni passo mosso sulla ghiaia è un’eco sinistra. Non è difficile pensare che potrei davvero essere l’ultimo rimasto qui, il più pietoso dei malcapitati. Dal piazzale in punta alla collina getto lo sguardo oltre il parapetto. Non vedo nulla che abbia senso di guardare.

La nebbia della notte non è mai bianca. Assorbe i colori e le forme e li sfigura definitivamente, li deperisce, e quando si rarefà al mattino nulla torna mai com’era prima. I lampioni perdono identità, residui di ciò che sono stati, inutili e ammutoliti nell’appannamento del mondo. Gli alberi ammoniscono con i loro rami senza vita. La nebbia è un avvolgente drappo di velluto blu, bucato a stento da grattacieli vuoti, simboli di un relitto alla deriva, di una civiltà che, da quassù, sembra persa per sempre.

Va avanti così da settimane, così sarà in eterno.

Questa non è la Terra, penso, non lo è più.

Questo è Nettuno, uno dei giganti gassosi. Tonnellate di atmosfera densa che frantuma tutto sotto il suo peso, un crepuscolo di foschia, sbiadito, perenne, inespugnabile. Le nebbie di Nettuno celano un mare bollente di ammoniaca, acqua e metano: sotto di lui, sul fondo del mantello liquido, si dice ci siano diamanti grandi quanto una moto. Ma sono irraggiungibili, inutilizzabili, soli.

Io sono uno di loro.

Non ho scampo. Anche se non sembra muoversi, la desolazione conquista terreno una notte dopo l’altra. Inghiotte nuovi palazzi, nuove vite, vecchie speranze. Un giorno arriverà anche quassù.

Dietro di me, al parcheggio, solo le scie degli pneumatici che ho lasciato in queste ultime notti. Sono le mie, non c’è dubbio. Sono giorni che non incontro più nessuno. Ieri ho scorto solo un fascio di luce lontano, da una delle colline qui accanto.

Era davvero ieri?

Mi chiedo per quanto abbia ancora senso resistere. E per cosa, poi? Non c’è nessuno a cui chiedere, nessuno che sia mai tornato e che possa raccontare cosa succede quando i fumi ti abbracciano cancellandoti da questa Terra ammutolita.

Risalgo in macchina e mi giro le chiavi in mano. Penso di partire, di chiudere questa storia. Forse chiudere tutta la Storia.

Resto sempre, alla fine, almeno fin quando non è mattina e la nebbia scompare, trascinando come la marea ciò che ha scelto di portare con sé. Un giorno ci sarò anche io, l’auto, i jeans logori, i segni del mio passaggio sul selciato.

È solo questione di tempo.

Osservo. Aspetto. Per ora, almeno, respiro.

Illustrazione di Elisa Invy Inverardi

Gabriele Sebastiani

Gabriele nasce a Torino, dove vive in un loculo tra libri, biscotti e scarpe. È toro ascendente ariete, cuspide su gemelli: è bene che si sappia, anche se non interessa a nessuno. Potendo scegliere, morirebbe come Ilaria Occhini in Mine Vaganti.

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