Quando torna da scuola, per prima cosa Laura si mette a fissare il coniglio. Hanno la pelle della stessa sfumatura di marrone, e lei non lo tocca mai. Forse ha paura di scoprire che è sua sorella e che io non sono la sua vera madre. A volte si guarda allo specchio e scopre i denti davanti, come per controllare che non siano allungati durante la notte. Altre volte la vedo sistemarsi i pantaloni con una mano, da dietro, e cercare quasi con terrore l’inizio di una coda.
Cosa vai a pensare, le ho detto quando ha provato ad aprire l’argomento con me. Vinz era in giardino, dentro c’eravamo solo io, Laura e due tazze di cereali. Lei ha quasi sputato tutti i suoi, quando le ho detto che alla fin fine non eravamo mica le uniche persone con la pelle scura sulla faccia della terra. Aveva sei anni, credevo le fosse già capitato di accorgersene in tv, o in qualche giornaletto.
Anche i nonni erano come noi?, mi ha chiesto Laura. Ho annuito. Posso vederli, ha detto. Con un punto interrogativo così piccolo, nella voce, che per un attimo ho pensato a dei fantasmi e mi sono girata.
Dovremmo avere qualche foto, ho ripreso poco dopo. Papà non aveva un buon rapporto con loro. E perché, insiste lei. Il punto interrogativo è ancora impercettibile. Per lo stesso motivo per cui anch’io non avevo un buon rapporto con i miei. La domanda successiva la vedo in tutta la sua faccia, ma decido di ignorarla.
È per questo che hai paura di Merlin?, rilancio. Non è paura, mormora lei. Con una mano tiene il cucchiaio affondato nella tazza, con l’altra si tocca un ciuffo di capelli vicino all’orecchio destro. E che cos’è? Stavolta è lei a restare zitta, cerca una cosa qualunque da dire fra i cereali, ma vede solo rughe di latte e si arrende.
Adesso ha otto anni e Merlin sta per morire. Ce lo ha annunciato il medico, che lo ha visitato tre giorni fa. Una gastroenterite tremenda, anzi, una variante con il nome più difficile. A Laura non l’ho insegnato e nel frattempo è sfuggito anche a me.
A tavola Laura ci chiede dove andrà Merlin, quando avrà chiuso gli occhi. La metafora l’ha trovata lei, noi le avevamo spiegato tutto in modo più crudo. Gli occhi li chiude ogni notte, le rispondo io, dovunque vada poi torna e li riapre.
No, si arrabbia lei, dico dove andrà quando non li aprirà più. Vinz beve un sorso d’acqua e le spiega che andrà a giocare in un parco verde e lontanissimo, che si può solo sognare o disegnare. Si può disegnare, ripete lei, e stavolta il punto interrogativo non c’è sul serio. Lo capisco l’indomani, quando la vedo scendere dal pullman con un cartoncino verde fra le mani. Entra e me lo sventola sotto il naso, annunciando che ha trovato il parco di Merlin.
In che senso?, le domando. Stanotte, mi dice lei. Faccio per sbirciare il disegno, ma Laura lo allontana. Vedo solo il retro, un rettangolo in tinta unita che mi ricorda la luce inquietante di certi quadri di Hopper.
Dài, mostramelo. No, taglia corto lei, non l’ho ancora finito. E come mai? Manca Merlin.
Il giorno in cui muore è un venerdì, me lo ricordo perché Vinz rincasa un’ora prima degli altri giorni.
Si toglie il cappotto e fa salire Laura sulle sue ginocchia. Lei non piange, ma ha l’aria perplessa. Forse il mistero della morte le appare più largo del previsto.
Che cos’hai?, si informa Vinz. Ha la voce dolce, ansiosa.
Papà, noi in quel parco non ci andremo, vero?
Be’, no, noi un giorno saremo…
In paradiso, dice la maestra.
Sì, forse in paradiso.
Bianchi di luce, come il Signore.
Proprio così.
E il parco di Merlin è il paradiso dei conigli?
In un certo senso.
Anche loro sono bianchi di luce come il Signore?
Credo di sì, ci sarà abbastanza luce per tutti.
Laura inizia a singhiozzare. Provo ad abbracciarla, ma lei si scosta.
Tesoro, che ti prende?
Dovresti essere contenta per Merlin.
Mamma, Merlin nel parco non ci andrà.
Perché?
Perché ho provato a metterlo in quel foglio, ma di bianco non riesco proprio a disegnarlo. Non importa che colore uso, esce fuori sempre marrone, come quando stava nella gabbia.
Vinz ride, io e Laura lo guardiamo sconvolte. Vorrei dargli uno schiaffo, però ho le mani ancora bloccate sulle spalle di nostra figlia.
Neanche noi andremo in paradiso, sai! E non mi sembra divertente!, grida lei, tirando su col naso.
Vinz le accarezza la nuca e prova a spiegarle che va tutto bene, che sul cartoncino verde non si può creare il bianco, nemmeno comprando dei pastelli nuovi. Non lo vendono proprio, il bianco. Laura è confusa: il paradiso si può sognare o disegnare, e il bianco no?
Se il bianco non si può creare, significa che io non sarò mai come le mie compagne, realizza. E la vedo costruirsi davanti un futuro a forma di incubo.
Perché dovresti essere come loro?, mi informo.
Perché loro sono bianche. E andranno in paradiso.
Vinz le dice di smetterla con quella storia. Che la sua classe sarà razzista, non bianca. Che loro sono rosa, e noi marroni, ma che in paradiso non fanno differenze e neanche nella nostra città. E che, se pure le facessero, ci sono gli avvocati, e gli attivisti, e i sindacati. Non credo che Laura lo capisca fino in fondo, però si tranquillizza. Immagina un futuro meno ripido.
Allora papà…, dice poi, e il punto interrogativo è lo stesso di quando voleva conoscere meglio i suoi nonni, se non più grosso. Penso che gli chiederà qualcosa su Merlin. Magari su dove possa essere andato, se non può raggiungere il parco del foglio verde.
Aspettiamo, ma Laura serra le labbra e anziché finire la frase abbassa gli occhi. Quando li rialza, capisco che la sto fissando come faceva lei con il coniglio. Mi scopro i denti davanti e li tocco in fretta con la punta dell’indice.
Illustrazione di Gianmarco De Chiara

Eva Luna Mascolino
Eva Luna è nata in Sicilia, poi se n'è pentita e in 24 anni ha abitato in quattro nazioni. Parla sei lingue ed è specializzata in traduzione editoriale, ma a parte questo non ha particolari talenti. Fa collezione di impegni come se non ci fosse un domani e il suo sogno proibito è sviluppare un buon senso dell'umorismo.

