Giallo come il mare

Eravamo in Portogallo. C’erano le spiagge, c’era l’oceano, c’erano le sardine arrostite. Io ero più giovane di te, ma è una questione di dettagli perché eravamo giovanissimi entrambi. C’eravamo innamorati, banalmente e rapidamente, come succede da giovanissimi, l’uno dell’altro e tutti e due del Portogallo. Tu lavoravi a una tesi in letterature comparate, io ero al secondo anno di un qualche corso in matematica applicata. Tu leggevi Tabucchi e Pessoa, io divoravo i gialli Mondadori che mi ero portato dall’Italia. Era un periodo in cui se andavi all’estero ti portavi il parmigiano e i libri dall’Italia, e poi quando finivano chiedevi a chi veniva a trovarti di portartene ancora. Non è che non esistessero i corrieri e le spedizioni internazionali; era il nostro orizzonte mentale che rimaneva legato a meccanismi del passato. Fingevamo disagi e nostalgie, guardavamo pensosi l’oceano, giocavamo a fare gli emigranti di primo Novecento.

Enrichetto era stato il primo italiano conosciuto a Lisbona. Sarebbe stato lui a farci incrociare e poi, più o meno direttamente, più o meno volutamente, perdere. L’avevo conosciuto per caso, al banco del pesce. È curioso, mi dico oggi, come il mare, l’oceano, l’acqua tornino sempre, in questa storia di Lisbona, e di fatto in tutte le storie di Lisbona che mi capiti di scrivere o ricordare. Esplicitamente o meno, sotto forma di spiaggia o di sale, o anche solo nel muoversi selvatico e malinconico dei portoghesi, che sembra uno stile libero un po’ storto imparato da autodidatti. Enrichetto ordinava baccalà mentre io guardavo le sardine, incapace di decidermi a comprarne. Mi si era avvicinato sorridendo. Non qui, ti mostro io dove prenderle, aveva detto, sottovoce e in italiano, che chissà come aveva fatto a classificarmi italiano. Le migliori di Lisbona, aveva detto. E quindi le migliori e basta, aveva concluso.

La metafora è una similitudine senza il come, mi insegnavi invece tu, che studiavi letterature comparate. Tutto qua?, chiedevo io, che studiavo altro e non capivo perché ci fosse bisogno di distinguere i due concetti. C’era, tutt’intorno, e sopra, la luce svergognata di Lisbona che rimbalzava contro l’acqua e faceva male agli occhi: io mi riparavo con una mano sulla fronte come i vecchi, tu ti riparavi con modernissimi occhiali scuri. L’acqua di Lisbona non è ancora oceano: sembra un mare; tecnicamente è un fiume. Tutto qua, rispondevi. Io mi mostravo deluso perché ero ingenuo o nascondevo la delusione perché ero innamorato, una delle due cose, non ricordo più quale. Quindi la metafora è superiore perché salta un passaggio, aggiungevi. Deve essere stato quella volta lì che abbiamo iniziato a inventare similitudini strampalate, per alleggerire il discorso e prenderci gioco del come che spiegava troppo. Ho fame come una gomma da cancellare, ho detto. Sei matto come le caraffe d’acqua, hai risposto. Tu le chiamavi “dissimilitudini”. Io, che studiavo matematica applicata, contestavo la terminologia: per essere una dissimilitudine dovrebbe contraddire la similitudine, dicevo. Ho fame a differenza di un sazio, dicevo, questa è una dissimilitudine. Non rompere sempre il cazzo, ribattevi tu. Allora io chinavo il capo e ti assecondavo, perché ero innamorato e avevo fame per davvero e volevo andare a cena. Erano le otto di sera, cominciava a imbrunire, e tu eri bella come un nastro adesivo.

In questo periodo della mia vita ho due sogni ricorrenti. Tu compari in entrambi, ma con ruoli diversi. Nel primo sogno sei una laureanda che sta scrivendo una tesi sul ruolo del peccato nelle diverse letterature contemporanee. Somigli molto alla te di quando eravamo in Portogallo e mangiavamo sardine e giravamo spiagge. Di solito siamo seduti a un tavolo della Brasileira e il cameriere ci serve limonate – la mia zuccherata, la tua con foglie di menta – e ce le serve una dietro l’altra, a ripetizione, arriva la nuova quando il bicchiere contiene ancora un dito della vecchia. Mi stai dicendo che nella letteratura mediterranea contemporanea la vita è trattata come un giallo. Come un giallo Mondadori?, chiedo io. Come un giallo Mondadori, tagli corto tu, senza darmi peso e per non perdere il filo. Dio è raramente la vittima e più spesso l’ispettore, stai dicendo, ma in ogni caso gioca un ruolo centrale, e tipicamente, chiunque uccida chiunque altro, quale che sia l’arma o il veleno, dove che sia il luogo del delitto, quello che non si trova è il movente. Ma tutto questo non viene detto in maniera esplicita, commento io sottovoce. Certo che no, riprendi tu, stavolta accogliendo l’interruzione. Se fosse esplicito, sarebbe materiale per una quarta di copertina, mica per una tesi di laurea. E c’è di più, spieghi. Mediterranei e cattolici come siamo, accettiamo che esista colpa senza manco pretendere un delitto. È quello che ci serve per andare avanti, dici, generare vuoti e poi godere a riempirli. Che alla fine è il meccanismo del desiderio e della vita tutta, chiosi.

A un certo punto del sogno, di solito proprio quando torniamo a parlare di tesi e di lauree, ti trasformi gradualmente in una studentessa tedesca bionda che mi fa domande sul prototipo che sta implementando. Siamo interessati anche alle prestazioni?, chiede. Ha la voce che le trema e io ricordo quando la voce tremava a me davanti al mio supervisore. Quindici anni e svariati sogni ricorrenti fa. Una parte di me vorrebbe metterla a suo agio, sorriderle, invitarla a proseguire, ma l’altra parte di me mi trattiene dal farlo, e non c’è cattiveria in questo, non ci sono né cattiveria né sadismo, c’è solo la sensazione pacificante di un cerchio che si chiude, l’appagamento di ruoli soddisfatti, un’impressione di giustizia superiore che tiene insieme tutto e rende quello spreco di facile empatia, se spreco di empatia c’è, necessario. Verso la fine del sogno, la studentessa torna meno bionda e più italiana. Perché non vieni a trovarmi?, chiede. Magari a ottobre, dice, che non ci sono più i turisti ma fa ancora caldo. Puoi invitare anche lui, aggiunge, facendo una specie d’occhiolino. Se vieni, portami un libro e del parmigiano.

Quanto alle similitudini, avevamo patteggiato e accettato di chiamarle “similitudini sbagliate”. Come i Negroni, avevo detto per convincerti. Enrichetto, che quella sera c’era anche lui, s’era fatto raccontare tutta la storia, aveva riso, aveva aggiunto del suo alla teorizzazione nostra, e infine aveva alzato un dito e ordinato tre limonate sbagliate. Il cameriere della Brasileira ci aveva guardato un po’ confuso e un po’ scocciato, quindi aveva riso per forza, come devono fare a volte i camerieri, e se ne era rientrato in cucina a prepararci le limonate a ripetizione di sempre.

Tu quella sera eri andata via prima, perché nel pomeriggio era piovuto e il vento fresco che arrivava dal fiume, dal mare o dall’oceano ti spettinava e stuzzicava la cervicale. La pioggia sull’acqua di Lisbona mi ha sempre fatto un effetto strano. La guardavamo, bagnandoci, da qualche miradouro che si apriva sul Tago e su una piazza a U che doveva essere il Terreiro Do Paço. Nel guardarla, ci vedevo fine e principio che si toccano e confondono, e toccandosi fanno schizzi sulla superficie; ci vedevo il ciclo dell’acqua come lo ricordavo, geometrico e perfetto, illustrato nel sussidiario delle elementari. Enrichetto e io, quella sera, eravamo rimasti a bere, sentendoci senza motivo in imbarazzo. Dalle limonate eravamo passati ai superalcolici. Mentre gli tendevo il posacenere, poco prima di tornarcene a casa, stanchi e un po’ agitati, il mio mignolo e il mio anulare avevano sfiorato un pezzo del dorso della sua mano e i nostri sguardi si erano dribblati in modo brusco.

Nel secondo sogno ricorrente c’è un dio con i baffi e i capelli impomatati. Ci ha riuniti in una stanza: siamo io, te, Enrichetto e il cameriere della Brasileira. Ogni tanto entra un angelo spettinato e dice qualcosa al dio. Noi ci guardiamo l’un l’altro, sospettosi, come nel finale di un giallo Mondadori. È il momento delle ricostruzioni. Dio ci passa in rassegna uno per uno e poi punta il dito su Enrichetto. È stato lui a presentarci: se qualcuno ha sbagliato qualcosa, lui ha commesso l’errore originale: il resto è stato solo concatenazione di causalità e casualità, e fluire di tempo. Come si fa in questi casi, Dio mette in fila i fatti e le intenzioni, uno dopo l’altro e una dopo l’altra, fino a che tutti stiamo per convincerci che certo, è stato lui, Enrichetto, non può che essere stato lui. E poi invece Dio fa una giravolta dialettica e ci mostra come, a considerare bene, no che non può essere stato lui. Al solito, c’è una concessiva. È vero che Enrichetto ha questo segreto nascosto, e quest’altra macchia qua che non ci si aspettava, e almeno in un passaggio deve aver mentito per motivi poco chiari. Ma non è stato lui.

A Lisbona, negli ultimi dieci anni, non sono più tornato. So, per avervelo chiesto, che non ci siete più tornati neanche tu ed Enrichetto. Non so dire con esattezza cosa ci abbia frenati. Inconsciamente, dobbiamo sentire che succederà ma che occorre succeda al momento giusto. È un ritorno che non vogliamo sbagliare, e allora ci domandiamo se siamo pronti, ci rispondiamo che forse sì ma forse no, e continuiamo a rimandare.

Del resto, altrettanto indistintamente, sentiamo che tornare in Portogallo non sarà un gesto risolutivo in nessun senso. A Lisbona o altrove, continueremo a farci le stesse domande e a trovarle giuste ma poste male, a cercare i moventi prima delle colpe, a inventare parallelismi tra episodi e persone e sogni ricorrenti che paralleli non sono, come fanno certe similitudini, belle e sbagliate, che pure ci servono a classificare e sopravvivere. E il mare, che di solito ce n’è uno, continuerà a muovere avanti e indietro, a farsi fiume o oceano a seconda di dove lo guardi e di cosa ti serva, a sbattere ritmico contro qualche piazza a U, che di solito ce n’è una, a farsi piovere dentro tanta acqua da sembrarci uno spreco ma uno spreco necessario.

Illustrazione di Nora

Marco Volpe

Marco è nato a Roma e vive in Inghilterra, dove insegna e ricerca. Suoi racconti brevi sono apparsi qua e là.

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